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Il faggio policormico dei tre confini

Specie: Faggio
Nome scientifico: Fagus sylvatica L.
Circonferenza fusto policormico (diversi tronchi): 6 mt circa

Siamo al confine tra i Comuni di Miranda, Carovilli, Pescolanciano a quota intorno ai 1200 mslm. Un boschetto, una zona paludosa ed un passaggio di cinghiali. In vicinanza un’antenna anemometrica a misurare la velocità del vento forse per la costruzione d’impianti di pale eoliche. Un termine lapideo in vicinanza. Si incontra un faggio con diversi tronchi. In effetti sono 4-5 tronchi non facili da distinguere. Si tratta di fusti uniti di diverse dimensioni. Quello centrale, ormai secco, è in marcescenza. Il tronco principale sta bene e sviluppa una chioma simile ai faggi in vicinanza.

Al centro, un tronco (forse una concrescenza di tronchi) ormai secchi di altezza intorno ai tre metri che comunque rigettano ancora gemme e foglie. Ai lati, tre tronchi un po’ obliqui tali da formare altre piccole chiome. La forma, l’unione e la particolarià dei tronchi ci ha colpiti. Come non dire che i tronchi uniti fanno forza e rendono l’albero monumentale per la particolare forma dei tronchi.

Il Faggio dei Tre Confini


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Le fustaie di cerro del Molise. Uno studio del Centro di Ricerca per la Selvicoltura

fustaieCosì ci scrive Paolo Cantiani in merito alla  richiesta di pubblicazione sul nostro sito del suo studio e che riportiamo in questo post: “Potete citare tutto dove ritenete più opportuno, ne sono solo lusingato e credo che certi tasselli della nostra storia recente, ma anche dell’attualità debbano essere divulgati…. Il caso ha voluto che anch’io abbia amato e lavorato in Molise. E’ stato un caso, ma un caso molto fortunato. La sua (rivolto a noi di molisealberi) terra ha ancora dei valori importanti. E’ una cosa per la quale andare molto fieri. Sono felice di avervi incontrato e veramente buon lavoro appassionato”.

Un ringraziamento è stato il minimo che potevamo fare a Paolo Cantiani. Troviamo sempre persone fuori regione che apprezzano il nostro Molise. Queste parole rendono orgogliosi un po’ tutti i molisani anche perchè dette da ricercatori che studiano giornalmente le foreste e che vivono di pane-alberi e boschi tutti gli anni. D’altronde di anni ce ne vogliono sempre di più visto che noi viviamo molto poco, 80-100 anni, rispetto ad un albero che puó vivere fino a 7000 anni.

Vediamo brevemente il lavoro pubblicato negli annali del Centro Ricerche per la Selvicoltura Vol 36, 2009-2010 pag 25-36, autori: Paolo Cantiani, Fabrizio Ferretti, Francesco Pelleri, Dalila Sansone, Giovanni Tagliente. Premesso che noi di molisealberi non siamo sempre “all’altezza” paragonandoci ai grandi alberi, abbiamo più o meno capito che è stata svolta un’ indagine sul trattamento delle Cerrete del Molise analizzando i piani d’assestamento ed altra documentazione storica. Nel territorio di un Comune (Carovilli) è stata analizzata “l’efficacia del trattamento applicato alla cerreta, valutando come le scelte gestionali abbiano influito sulla struttura di quattro popolamenti e stadi evolutivi successivi. L’Analisi conferma l’efficacia a tagli successivi delle fustaie di cerro del Molise”.

Che significa tagli successivi per chi non è addetto ai lavori? Diciamo che è una tecnica di rinnovazione e che oggi è lo strumento migliore per garantire le perpetuità delle cerrete. Questa rappresenta l’elemento gestionale più efficace per la stabilità delle stesse formazioni. O meglio, come si afferma nelle discussioni e conclusioni dello studio “le Fustaie di cerro del Molise rappresentano un valido e utile laboratorio per la sperimentazione sul trattamento della specie in Appennino. La persistenza nel territorio regionale della funzione produttiva di questa formazione, pur con variazioni nella tipologia di assortimenti prodotti per le diverse richieste del mercato nel tempo, ha fatto sì che le cerrete molisane siano state, e siano tuttora attivamente gestite”.

Noi di moliseaberi non possiamo che essere doppiamente contenti in quanto come si dice nello studio la pianificazione forestale in Molise è stata, ed è ancora oggi, particolarmente attiva. Obiettivo del lavoro è stato quello di fornire un contributo alla conoscenza delle modalità del trattamento delle cerrete molisane che sia di utilità per le scelte selvicolturali del futuro.

E’ possibile scaricare lo studio qui
Fonte: http://ojs-cra.cilea.it/index.php/asr/article/view/817

Un resoconto più semplice dello studio e del lavoro del Dr. Cantiani e del suo staff all’Università del Molise durante le giornate forestali molisane del 2011 potete scaricarlo qui
Fonte: http://web.unimol.it/Vecchio%20sito%20Unimol/serviziweb.unimol.it/unimol/eventi/Sim2011/cantiani.pdf

La grande quercia a Carovilli

Specie: Quercus cerris L.
Nome Comune: Cerro
Circonferenza (mt): 4,90
Stato Vegetativo: buono
Altezza (mt): 25
Età (anni): 200-250
Quota Slm (mt): 860

E’ la grande quercia di Carovilli. Si trova in vicinanza di un ristorante che prende il suo stesso nome. Si scorge facilmente dalla strada verso San Pietro Avellana. Un po’ tutti la conoscono nella zona, almeno per coloro che da diversi anni vanno a pranzare al ristorante.  La sua chioma è davvero considerevole. Il tronco  e’ in leggera pendenza e si biforca a circa tre metri d’altezza. E’ talmente regolare la chioma che nel  periodo autunnale distribuisce la sua ghianda in modo sempre “uniforme” sul terreno.

Ecco cosa scrive Valido Capodarca sulla grande quercia di Carovilli:

IL CERRO DI CAROVILLI
Concludiamo il nostro viaggio fra i grandi alberi del Molise con quello che, forse, è esteticamente più valido fra quelli visitati. Purtroppo, questa volta le notizie biografiche disponibili sono poche, per il mancato incontro con un interlocutore debitamente informato. Gli stessi proprietari dell’agriturismo ne hanno il possesso solo da pochi anni. Dobbiamo perciò  limitarci ad alcune osservazioni.
La quercia in questione si trova in comune di Carovilli, nei pressi di una struttura di agriturismo che prende il nome proprio dalla quercia. La circonferenza del suo fusto è prossima ai 5 metri (esattamente 4,96). Il diametro della chioma è di 26 metri, circa 22 se ne possono attribuire all’altezza. Visto dalla strada provinciale, il fusto sembra più esiguo di quanto sia in realtà, per la pronunciata ovalizzazione dello stesso. Solo facendo un giro attorno ad esso ci si accorge della sua imponenza. L’aspetto della pianta è dei più sani, e la sua silhouette è un prodigio di armonia e di simmetria.
In mancanza di notizie storiche, si può solo interrogare la pianta e ascoltare cosa essa ci racconta.  Il fusto è internamente cavo e alla base, sul lato nord, appare un foro alla sua base, poco sopra il livello del suolo. In mancanza di altre interpretazioni circa la sua origine si può solo formulare una ipotesi: che siano stati gli stessi proprietari a praticarlo per fornire un’uscita all’acqua piovana che altrimenti, ristagnando nella cavità del fusto, potrebbe danneggiarlo.  La preghiera che rivolgo agli eventuali lettori che conoscessero questo cerro e le sue vicende biografiche, è di fornirle con un commento.


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