Perchè ancora scrivere di grandi alberi ?

Nonostante siano passati otto anni da quando scrivemmo quest’articolo sul  sito Molise Alberi noi dell’Asociazione Ophrys ancora continuiamo a richiamare l’attenzione verso i “Grandi Alberi” chiamati anche “Alberi monumentali” o più in generale “Patriarchi della natura”. Molte cose sono cambiate in questi anni, abbiamo visto un maggiore interesse verso la “cultura” degli alberi, ci sono stati studi, ricerche, sono nati siti internet, sono stati scritti libri, sono aumentati i dibattiti e le conferenze sui grandi alberi, sono stati effettuati censimenti dalle regioni, è stata promulgata una legge nazionale nel febbraio 2013 per la loro “monumentalità” per il ritorno alle giornate e alle feste dell’albero. Abbiamo notato una maggiore conoscenza, forse più consapevolezza sulla salvaguardia, tutela e valorizzazione dei grandi alberi e dei boschi. Le informazioni viaggiano molto veloci sulla rete, tutti possono leggere sul nostro gruppo facebook e in molti altri siti e gruppi, molto meglio del nostro della storia di un  albero in un comune, in una località, in una regione dove si abita oppure guardare velocemente le migliaia di foto di “grandi e  bellissimi alberi sparsi un  po’ dappertutto in Italia e nel mondo.

Gli alberi,  comunque, vanno un po’ più lentamente, vivono più di noi ci raccontano sempre qualcosa, ci fanno provare delle sensazioni nuove, non tanto con la fotografia ma quando ci si avvicina a loro “realmente”. Esortiamo a fermarsi più spesso vicino e sotto ad un grande e bell’albero, anche del proprio giardino. Fermiamoci pochi minuti ad osservare e a pensare, pare che abbracciando un albero si riduce anche lo stress e l’ansia accumulata giornalmente. Poi c’è sempre una storia, una leggenda, una curiosità dietro un “grande albero”.

Ecco il primo articolo del nostro vecchio sito del 2006 un po’ aggiornato:

Nello scrivere sugli “Alberi monumentali” abbiamo svolto una breve ricerca bibliografica. Esistono libri, studi, pubblicazioni, guide, censimenti, normative forse un po’ disaggregate a partire già dagli anni 70 in quasi tutte le regioni e province italiane. Si cita una pubblicazione di Franco Tassi “ Le radici dei Patriarchi” il libro “Alberi Monumentali d’Italia” di Bortolotti e Alessandrini e delle prime iniziative del WWF con la “Campagna per i Grandi Alberi” per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e degli amministratori sui molteplici valori degli alberi monumentali e l’incremento delle forme di tutela attraverso mirate azioni politico-istituzionali. Obiettivo era quello di creare un repertorio degli alberi monumentali d’ Italia e una banca dati sui patriarchi verdi. Si fa cenno anche alla guida di Lega Ambiente “Alberi monumentali d’ Italia” e della campagna “Un albero per amico”.

Altra iniziativa fu l’individuazione “alberi di notevole interesse”, lanciata agli inizi degli anni 80, dal Corpo Forestale dello Stato, che ha raccolto numerosi dati. Sono stati segnalati migliaia di alberi. I risultati sono stati pubblicati in una grande libro.  E’ stata una lunga e difficile indagine per l’alto significato culturale come si riprende dallo stesso sito del corpo forestale perché il censimento, infatti, non ha interessato gli alberi come categoria vegetale, o come risorsa economica, ma singoli soggetti arborei che hanno una propria “individualità” per essere eccezionalmente vecchi, per essere stati protagonisti di episodi storici o per essere legati alla vita di grandi uomini o di Santi. Con questa e unica iniziativa di individuare gli “alberi di notevole interesse”, il Corpo forestale dello Stato ha raccolto una massa imponente di dati: 22.000 schede di alberi di particolare interesse che sono state poi ulteriormente selezionate, fino ad individuare 2.000 esemplari di grande interesse e, fra di essi, 150 che presentano un eccezionale valore storico o monumentale. E’ chiaro che un censimento di questo tipo non può che restare aperto ad ulteriori revisioni ed acquisizioni, perché il nostro territorio presenta tante “pieghe” che possono essere sfuggite all’occhio dei Forestali, ed e’ talmente ricco di storia e tradizioni locali che e’ difficile raccogliere tutte le testimonianze legate agli alberi.

I dati che suscitano immediato interesse sono alcuni “primati”. L’albero più grande d’Italia veniva considerato il “Castagno dei Cento Cavalli ” in comune di Sant’Alfio (CT), seguito da un castagno un po’ più “piccolo”, che cresce nel comune di Mascali (CT) e il cui tronco misura 20 metri di circonferenza.

Sempre secondo le indagini del corpo forestale l’albero più alto, e qui la cosa e’ controversa poiche’ e’ più difficile misurare le altezze che le circonferenze, dovrebbe essere un Liriodendro che cresce nel parco Besana di Sirtori (Lecco) o forse una delle Sequoie sempreverdi che crescono nel Parco Burcina di Pollone (VC). In entrambi i casi si tratta di piante esotiche. La loro altezza si aggira sui 50 metri. Ancora più difficile e’ stabilire quale sia l’albero più vecchio d’Italia. Probabilmente questo primato spetta ad un oleastro, specie notoriamente di lento accrescimento, che dovrebbe impiegare oltre due millenni per raggiungere le eccezionali dimensioni che oggi presenta l’oleastro di San Baltolu di Luras (SS), e cioè una circonferenza del tronco di 11 metri e 80 ed un’altezza di 15 metri. (ripetiamo i dati sono del 1982)

Che degli alberi, anche nel nostro Paese, possano raggiungere età cosi venerande potrebbe essere verificato con il conteggio degli anelli annuali, ma per i grandi esemplari arborei questa operazione, purtroppo, si può compiere solo dopo la morte. Per un grande Larice della Val d’Ultimo, al limite del Parco nazionale dello Stelvio, ciò é stato possibile per comparazione. In quella valle nei pressi di S. Geltrude (BZ), vi sono tre larici venerandi, il più grosso dei quali misura m. 8,20 di circonferenza e 28 di altezza. Un quarto esemplare, che misurava metri 7,80 di circonferenza, venne sradicato da una bufera nel 1930. Sulla ceppaia vennero contati 2.200 anelli, probabile età anche degli alberi rimasti.

Molti alberi sono legati alla vita dei Santi e per questo si sono conservati nei secoli fino ai giorni nostri. Il Santo a cui sono legati più alberi, forse per l’amore per tutte le creature che lo animava, e’ S. Francesco d’Assisi e l’albero francescano più famoso, e’ quello della predica agli uccelli, rappresentato da Giotto alla fine del XII secolo negli affreschi della Basilica superiore d’Assisi. Tra i grandi personaggi storici il cui ricordo vive anche attraverso gli alberi, al primo posto si colloca Garibaldi ricordato a Caprera, sull’Aspromonte, a Todi e in altre località. E’ invece morta la famosa “Quercia del Tasso”, di cui rimane soltanto il tronco inaridito. Vicino al rudere venerando, cresce un’altra quercia, già di notevoli dimensioni, destinata a prenderne il posto e il nome. Questo processo di sostituzione e’ avvenuto, evidentemente, in altri casi dove l’età desumibile dalle dimensioni dell’albero e’ palesemente in contraddizione con l’età che ad esso attribuisce la tradizione. La sostituzione in questi casi non e’ un falso. Essa risponde al desiderio di perpetuare una tradizione o una memoria anche al di la’ dell’arco di vita di una pianta.

Tra gli alberi legati ad episodi storici, vanno ricordati gli “Alberi della Libertà”, piantati dagli aderenti ai moti carbonari nella prima meta’ del secolo passato, mentre fra gli alberi legati ad usi e tradizioni si può ricordare il Cerro di Vetralla (VT) ai piedi del quale ogni anno si celebra lo “Sposalizio dell’albero”, cerimonia analoga allo “Sposalizio del mare”, che il Doge di Venezia celebrava gettando l’anello nella Laguna. Non e’ stato invece ritrovato il mitico “Noce di Benevento”, ammesso che sia mai esistito. Sotto di esso, secondo la leggenda, si intrecciavano le danze delle streghe. Una “Quercia delle streghe” invece, esiste in Comune di Capannori (LU), e probabilmente questo nome le e’ stato attribuito per l’aspetto bizzarro e un po’ tetro.  La descrive sempre  meglio il nostro amico Tiziano Fratus “l’Uomo Radice” in questo articolo del 2012 sulla Stampa. Un’altra leggenda vuole che questa Quercia ha ispirato Collodi nel Suo Pinocchio ed è diventata la quercia dove furno nascosti i denari. Qui le foto di Tiziano Fratus.

Ci preme, in particolare, sottolineare la passione e l’amore di semplici cittadini che in giro per l’Italia hanno trovato piante belle e suggestive. Il capitano Valido Capodarca già negli anni 80 ha scritto dei libri che hanno fatto storia come: “Toscana 100 alberi da salvare”, “Marche, 50 alberi da salvare”; “Emilia Romagna 80 alberi da salvare”; “Abruzzo 60 alberi da salvare” e altri . Abbiamo letto alcuni di questi libri, sono semplici e ci raccontano la storia, le tradizioni le leggende e le testimonianze, tutte legate ai nostri patriarchi naturali. Oggi (2014)  scrive nel nostro gruppo di facebook quasi ogni giorno e noi lo ringraziamo pubblicamnete raccontatoci ancora storie leggende curiosità sui grandi alberi. Dal 01/02/2013 nel nostro gruppo il “grande” Valido Capodarca non solo ha inserito circa 400 foto di grandi alberi ma per ognuno ci fornisce una descrizione,  un racconto… una storia…  sempre emozionante e di grande interesse anche per quegli alberi che oggi non ci sono più.

Ecco il primo articolo che ha scritto Valido Capodarca sul nostro Gruppo “molisealberi” di facebook in riferimento all’Acero di Valle Ura di Pizzone. Un vero omaggio a noi di molisealberi e a tutti i molisani crediamo.  L’articolo è del 1988 (noi non sapevamo niente sui grandi alberi) ed è tratto dal Suo libro “Abruzzo Sessanta Alberi da salvare” un po’ “la bibbia” per i grandi alberi  in molise e in abruzzo.

UN ACERO INCANTATO di Valido Capodarca
acerovalleura3gfSe qualcuno è alla ricerca di un acero che sia fa i più grandi d’Italia, che sia di aspetto assolutamente singolare, e che sia dotato di una storia straordinaria, eccolo servito: il monumentale Acero di Valle Ura, in comune di Pizzone, in pieno Parco Nazionale d’Abruzzo, è l’albero che fa al caso suo. La singolarità dell’albero sta nel fatto che, in realtà, esso è costituito da due aceri distinti, saldati alla base fino a un paio di metri di altezza. La circonferenza dell’insieme, all’altezza di m. 1,30 dal suolo era di m. 6,60 nel 1988. Si può ipotizzare che nei 25 anni trascorsi essa possa essersi incrementata di diversi centimetri. Uno dei due tronchi è cavo tanto che può contenere tranquillamente un uomo in piedi. Tuttavia, confrontando la foto che ci manda Alfonso Notardonato con quella che appare nel mio vecchio libro sull’Abruzzo, balza all’evidenza un notevole restringimento dell’apertura (25 anni fa, l’uomo all’interno si sarebbe agevolmente affacciato alla finestra).

Acero di Valle Ura Secondo i montanari di Pizzone, sull’Acero veglierebbe un qualche sortilegio. Non si spiegherebbe, altrimenti, come mai tutte le valanghe che da secoli scendono giù per il canalone di Valle Ura, schiantando tutti i faggi che incontrano sul loro cammino, si limitano a sfiorare il suo piede senza mai travolgerlo. La ragione risiederebbe in un patto che antichi briganti fecero con il diavolo. Essi avrebbero nascosto un tesoro frutto delle loro rapine sotto il terreno nella cavità dell’acero. Per assicurarsi la protezione di Satana, essi gli avrebbero sacrificato un neonato, sgozzandolo sopra il terreno che copriva il tesoro. Da allora, il diavolo ha sempre mantenuto il patto di sangue stipulato sì che, ogni volta che qualcuno si azzarda a tentare di trafugare il tesoro, all’improvviso attorno all’acero si scatena una tempesta di vento, pioggia e fulmini che mette in fuga gli incauti. Si racconta che una volta, in piena notte, alcuni montanari avrebbero tentato l’impresa. Giunti davanti all’acero, furono raggelati da due occhi gialli, fosforescenti, che li fissavano dal fondo della caverna. Si trattava probabilmente di un gufo a animale simile ma si conoscono bene gli effetti della paura. Gli ardimentosi se la diedero a gambe senza più tornare indietro.

I particolari in: Abruzzo, sessanta alberi da salvare – Edizioni Il Vantaggio – Firenze, 1988.

Questo raccontato è un esempio ed e’ evidente la ricchezza degli spunti culturali, oltre che naturalistici, legati alla vita degli alberi. Ma nel momento in cui il nostro patrimonio arboreo viene colpito da malattie di varia origine, occorre avere una cura particolare per i vecchi alberi, che fra tutti sono quelli sicuramente più esposti ai rischi maggiori. Perderli significherebbe rinunciare ad alcune pagine della nostra storia. Perderli significa anche non avere un po’ di rispetto per loro.  Per i  motivi suddetti continuiamo a scrivere di grandi alberi.

Fonti:

Valido Capodarca www.capodarca.com

Tiziano Fratus http://homoradixnew.wordpress.com/

Intervista tra cercatori di alberi  di Tiziano Fratus a Valido Capodarca

www.corpoforestale.it

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