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Una vecchia intervista a Valido Capodarca il custode degli alberi monumentali

Riprendiamo una vecchia intervista del 2010 a Valido Capodarca dal sito Florablog

Senza Valido Capodarca e il suo amore per gli alberi monumentali forse oggi saremmo tutti un po’ più poveri. Nata quasi per caso alla fine degli anni settanta, la sua passione per queste piante è andata a colmare una grave lacuna del nostro patrimonio ambientale che, fino ad allora, non contemplava nessun elenco o censimento degli esemplari di alberi cosiddetti “monumentali”, ritenuti cioè, per un motivo o per un altro, di grande valore, non solo naturalistico ma anche culturale.

E così, a partire da quegli anni, ufficiale dell’esercito di stanza a Firenze (come spesso succede nella vita, le passioni non coincidono di solito con la principale attività lavorativa), Capodarca ha cominciato a ricercare, fotografare e misurare questi monumenti della natura fino a raccogliere materiale sufficiente per un primo libro (Toscana, cento alberi da salvare – Vallecchi Editore – Firenze – 1983) e a dare di fatto il via a un censimento degli alberi monumentali a livello nazionale e soprattutto a far nascere verso questi esemplari quella coscienza e quella sensibilità che oggi paiono acquisite ma che già pochi anni fa erano poco considerate.
Visto che anche questo blog si interessa all’argomento ho approfittato della gentilezza di Valido Capodarca per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza. Ne è nata un’intervista a distanza che vi consiglio caldamente di leggere perché è ricca di spunti, aneddoti e insegnamenti davvero interessanti, oltre a contenere un’imperdibile quanto “sofferta” (perché comunque incompleta) top ten degli alberi monumentali d’Italia da vedere assolutamente.

Innanzitutto qualcosa su di lei: chi è Valido Capodarca?
Sono nato a Porchia, frazione di Montalto Marche, l’8 agosto 1945 (due giorni dopo la bomba di Hiroshima e un giorno prima di quella di Nagasaki). Sono sposato e ha due figli, una femmina di 37 anni e un maschio di 33. Ho trascorso l’infanzia a Ortezzano (AP), la giovinezza a Fermo (AP), laureandomi in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l’Università di Macerata. Nel 1970 ho intrapreso la carriera militare quale Ufficiale del Corpo Automobilistico dell’Esercito, facendo servizio per 3 anni a Roma e 27 anni a Firenze. In pensione dal primo gennaio 2001, sono tornato ad abitare a Fermo dove coltivo il mio campicello di 3000 mq, faccio volontariato come autista della Croce Verde Valdaso, suono la tastiera nel complesso orchestrale “I Diamanti”, canto nella corale San Bartolomeo di Campofilone nella sezione tenori e soprattutto continuo a scrivere libri (tre libri sono stati pubblicati dopo il pensionamento e un quarto è in fase di pubblicazione) e tengo conferenze sul tema dei grandi alberi.

Quando e perché è nata la sua passione per gli alberi monumentali?
La passione per gli alberi nacque in un giorno del 1978 quando, partecipando a un’esercitazione con carri armati nella zona di Monteromano, vidi un carro che buttava giù senza pudore alcuni alberelli. “Povere querce!” esclamai.
“Ma tu riconosci gli alberi? – mi chiese il mio collega, tenente Vellico – per me sono verdura e basta!” Certo che li conosco – risposi – quasi tutti!”. Poi, fra me, dovetti riconoscere che, se mi guardavo intorno, avrei saputo dare un nome a nemmeno il 10 per cento degli alberi che incontravo. Così acquistai il libro “Conoscere gli alberi” di G. Voghi, e cominciai a guardarmi in giro per dare un nome a ogni albero. Andando in giro con i miei bambini, feci loro delle foto accanto ad alcuni alberi che mi avevano colpito per le loro dimensioni e misi le foto negli album di famiglia. Una sera, riordinando gli album, mi accorsi che c’erano tre foto di altrettanti grandi alberi e mi venne l’idea di riempire un album con questi soggetti. Dapprima mi recai a fotografare i due o tre che conoscevo già, poi cominciai ad informarmi su dove avrei potuto trovarne altri e a cercare pubblicazioni sul tema. Con mia sorpresa, mi accorsi che non esisteva alcuna pubblicazione, non esistevano elenchi di censimenti effettuati, né presso la forestale né presso la soprintendenza ai monumenti. Perciò il censimento me lo feci da solo, domandando a parroci, a gente anziana, ad agenti delle stazioni forestali, a chiunque.
Per curiosità, cominciai a misurare gli alberi che trovavo e, man mano che li mettevo nell’album, scrivevo accanto alle foto la località, le misure, l’età presunta, e tutte le curiosità che la gente mi raccontava. Presto un album non bastò più, e ne feci due, uno per la Toscana, uno per le Marche, poi non bastarono più neppure quelli, e ne feci uno per ogni provincia. Le annotazioni si arricchivano, diventando dei testi di una certa ampiezza, fino a che mi accorsi che in pratica avevo scritto dei libri. Ragruppando le province, sarebbe venuto un libro per la Toscana e uno per le Marche. Su suggerimento di un amico, inoltrai la proposta alla Casa Editrice Vallecchi, che apprezzò l’idea e fece uscire il mio primo libro “Toscana,cento alberi da salvare”; l’anno dopo, a seguito del successo del primo, uscì quello sulle Marche, seguito da altri ancora.

Quali sono le sue opere sull’argomento?
Toscana, cento alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze – 1983
Marche, cinquanta alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze, 1984
Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze, 1986;
Abruzzo, sessanta alberi da salvare
 – Edizioni Il Vantaggio – Firenze, 1988;
Alberi Monumentali di Firenze e Provincia
 – EDIFIR- Firenze 2001
Alberi Monumentali della Toscana
 – EDIFIR – 2003
Alberi Monumentali delle Marche
 – Scocco Editore – Macerata, 2008
In fase di realizzazione: Alberi Monumentali del Lazio – Casa Editrice Aracne, data prevista 2010.
Ho scritto, inoltre:
Ultime voci dalla Grande Guerra (1915-1918) – Brancato Editore – Firenze 1991
Immagini ed Evoluzione del Corpo Automobilistico – in tre volumi – ROMA 1994,1995

Cosa ci insegnano gli alberi monumentali?
Gli alberi monumentali non hanno pretesa di insegnarci nulla. Sono creature miti, ci chiedono solo di esistere e ci ricambiano con la loro bellezza. La loro bellezza è la loro unica difesa, ma non sempre è sufficiente.
A saperli leggere, ci saprebbero raccontare tante cose del nostro passato. Una volta capitai con un esperto maresciallo forestale vicino a un vecchio cipresso. Io non vi leggevo quasi nulla; invece il maresciallo cominciò ad esplorare ogni traccia e, pur senza conoscere la pianta, me ne seppe raccontare tutta la vita: quanti anni aveva, quante malattie aveva avuto, incidenti subiti, interventi effettuati ed epoca degli stessi, ecc. Alla fine il cipresso era diventato un libro aperto.

Nel Paese del cemento e delle frane, dove il 70% del territorio è a rischio idrogeologico (fonte Legambiente), che spazio possono trovare questi “miracolati” della Natura?
È ovvio che da solo, un grande albero può poco, anche se certamente può più di un albero comune. Il mio paese d’origine, Porchia, si dice sche si regga sulle radici di una enorme quercia abbattuta 57 anni fa. Il paese sorge, infatti, su una rupe di arenaria, fiancheggiata da due fossi che confluiscono nello stesso punto nel torrente Menocchia. Proprio sotto Porchia, nel pendio che scende verso il fosso di destra, chiamato Munata, c’era questa enorme Quercia chiamata, appunto, Lu Cerquò (il Quercione). Esso venne abbattuto nel 1953, per essere venduto ai cantieri di san Benedetto del Tronto ma, una volta tagliato, nessuna macchina riuscì mai a recupararlo dal fondo del fosso dov’era precipitato e costituì riserva di legna per i porchiesi per diversi anni. Qualche anno dopo, un porchiese effettuò degli scavi nella sua cantina situata sul pendio del fosso di destra, cioè dall’altra parte del paese, e rinvenne delle radici, ancora fresche, che provenivano dalla parte opposta.
Erano proprio le radici del Quercione che avevano attraversato tutta la collina ed erano sbucate dall’altra parte (distanza, più di cento metri). In pratica, l’apparato radicale del Quercione ha costituito un graticcio sotto il paese che lo garantisce dalle frane.
Immaginiamo in quale misura la presenza di dieci alberi di quella sorta avrebbero impedito le recenti frane di San Fratello e di Maierato.
C’è da aggiungere che, essendo arrivati alla loro età e alle loro dimensioni, devono possedere un patrimonio genetico non comune. Potrebbero perciò essere usati i loro semi o le loro talee per produrre individui più resistenti. Questo è stato fatto, ad esempio, dal Corpo Forestale, con l’Olmo di Campagnola Emilia, albero colossale e bellissimo il quale, non si sa perché, è sopravvissuto alla grafiosi che ha sterminato tutti gli olmi, grandi e piccoli, del nostro Paese.

È ancora possibile, nell’Italia del 2010, scoprire un nuovo esemplare di albero monumentale?
Quando mandai alle stampe il mio primo libro, domandai al maresciallo forestale Urbano Livi, della stazione forestale di Siena, se qualche albero avrebbe potuto essermi sfuggito. “Lei potrà cercare per venti anni – mi rispose il sottufficiale – poi, quando sarà convinto di averli trovati tutti, uscirà fuori qualcuno a segnalarle un grande albero che le sarà sfuggito”. Profezia azzeccatissima. Non da 20 anni, ma da 30, giro le Marche e ricevo informazioni da decine di persone. Avevo appena ritirato dall’Editore Scocco il libro fresco di stampa, frutto di questi 30 anni di ricerche e stavo tornando a casa quando, scendendo da Macerata (città dove avevo frequentato l’Università e che conoscevo come le mie tasche, o credevo di conoscere), dentro un giardino vidi una quercia fuori del comune: quasi 5 metri di circonferenza e
un aspetto antichissimo, di almeno 500 anni. Dov’era stata fino a quel momento? Eppure non è che fosse tanto nascosta, stava dentro un giardino pubblico, circondata da giochi per bambini. Ed era sfuggita perfino all’ufficio ambiente del Comune, che aveva censito gli alberi di Macerata, e su quelli più importanti aveva apposto dei cartelli  informativi. Tra qualche giorno andrò in provincia di Rieti, a fotografare alcuni alberi (già noti) per il libro sul Lazio, e sono certo che nel corso del viaggio farò qualche nuova scoperta.

In conclusione, ci dica almeno 10 alberi del nostro Paese da vedere assolutamente
È, questa, forse la domanda più difficile. Perché qualunque albero io metta fra i primi dieci in Italia, poi avrei il rimorso per quelli che ho tralasciato. Comunque, collocato al primo posto, per età e fama, direi il Castagno dei Cento Cavalli, a Sant’Alfio (CT), poi citerei l’Olivastro di Luras (SS), il Platano di Caprino Veronese, la Roverella di Patrica, il Ficus di Piazza Garibaldi a Palermo, i Larici della Val d’Ultimo (BZ) e poi il Tiglio di Macugnaga, sul Monte Rosa, il Platano di Villa Olmo a Como, la Quercia di Bertiolo (PN) e il Platano di Curinga (CZ).

 

Un ulteriore dubbio: ma la definizione giuridica di albero monumentale serve?

Un ulteriore dubbio: siamo sicuri che è meglio prevenire, tutelare, conservare, valorizzare o è meglio non conoscere, non segnalare gli alberi “monumentali” inseriti nel paesaggio con l’intricato meccanismo legislativo nazionale e regionale e adesso (anno 2013) anche comunale? Serve parlare di definizione giuridica di albero monumentale?

Facciamo una breve  storia legislativa nazionale

Per gli alberi monumentali l’anno 2008 doveva  essere ricordato come l’anno dei Decreti Legislativi. 62 e 63 relativo ai beni culturali, che sulla scorta dei principi espressi dalla Corte Costituzionale, che apporta modifiche al D. Lgs. n. 42 del 2004 «Codice dei beni culturali e del paesaggio», adeguano, tra l’altro, la definizione di «Paesaggio» a quella adottata nel 2000 proprio dalla Convenzione Europea sul Paesaggio ratificata dalla Repubblica Italiana con Legge del 9 gennaio 2006, n. 14. Specialmente per quanto riguarda il D. Lgs. n. 63, (Paolo Caramalli www.aisfit) (Come al solito le leggi sono sempre modificabili integrate variate aggiornate minimo 7-10 volte nel giro di pochi anni)

Per i tecnici e per gli operatori della selvicoltura e del verde, e per noi che ci occupiamo un pò per diletto e a tempo perso di  alberi monumentali, tutti dovrebbero sapere (forse) che queste i piante  possono essere dichiarati di notevole interesse pubblico e quindi annoverati nell’elenco dei beni paesaggistici, al pari dei complessi archeologici (Colosseo) , delle ville (ville Toscane, Tivoli, Venete  ecc..) , dei castelli (Monforte di Campobasso, Monteroduni, di Venafro  ecc..  e dei centri storici di maggior pregio (Firenze, Venezia, Roma ecc.. ).

Nel 2013 la legge 10 del 14/01/2013 entrata in vigore il 16/02/2013 articolo 7 doveva creare un omogeneità al  quadro normativo sulla tutela dei grandi alberi definendo giuridicamente un albero monumentale Ecco cosa dice la legge: 1. Agli effetti della presente legge e di ogni altra normativa in  vigore nel territorio della Repubblica, per «albero monumentale» si  intendono:

a) l’albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni  boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l’albero  secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di  maestosita’ e longevita’, per eta’ o dimensioni, o di particolare  pregio naturalistico, per rarita’ botanica e peculiarita’ della  specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie  rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali;
b) i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico,  monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei  centri urbani;
c) gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.

Belle parole ma come si fa a classificare e dire quello è un albero monumentale e quello no?

Per noi ha complicato tutto. La legge fornisce la definizione giuridica di albero monumentale (ogni regione ha la sua definizione giuridica e adesso ogni comune dirà la sua) a cui le regioni devono adeguarsi entro un anno. I  comuni devono censire gli alberi monumentali.  E quali comuni si  mettono a censire alberi monumentali e con quali criteri: quelli regionali nazionali o con criteri per proprio conto?

Inoltre nella legge si legge (scusate il ripetere)  Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge,( sono passati 10 mesi siamo a novembre 2013)   con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e  forestali,(1) di concerto con il Ministro per i beni e le attivita’  culturali (2) ed il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, (3) sentita la Conferenza unificata (4) di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive  modificazioni, sono stabiliti i principi e i criteri direttivi per il  censimento degli alberi monumentali ad opera dei comuni e per la  redazione ed il periodico aggiornamento da parte delle regioni e dei  comuni degli elenchi di cui al comma 3, ed e’ istituito l’elenco degli alberi monumentali d’Italia alla cui gestione provvede il Corpo forestale dello Stato.

Come al solito si devono aspettare i “principi” e i criteri” da parte di 3 Ministeri e della Conferenza unificata. Poi i comuni devono fare il censimento, il periodico aggiornamento avviene da parte delle regioni, e infine  per la gestione provvede il Corpo Forestale dello Stato. Noi non abbiamo capito nulla. Passeranno altri 20 anni, ma i grandi alberi possono aspettare. Inoltre con l’entrata in vigore della legge Nazionale le 26 leggi regionali e le Delibere di Giunta (vedi sito corpo forestale)  già tra loro diverse che fine fanno? Si crea il cosiddetto “vuoto legislativo” ?

Come afferma Chiara Lisa nel 2011 in un o studio (Fonte sito corpo forestale dello Stato)  è importante evidenziare come l’evoluzione giuridica (dal 1939 ad oggi), tesa alla tutela degli alberi monumentali del nostro Paese, manchi di omogeneità nell’attribuire un valore ad un bene così importante e ciò rende difficilmente accettabile il fatto che un albero monumentale sia maggiormente tutelato e valorizzato in alcuni  luoghi rispetto ad altri. Ad un albero che racconta parte della nostra storia, infatti, dovrebbe essere consentito di essere “albero” e “storia” in qualsiasi luogo esso si trovi.

Anche per noi sarebbe auspicabile ma pare che la legge nazionale sta avendo effetti contrari o nessuno effetto e non è applicata ancora. Le regioni hanno un proprio elenco di alberi monumentali ormai non più valido perchè con definizione giuridica di albero monumentale diverso da quello dettato dalla ‘art. 7 della legge 10/2013 . Il Corpo Forestale per fare la “gestione” attende che i comuni e le regioni facciano qualcosa  per il censimento degli alberi monumentali. Ma i Comuni e le regioni non possono fare il censimento se non si stabiliscono i principi e i criteri per il censimento. E’ il solito gatto che si morde la coda. A che serve quindi definire giuridicamente un albero monumentale ?

R fajone – L’emozione di Valido Capodarca

Riprendiamo con grande emozione ciò che ha scritto Valido Capodarca nel nostro gruppo facebook (molisealberi).

Il RE FAJONE – CHE EMOZIONE!

Può capitare anche a un incallito cercatore di alberi, di emozionarsi, anche dopo 34 anni di ricerche e migliaia di grandi alberi esplorati, visti, toccati. Può capitare, quando si ha la ventura di trovarsi al cospetto di “Sua Maestà” il Re Fajone, dopo averlo in precedenza solo conosciuto di fama, o in foto.
L’eccezionale personaggio abita a Vastogirardi (IS) e lo si raggiunge attraverso un agevole cammino di mezz’ora a piedi, lungo un sentiero che parte dalla Masseria San Nicola, un edificio che si trova lungo la strada che porta da Vastogirardi a San Pietro Avellana.
La circonferenza del suo fusto, rigorosamente misurata all’altezza di m. 1,30 dal suolo, è di m. 7,23. Salvo smentite che non si vede da quale parte possano arrivare, si tratterebbe del record italiano, e forse europeo, per un faggio con fusto monocormico. L’altezza complessiva dell’albero è di circa 40 metri.
Lo stato del fusto risente della non lieve età e si presenta con ampi vuoti all’interno. Lungo il fusto, alto non meno di venti metri, in alcune cavità con legno marcio si sono annidati degli sciami di vespe.
L’albero è meta di numerose visite e spesso è la nostra accompagnatrice, Anna Scocchera, a far loro da guida, riscontrando sempre lo stesso stupore e gli stessi elogi da parte dei visitatori. Di recente il comune ha voluto agevolare l’avvicinamento al gigante costruendo una utile e non impattante gradinata con tronchi di legno sugli ultimi quaranta metri (i più ripidi) del percorso.
A proposito del nome di Re Fajone, è la stessa Anna Scocchera a informarci che esso è dovuto a un equivoco generato da un giornalista. In realtà, il nome originario sarebbe “Faone” , ma la pronuncia locale inserisce una lieve “i” fra la “a” e la “o”; abbiamo così: Fajone. Per maggiore esattezza, la dicitura fa precedere il nome dall’articolo determinativo “il”, che, in gergo locale si dice “r”. Perciò “Il Faggione” diventa “’R Faione”. Intorno al 1980, un giornalista, involontariamente, aggiunse una “e” alla R e il nome divenne “Re Fajone”. Oggi si sta cercando di far tornare in auge il nome originario, apponendo dei cartelli con scritto “Faone” lungo il percorso. Il mio consiglio è di lasciare invariato il nome corrente: Il Re dei faggi italiani, ha ben il diritto di fregiarsi del titolo.

Un sentito grazie a Valido Capodarca che ci ha raggiunto qui in Provincia di Isernia per  parlare e scrivere di grandi alberi.

Ecco la video intervista di Fabrizio Fusco.

 

R fajone

Ai margini del bosco

Riportiamo un vecchio articolo di FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI – da altromolise del 13/01/2008 dal Titolo “Ai Margini del Bosco” che noi abbiamo un po’ integrato.

La classificazione dei boschi è incerta e, allo stesso modo, è incerta la delimitazione della fascia di rispetto larga 50 metri stabilita nei piani paesistici. I margini sono una parte della superficie forestale alla quale  solitamente non si pone attenzione, mentre invece essi costituiscono un ambiente di grande interesse.

Essi  contribuiscono ad arricchire l’ecomosaico del bosco, il quale si presenta suddiviso in porzioni di differente età, dimensioni e densità ed è inframmezzato da superfici erbose e da terreni inselvatichiti con copertura boschiva.  Non si tratta di fatti singoli in quanto essi vengono a formare un insieme in cui i vari componenti possono essere collegati tra di loro e separati da spuntoni rocciosi, piccoli rivi, scarpate e sentieri. In questo modo i margini dei boschi hanno una particolare importanza perché rappresentano la fascia di transizione con la  campagna aperta.

Nelle zone poste ai margini dei complessi boscati si hanno, data la minore fittezza degli  alberi, migliori condizioni di luminosità la quale permette la crescita di una molteplicità di specie vegetali superiore a quella che si ha all’interno del bosco, favorendo la sua articolazione strutturale. In definitiva i margini evitando che il passaggio tra due differenti tipi di biotopi, il bosco e la campagna coltivata, sia  eccessivamente netto, bensì che sia graduale, e, perciò, hanno un notevole valore ecologico.

Ai margini dei boschi si collocano spesso i campeggi o le aree pic-nic perché gli ambiti boschivi sono i più attraenti per la ricreazione all’aperto; la presenza di attrezzature ricreative in prossimità dei terreni è, però, potenzialmente una causa di incendi, specie quando si tratta di pinete o abetine che sono popolamenti arborei di resinose. Un altro pericolo viene dalla vicinanza di aziende in cui si pratica ancora la bruciatura delle stoppie. Un  rimedio è rappresentato dai viali tagliafuoco i quali possono coincidere con i margini del bosco con i quali  hanno in comune la ridotta vegetazione. I margini per la loro natura di strisce di terreno a cavallo tra realtà  distinte sono caratterizzati da ambiguità e, quindi, non sono facilmente definibili. Una difficoltà che del resto,  riguarda il bosco nella sua generalità.

La definizione di bosco è divergente da un sistema di rilevazione all’altro per cui l’estensione forestale in  Italia calcolata dall’ISTAT è molto diversa da quella che scaturisce dal Censimento dell’Agricoltura effettuato  dal Ministero per le Politiche Agricole. Non esiste un vero e proprio catasto forestale né su scala nazionale  né su quella regionale. Sarebbe necessario un inventario che potrebbe utilizzare i dati forniti dalle carte  topografiche e dai piani di assestamento dei boschi.

Un catalogo sistematico e continuativo dovrebbe essere  basato sul rilevamento satellitare il quale assicura una ricognizione fotografica periodica del territorio  evidenziando i processi di trasformazione in atto; si potrà così stare al passo con la dinamicità della  situazione forestale poiché i boschi nel Molise stanno in costante, seppur lenta, espansione. Un problema  nella ricognizione da satellite è dato dalle zone in ombra che sono molto frequenti in terreni di montagna come sono quelli molisani; inoltre va sottolineato che i rilievi da satellite non possono sostituire del tutto quelli compiuti a terra, cioè quelli classici.

La normativa che vige qui da noi in molise è, la legge regionale n. 6 del 2000, che definisce il bosco in base ad alcuni parametri (per noi molto aleatori)

Tra questi vi è quello della superficie minima che è di mq. 2000, quello della sua larghezza, per quanto riguarda la vegetazione ripariale, che è di m. 20, sul grado di copertura che deve essere il 25%  dell’intera superficie (si tiene conto pure del fenomeno della frammentazione della superficie forestale perché anche macchie boschive inferiori a questa dimensione purché a distanza inferiore a m. 70 da un bosco sono considerate boschi). Quest’ultimo criterio è legato ad una concezione del bosco come risorsa legnosa che altrove fa riferimento alla massa legnosa per unità di superficie o addirittura al numero di tronchi. Ciò porta a classificazioni divergenti perché vi sono boschi ricchi di legname, boschi radi ed arbusteti, boschi formati da specie arboree dal rendimento elevato oppure terreni rinselvatichiti che anche quando rientrano tra i boschi hanno una scarsa produzione legnosa.

Sulla scorta di quanto sopra i limiti di un bosco diventano estremamente incerti e, così, fissare i margini  diventa un’operazione davvero ardua e ciò si traduce in una forte insicurezza nell’applicazione della  disposizione contenuta nei piani paesistici dei 50 metri della fascia di rispetto dai boschi; va precisato che questa norma precede la legge forestale regionale e, pertanto, non ha potuto tener conto dell’attribuzione della definizione di bosco anche ai suoli con basso popolamento erboso quali sono, appunto, i margini come si è visto prima. In altri termini si vuole dire che la fascia di rispetto prescritta nella pianificazione paesistica  non poteva che mirare a salvaguardare le parti estreme delle superfici boschive le quali sono state  ricomprese successivamente con la legge più volte citata nella classificazione di bosco e, pertanto, tale vincolo, la striscia di m. 50 di inedificabilità, ha, in un certo senso, perso di significato.

In conclusione l’inedificabilità per noi di molisealberi non esiste ai margini dei boschi.

Alcuni alberi di San Francesco

Come scritto nel nostro gruppo di facebook dal più famoso cercatore di alberi, Valido Capodarca: “Il primatista assoluto, in Italia, in quanto ad alberi dedicati al proprio nome, è certamente San Francesco. Fra Centro e Nord Italia sono almeno una decina gli alberi che lo ricordano”. Noi di molisealberi riprendendo un po’ di spunti bibliografici abbiamo fatto un elenco di tre alberi di San Francesco, con una breve descrizione. Oggi tutto è dedicato a San Francesco.

Partiamo da Assisi località Eremo delle Carceri. Qui ci sono due lecci censiti nel 2008 dalla Regione Umbria indicati con codice pianta 001 e 002. Il primo ha una circonferenza di cm 200 altezza mt 5 larghezza chioma mt 4. Il secondo circonferenza di cm 360 altezza mt 21 larghezza chioma mt 16. Storie e miracoli si associano a questi luoghi dove Francesco pregava e contemplava. Boschi di leccio grotte e pietre sono i testimoni della vita del Santo di Assisi.

Leccio Eremo delle Carceri

Andiamo ora  a Rivodutri in provincia di Rieti frazione Cepparo a quota intorno i 1230 mtslm dove c’è un faggio con una forma particolare con rami che si intrecciano  ad ombrello dove la leggenda narra che Francesco si riparò da un temporale. Le dimensioni dell’albero sono  8 mt di altezza, la circonferenza è di 400 cm  L’età oscilla intorno ai 250 anni (Fonte: Alberi monumentali del Lazio di Valido Capodarca).  Capodarca lo definisce: originalissimo, un gigantesco cespuglio con i tronchi più grandi un po’ rovinati oggi come “radice quadrata” di una pianta madre (vecchio faggio di San Francesco che sta morendo ) in un nuovo faggio di San Francesco.

Si tratta comunque di fusti obliqui con rami contorti. Se l’albero ha 250 anni e San Francesco è vissuto 800 anni fa, qualcosa non quadra, ma a noi piacciono le leggende sugli alberi di San Francesco. Ci avviciniamo alle sue creature (non solo gli alberi), alla sua spiritualità, alle sue Lodi, al Creato, alla Natura, alla nostra sorella e madre Terra; “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. Questo faggio forse è un discendente di quello originario. E’ stato, in questi 800 anni, sempre un faggio un po’ particolare e magico, come dalla foto, e a noi basta questo.

Il Faggio di San Francesco

Dopo il leccio e il faggio uno dei dieci monumenti della natura da non perdere in Italia come dice Tiziano Fratus nel suo manuale del: “Perfetto cercatore di Alberi è il cipresso di San Francesco a Verrrucchio in provincia di Rimini. La targhetta dell’albero dice: Piantato da San Francesco nel 1213. Età 800 anni.” Circonferenza base cm 530. Altezza 25 mt.

Che dire di questo Cipresso, qui intorno all’albero e nel chiosco del Convento di Santa Croce si respira aria miracolosa. E’ una rarità anche per gli studiosi di alberi. Possiamo dire, qui si ferma un po’ la scienza che  cede il posto alla fede e alla religione. Se non vuoi ardere, cresci ? diceva Francesco al suo bastone che non riusciva a bruciare. Così buttandolo a terra  nacque il nostro Cipresso. L’albero oggi sta ancora in piedi  dopo aver perso la cima e grazie anche ad  alcuni sostegni. Il tronco è  legato con filo di ferro e una cintura arrugginita.  

Tiziano Fratus, osservatore attento di alberi, dice che nel 1800 la cintura arrugginita era stata applicata per poter tenere insieme le diverse branche, dopo che i soldati napoleonici tentarono di bruciarlo. Questo Cipresso, si legge dai giornali di oggi, è stato clonato per donarlo all’attuale papa Francesco. E’ uscita una piantina alta 40  centimetri diretta discendente del cipresso che 800 anni fa piantò San Francesco.

Un Albero forte, storico, leggendario, miracoloso, favoloso, imponente non ci vengono in mente altri aggettivi. Ci sono altri Cipressi di età superiore a 600-700 anni Capodarca classifica al secondo posto quello di Toffia (messo un po’ male) in provincia di Rieti e Fratus un cipresso alle cinque Terre in Liguria di 800 anni e a Grizzana in Provincia di Bologna in frazione La Scola  con circonferenza di cm 550 Si tratta quindi di Cipressi che per circonferenza e per altri parametri arrivano all’età in cui visse San Francesco. Continueremo nei prossimi giorni a parlare di grandi alberi di San Francesco e delle loro storie e leggende.

Il cipresso di San Francesco

Il Giardino dei Patriarchi da frutto dell’Unità d’Italia

Venti regioni, venti patriarchi da frutto grazie all’Associazione Patriarchi della Natura d’Italia a villa dei Quintili a Roma.

Ecco i venti Patriarchi da frutto che, regione dopo regione, rappresentano, i suoi diversi paesaggi e ambienti, con piante  secolari o addirittura millenarie.

Valle d’Aosta: pero Brusson (il pero più grande e vecchio della Val d’Aosta)
Piemonte: melo PUM dal Bambin (uno dei meli più grandi del Piemonte)
Liguria: olivo di San Remo millenario (l’olivo più antico della Liguria)
Lombardia: ciliegio di Besana in Brianza (forse il ciliegio selvatico più grande d’Italia)
Trentino Alto Adige: melo di Fondo (il melo più vecchio d’Italia e forse d’Europa)
Friuli Venezia Giulia: melo di Campone (il più grande del Friuli) 150 anni,
Veneto: Olivo di San Vigilio (olivo millenario sulle rive del Garda)
Emilia Romagna: cotogno antico Faenza (fra i più vecchi d’Italia, produce frutti quasi privi di tannino che si mangiano come mele)
Toscana: corniolo di Montieri (fra i più grandi d’Italia)
Marche: olivo di Campofilone (fra gli olivi più longevi delle Marche)
Umbria: Noce di Poggiodomo, Perugia, (il più grande d’Italia di oltre 5 metri di circonferenza)
Abruzzo: fico Reginella di Bucchianico (antica varietà locale)
Molise: olivo di Venafro (millenario, coltivato già in epoca romana)
Lazio: melograno di Roma (San Giovanni in Laterano, fra i più vecchi d’Italia)
Campania: vite di Taurasi (vite plurisecolare e di dimensioni enormi)
Puglia: fico di Otranto (varietà autoctona, fra le più antiche)
Basilicata: olivo maiatica di Ferrandina (olivo millenario, il più antico della Basilicata)
Calabria: vite Mantonico di Bianco (vitigno risalente all’epoca magno-greca)
Sicilia: vite Corinto Bianco (vitigno portato in Italia dai Greci oltre duemila anni fa)
Sardegna: olivo Luras (3800 anni, il più antico d’Europa, 13 metri di circonferenza)

Fonte: Associazione Nazionale Patriarchi della natura d’Italia

Una Giornata con i Grandi Alberi all’Ortobotanico di Roma

Premesso che, una dettagliata relazione sugli alberi dell’Ortobotanico di Roma è stata già scritta da Tiziano Fratus nel suo sito dedicato ai cercatori di alberi www.homoradix.com e che Loreta Gratani Direttrice dell’Ortobotanico nello splendido Libro “L’orto botanico di Roma”, parla di alberi monumentali, anche noi, di molisealberi, abbiamo voluto raccontare una giornata in compagnia di alcuni grandi alberi. Da non esperti ci siamo un po’ documentati. Quando si va nel Lazio e a Roma a vedere gli alberi dobbiamo citare anche Antimo Palumbo e la sua Associazione “l’Adea” a questo link.
Il File pdf può essere scaricato qui o anche su scribd.

Giganti verdi, le Sequoie anche in Molise?

Campobasso metasequoiaCi sono sulla terra alberi giganti. Come e perché il gigantismo è più diffuso tra le piante ? Come fa una pianta a crescere fino a quasi 120 metri d’altezza? Non abbiamo una risposta univoca. Anzi meglio non rispondere o si risponde facilmente: “Sono i segreti e la forza della Natura”. E l’argomento è chiuso.  Parlare di alberi giganti, vengono in mente  le Sequoie della California o meglio quelle del  dell’Humboldt Redwoods State Park.

Proprio in questo parco nazionale ci sono gli esseri viventi più alti del mondo. Qui c’è Hyperion una Sequoia Sempervirens scoperta nel 2006 da due naturalisti la cui altezza è stata accertata essere di 115,55 metri (precisione estrema). Sempre in California ma nel Parco nazionale delle Sequoie c’è il conosciutissimo Generale Sherman che non è una Sempervirens ma una Sequoiadendron gigantea, Lindl (Sequoiadendron giganteum, Buchholz)   con una altezza di circa 84 metri  un volume di circa 1500  metri cubi e il peso in 2000 tonnellate, numeri da  “brividi”. Questo  è considerato l’albero più grande del mondo.

Precedentemente il record di altezza apparteneva alla sequoia Helios, alta 114,30 metri, anch’essa situata nel  Parco nazionale di Redwood. Siamo comunque sempre in California. Un albero gigante  ha bisogno di una grande quantità di acqua che deve poter sollevare dalle radici fino alla foglia più alta. Nelle sequoie pare che una goccia d’acqua ci mette un mese per arrivare in cima.

In Italia forse quella più grande l’ha incontrata ultimamente alle porte di Biella, in località Chiavazza, Tiziano Fratus descrivendola egregiamente. Ma Fratus ha descritto molte sequoie anche nel suoi Piemonte in molti Parchi, a Merano a Reggello e cosi via. Ma le sequoie che ha descritto “l’Uomo radice” sono presenti un po’ in tutta Italia in  Piemonte,  Liguria,  Trentino Alto Adige,  Friuli Venezia Giulia, e in Toscana quasi tutte con una storia e con le loro particolarità. Alcune foto le potete vedere qui nell’Album: Giona delle Sequoie.  Buona parte delle Sequoie in Italia furono piantate intorno al 1850.

Qui in Molise ci accontentiamo di poco: abbiamo oggi 2 sequoie e mezzo a Campobasso. Quella di Piazza Cesare Battisti ormai a tronco “tagliato” perciò “mezza sequoia secca” con qulache foglia (vedi foto), le altre 2 in Via Mazzini all’interno del giardino del Convitto Mario Pagano e l’altra al Centro Potito. Queste ultime due stanno ancora bene, vuol dire che hanno una buona risorsa d’acqua, ma non potranno vivere molto a lungo (massimo 200-250 anni) dato che si trovano fuori del loro ambiente ideale. Qui alcune foto del 2010 in cui si cominciò a tagliare la Sequoia di Piazza Cesare Battisti.  Ecco dov’è ubicata la mezza Sequoia di Piazza Cesare Battisti a Campobasso per chi non la conosce ancora.

Visualizza Grandi Alberi in Molise in una mappa di dimensioni maggiori

Qui invece una foto del 2012 della Sequoia a circa 30 mt di distanza da quella abbattuta.

La sequoia al Convitto Mario Pagano

La sequoia al Convitto Mario Pagano Circonferenza 5,80 mt altezza 23-25 mt

La sequoia all'interno del Convitto Mario Pagano a Campobasso

La sequoia all’interno del Convitto Mario Pagano a Campobasso