Albero monumentale: Pino nero a Cividale del Friuli (UD)

Segnalato da Adriano Dini – Cividale del Friuli (UD)

Nome comune dell’albero: Pino nero
Nome scientifico dell’albero: Pinus nigra
Altezza stimata (m): 23
Circonferenza (cm): 365
Tipo: Albero singolo
Numero esemplari: 1
L’albero ha un solo fusto?: si
L’albero ha più fusti?: no

Comune di: Cividale del Friuli (UD)
Località: Cividale del Friuli
Indirizzo: via G. Marconi
Indicazioni utili per raggiungere l’albero: Si trova nel il Parco Italia, il giardino pubblico di Cividale…
Proprietà: pubblica

Ambiente Urbano: verde pubblico
La pianta é segnalata per: Valore paesaggistico

Altre informazioni: 46.094663, 13.426634

 

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Si ringrazia per la segnalazione lo staff

Spinete il quercione di località Colle Tommasi

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La grande quercia di Spinete foto di Michele Minotti

L’amico Michele Minotti, studioso e conoscitore attento del territorio e della natura del nostro Molise  mi ha mandato in questi giorni una bella foto del “Quercione” di Spinete in località Colle Tommasi  a quota 590 mslm.  Considerata l’enormità e la bellezza di questa pianta non potevamo non pubblicare la sua foto.  laquerciadispinete1 La stessa  foto di google earth evidenza  un bell’aspetto della quercia che nel 2009 dal censimento che fu avviato nella  regione molise aveva già una circonferenza del tronco di 480 cm.  Come si nota i grandi esemplari si trovano  sempre vicino un casolare abbandonato o vecchi ruderi.  Si raggiunge facilmente dall’abitato di Spinete nella parte a Ovest, la pianta sembra  dominare  con la sua maestosa e regolare chioma i coltivi e le aree circostanti. Sicuramente l’albero ha una lunga  storia da raccontare. Un grazie in particolare a Michele.

Rocchetta a Volturno Frazione Castelnuovo La “Cerqua” della Chiesa, da gli alberi di Valido

Riprendiamo un  post di Valido Capodarca sul nostro gruppo facebook di ottobre 2016 aggiungendo solo qualche foto.

Sono trascorsi tre anni dal mio ultimo (e unico) viaggio fra i grandi alberi del Molise. Il mio pensiero corre a una grande quercia conosciuta quel giorno, grazie alla gentilezza dell’amica Anna Scocchera. Questa pagina, oltre a far conoscere l’albero ai tanti che allora ancora non mi conoscevano, vuol esprimere anche una certa dose di apprensione per le sue sorti. La misura della circonferenza rilevata quel giorno era stata di m. 6,14 di poco inferiore alla sua non lontana sorella di Rocchetta (m. 6,50)  Come ci raccontava la settantasettenne signora Rosa che incontrammo casualmente sul posto e che conosceva la quercia dalla sua infanzia, il nome di “Cerqua de la chiesa” è dovuto sia alla vicinanza alla vicina chiesa dedicata a Santa Lucia, sia al fatto di appartenere alla curia. Alla curia appartenevano anche tutti i terreni situati sia a monte che a valle della quercia. Molti decenni fa – raccontava la signora Rosa – lì dove ora ci sono solo boschi, ognuno aveva il suo pezzetto di terra, coltivato a orto. In particolare vi si coltivava una varietà di fagiolo dalle caratteristiche eccezionali, tanto che veniva effettuata una fiera annuale ad esso dedicata. La quercia, a quei tempi, era in eccellenti condizioni di salute, e i gestori dei vari orti profittavano della sua elevata produzione di ghiande per nutrire i loro maiali.
Tre anni fa, come detto, la grande quercia versava in precarie condizioni: molti rami – molti di più della sua consorella di Rocchetta – erano stati stroncati dalle nevicate, altri, anche di belle dimensioni, già morti, restavano ancora aggrappati alla pianta. Un accurato intervento di risanamento avrebbe potuto prolungarne la vita di alcuni anni. Già, “avrebbe”. E’ stato fatto niente per aiutare la grande quercia? Oppure ha continuato ad essere abbandonata al suo destino? E come sta ora? Confido sulla gentilezza degli amici molisani per conoscere le ultime sulla “Cerqua de la chiesa” di Castelnuovo a Volturno.

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Quercia di Santa Lucia anno 2013

Ecco alcune foto aggiornate al giugno  2015 della  Quercia di Santa Lucia della Frazione  Castelnuovo di Rocchetta a Volturno

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Quercia di Santa Lucia anno 2015

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Quercia di Santa Lucia anno 2015

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Quercia di Santa Lucia a Castelnuovo Frazione di Rocchetta a Volturno

Il Bosco di Feudozzo, un po’ di storia (prima parte)

Più che un bosco, ci piace chiamarla Foresta di Feudozzo, anche perchè fa parte di un ampio complesso boschivo a confine tra l’Abruzzo e il Molise in vicinanza della riserva MAB di Monte di Mezzo. Siamo nellaCartina del Bosco di Feudozzo parte più ad est del  Comune di Castel di Sangro  a confine con i comuni di San Pietro Avellana  Vastogirardi e Rionero Sannitico, in Molise. La Foresta prima era di proprietà dei Borboni e divenne demanio dello Stato nel 1892. Passò, nel 1915, nella Gestione dell’Azienda di Stato delle Foreste demaniali. Dai documenti di archivio dei primi del 900 e dal piano di assestamento del 1948 valevole per il qundicennio 1949-1963 emergono alcuni dati interessanti. Il bosco di Feudozzo fu particolarmente sfruttato in passato per produrre legna. Dei 505 Ettari del 1915, c’erano solo circa 170 ettari di cerreta di  il resto erano pascoli cespugli incolti coltivi e prati. Durante la seconda guerra mondiale il Comune di San Pietro Avellana fu completamemnte distrutto,  la popolazione trovò rifugio proprio in questa foresta. Ci furono quindi eccessivi tagli boschivi per creare zone a pascolo e alle coltivazioni. Siamo in un periodo in cui “la fame” la “disoccupazione” la presenza di manodopera a basso costo portarono allo sfruttamento irrazionale del bosco. Bisognava pur mangiare. Con il piano di assestamento del 1948 furono prescritti degli interventi di ricostituzione boschiva. Nel 1978 l’intero comprensorio di Feudozzo si divise tra Stato, Regione Abruzzo e l’ex Istiuto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo.  La superficie boscata della Foresta di Feudozzo era in quel periodo di circa 500 ettari così distinti:

–  200 ettari di cerreta quasi pura in fustaia transitoria che occupava la parte  a destra del Fiume Vandra che fu avviata ad alto fusto nel 1960-1963  di età di circa 36 anni dove furono rilasciate le matricine di due classi di età di 50-55 anni e di 65-70 anni. Il sottobosco della cerreta era ricco di specie erbacee, arbustive con specie quali Pungitopo, Biancospino, Sanguinella, Rovo, Prugnolo, Pero comune, Ligustro , Berretta del prete, Edera, Vitalba, Euforbia Brachipodio, Maggiociondolo, Euforbia, Sesleria.

– 150 ettari di faggeta mista che si estende nelle alte quote di Monte Pagano

-12 ettari di rimboschimenti utilizzati a scopo sperimentale.

Cartografia del complesso di Feudozzo

Cartografia del complesso di Feudozzo

 

La rinnovazione delle fustaie di Cerro in Molise (seconda parte) quale trattamento?

Nelle fustaie di cerro del Molise spesso si verifica che la pianta non si rinnova facilmente.

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Non siamo ricercatori o professori universitari per dire questo, ma delle volte accade. Il cerro è una pianta  eliofila, (o fotofile (da ϕῶς “luce”) cioè  vive e si sviluppa con la luce diretta del sole in opposizione a quelle che invece amano svilupparsi nell’ombra e che si chiamano  piante sciafile. La ricerca sulle cause della mancata rinnovazione del Cerro, non è facile. Possiamo solo dire che sicuramente l’uomo con un taglio del bosco non ottimale e con la presenza di specie presenti sciafile quali sono il carpino bianco, l’acero campestre, il nocciolo, la sanguinella, il biancospino, che hanno una ripresa vegetativa anticipata rispetto al cerro riescono a dominare, per cui  i “poveri” semi di cerro, che iniziano a germinare, entrando in vegetazione in ombra non crescono facilmente. Il problema della rinnovazione di cerro era stato già  affrontato  da Patrone nel negli anni 40-50 del secolo scorso e in alcuni piani di assestamento forestale adottando nelle fustaie tagli di sementazione piuttosto intensi e suggerendo nel fare recinzioni contro il danno ai semenzali da parte deigli animali al pascolo.  Come indicato dalla Studio del Dr  Paolo Cantiani del 2010:  “Le fustaie di cerro del Molise. Analisi del trattamento del passato per le attuali scelte selvicolturali” pubblicato anche sul nostro sito a cui si rimanda  si legge testualmente :  Ai recenti contributi sull’analisi delle esigenze eco-fisiologiche per la rinnovazione del cerro, non si è affiancata la sperimentazione sulle modalità del trattamento selvicolturale per favorire il processo di rinnovazione naturale delle fustaie di cerro. In pratica, gli auspici di una sperimentazione sul trattamento delle fustaie di cerro, specificatamente per la sua rinnovazione naturale, espressi già da De Philippis in una monografia sulla specie in Italia (1941), non sono stati ancora recepiti. In molti casi ciò ha concorso a determinare il fallimento degli interventi per la rinnovazione delle cerrete in Molise nel corso degli ultimi decenni. Vista la carenza di sperimentazione sulla selvicoltura delle fustaie di cerro, diventa di particolare importanza l’analisi delle scelte del trattamento delle cerrete operate dall’assestamento forestale nel corso del secolo scorso.

Si Conclude nello studio, a cui occorre dare secondo noi attuazione visto ancora l’importanza economica delle fustaie :  “Le fustaie di cerro del Molise rappresentano un valido e utile laboratorio per la sperimentazione sul trattamento della specie in Appennino. La persistenza nel territorio regionale della funzione produttiva di questa formazione, pur con variazioni nella tipologia di assortimenti prodotti per le diverse richieste del mercato nel tempo, ha fatto sì che le cerrete molisane siano state, e siano tuttora attivamente gestite. L’analisi critica della gestione del passato dimostra la validità tecnica e la sostenibilità del trattamento a tagli successivi delle cerrete quando correttamente applicato. Elementi critici nella gestione delle cerrete si sono evidenziati in seguito al loro sfruttamento eccessivo e irrazionale. I trattamenti assimilabili al taglio a scelta rappresentavano in realtà una selvicoltura non regolata, basata esclusivamente sullo sfruttamento massimo della risorsa senza alcuna considerazione colturale riguardo all’effetto nel lungo periodo. Evidenze di insuccesso della rinnovazione naturale si sono palesate laddove il carico del pascolo domestico superava la sostenibilità del bosco, nei casi in cui il trattamento si limitava al prelievo indiscriminato e non regolato del prodotto e in seguito a tagli di rinnovazione troppo poco incisivi. La funzione della pianificazione forestale è stata per le cerrete del Molise determinante per la codifica di un trattamento efficace e per la continuità nel tempo delle scelte selvicolturali. Si ritiene che la tecnica di rinnovazione del trattamento a tagli successivi possa essere ancora oggi lo strumento migliore per garantire la perpetuità delle cerrete, e rappresenti quindi l’elemento gestionale più efficace per la stabilità delle stesse formazioni.

Opportune migliorie al trattamento potrebbero essere focalizzate alle cure colturali:(i) diversificazione dei criteri di diradamento allo scopo di aumentare il grado di diversità specifica delle cerrete, laddove possibile; (ii) evitare il prelievo dei migliori fenotipi a scopo commerciale in fase di diradamento a vantaggio di una selezione dei migliori portaseme per la fase di rinnovazione; (iii) contenere la vigoria del piano dominato a prevalenza di carpino tramite accorgimenti colturali da effettuarsi in concomitanza col diradamento. Accortezze sul taglio di rinnovazione possono riguardare il contenimento delle dimensioni delle tagliate e la pianificazione più articolata delle utilizzazioni in modo da accrescere il più possibile la diversità delle strutture nello spazio. Attualmente nei boschi del Molise il carico della fauna selvatica è contenuto entro limiti sostenibili, mentre il pascolo in bosco dei domestici è limitato a sporadici boschi privati. Queste condizioni permettono di poter operare le scelte selvicolturali senza il limite della squilibrata concorrenza da parte della fauna. Si ritiene utile implementare la ricerca sperimentale sul trattamento della rinnovazione delle cerrete

Fonte: Ann. CRA – Centro Ric. Selv. – Vol. 36, 2009 – 2010: 25 – 36 35 P. Cantiani, F. Ferretti, F. Pelleri, D. Sansone, G. Tagliente