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Articoli sugli alberi e boschi molise alberi

Civitanova del Sannio un faggio tricormico

Siamo sulla montagnola molisana tra pascoli e faggete, zone spesso meno conosciute e frequentate se non nei periodi estivi. Cavalli, bovini pecore brucano l’erba nell’area del lago di Civitanova chiamato anche lago di San Lorenzo. Qualche macchina e ciclisti sulla strada che sale dal Comune di Sessano nell’area. L’asfaltata costeggia a monte per un breve tratto il lago e poi scende in direzione di Frosolone. L’acqua nel lago ad agosto e settembre di solito non c’è, solo in inverno e con le piogge si creano dei “pantani”. Si nota da lontano una casetta rifugio su una piccola collinetta che sovrasta il lago. Scendendo nell’area del lago sulla brecciata a destra si vedono alcuni faggi ma anche numerose piante di felci e cardi. Gli animali al pascolo sanno cosa scegliere. Tra alberi sparsi un faggio tricormico con una chioma molto alta e larga e di tutto rispetto. Circonferenza circa 6 metri. “Impressioni e colori verdi e grigi di Settembre


Un faggio tricormico con fusti cilindrici quasi tutti uguali. Una perfezione della natura

Segnalazione Albero – Bagolaro VERONA

Segnalato da Enrico Battistolli – Verona

Nome comune dell’albero:Bagolaro
Nome scientifico dell’albero: Celtis Australis
Altezza stimata (m): 18
Circonferenza (cm): 350
Tipo: Albero singolo
Numero esemplari: 1
L’albero ha un solo fusto?: si
L’albero ha più fusti?: no

Comune di: VERONA
Località: Verona
Indirizzo: Strada Bresciana 51
Indicazioni utili per raggiungere l’albero:
Proprietà: privata
Di chi é l’albero monumentale: Ferrari Maria

Ambiente Urbano: verde privato
Ambiente Extraurbano: Altro
La pianta é segnalata per: Forma o portamento particolari, Valore paesaggistico, Valore architettonico
Descrizione della motivazione: L’albero è davvero maestoso con una bellissima ramificazione interna. L’altezza è di circa 18-20 metri.
L’albero è stato oggetto di potatura che ne ha ridotto la chioma circa 5 anni fa, a seguito delle continue lamentele del vicino al nostro terreno. Vicino che tra l’altro ora minaccia di procedere legalmente per farlo tagliare al piede ( il problema non dovrebbe sussistere in quanto l’albero era preesistente al confine del vicino). Ma ogni forma di tutela sarebbe opportuna, anche perché è uno degli ultimi esemplari di questo tipo nella zona, di sicuro il più maestoso che io abbia visto in tutta la nostra zona di Verona e provincia.
Inoltre da voci che sono sempre state riferite nella zona proprio in questa proprietà Maria Callas era solita essere ospite in una casa qui vicina, sempre sita in strada bresciana 51, e passeggiare e riposare sotto questo Bagolaro.

Minacce: Rischio di taglio, Altro

Altre informazioni: 45.443464, 10.913478

Il faggio con la protesi e l’orso ladro.. da gli alberi di Valido

Riportiamo una delle tante storie di grandi alberi del nostro amico Valido Capodarca:

Pizzone pianoro Le forme Foto del 1987 di Valido Capodarca tratta dal gruppo facebook
di molisealberi descritto nel libro “Abruzzo, 60 Alberi da salvare”

Altro albero molisano descritto nel mio libro “Abruzzo, sessanta alberi da salvare” è un grande faggio che si trova a Valle Fiorita, una conca di origine glaciale sempre in comune di Pizzone .In realtà il pianoro si chiamava Le Forme, ma da poco tempo gli era stato conferito il nome, più accattivante ai fini turistici, di Valle Fiorita. Qui, gli alberi monumentali, sarebbero tantissimi; ne scelsi uno che, a un primo assaggio, mi sembrava il più grande. La circonferenza era di ben m. 6.85 misurata nel 1987. Il terzo inferiore del fusto è metà legno e metà pietra. Il faggio cioè, dopo essere nato vicino a un masso, nel corso dei decenni o secoli, lo ha inglobato. Oggi, o almeno nel 1987, la parte di roccia sembra quasi una protesi messa lì a sostituire una parte di fusto mancante. Ad accompagnarmi sono i soliti guardaparco Spina e Di Cianni e, mentre la macchina va, continuano gli aneddoti e i racconti. Un contadino di Pizzone, proprietario di alcune piante di ciliegi, si era accorto che durante la notte un misterioso ladro si intrufolava nel suo orto e faceva man bassa di ciliegie. Non solo, ma il vandalo non si limitava a mangiarle, bensì provocava anche danni con la rottura di diversi rami. Fu così che una notte, deciso a dare il fatto suo al malandrino, si nascose in un angolo buio armato di bastone. Nel pieno della notte, ecco avvicinarsi un’ombra indistinta la quale, fra un crepitio di rami spezzati, cominciò ad arrampicarsi su un ciliegio. L’uomo uscì furibondo dal suo nascondiglio e, vibrando in alto il bastone, si portò velocemente verso il misterioso individuo. Quando gli fu quasi addosso, un raggio di luna, emerso improvviso dalle nuvole, illuminò il viso del ladro: era l’orso! L’uomo nascose subito il bastone dietro la schiena e, indietreggiando con finta calma verso la porta di casa, mormorò, rivolto all’orso: “Ah, sei tu? Mangia, mangia!”

I Boschi Vetusti ” la difficile definizione”

Le fasi della vita di un albero

Nel 2018 al Testo Unico in materia di foreste e filiere forestale sono state apportate modifiche alla legge 14 gennaio 2013, in particolare:
a) alla rubrica dell’articolo 7, dopo le parole: «alberi
monumentali,», sono inserite le seguenti: «dei boschi vetusti,»;
b) all’articolo 7, dopo il comma 1, e’ inserito il seguente:
«1-bis. Sono considerati boschi vetusti le formazioni boschive
naturali o artificiali ovunque ubicate che per eta’, forme o
dimensioni, ovvero per ragioni storiche, letterarie, toponomastiche o
paesaggistiche, culturali e spirituali presentino caratteri di
preminente interesse, tali da richiedere il riconoscimento ad una
speciale azione di conservazione. Il legislatore ha cercato, ma non è stato sicuramente facile, definire il “bosco vetusto”. Quasi sempre le leggi devono essere interpretate, del resto dove è difficile legiferare bisogna arrampicarsi un po’ sugli specchi (o su gli alberi). E poi i detti comuni: si fa la legge e si troverà l’inganno. Ci vengono in mente gli interessanti articoli del nostro amico Valido Capodarca nel gruppo facebook sull’inefficacia, in alcuni casi, delle leggi di tutela degli alberi. Un esempio è la legge specifica della “tutela delle querce”. Sapendo che una legge potrebbe mettere un vincolo di tutela, molti si affrettano a tagliare le querce quanto prima possibile. Del resto, anche la FAO nel 2001 ha dato una definizione di bosco vetusto partendo comunque dalla foresta: “Una foresta vetusta è un bosco primario o secondario che abbia raggiunto un’età nella quale specie e attributi strutturali normalmente associati con foreste primarie senescenti dello stesso tipo, si siano sufficientemente accumulati così da renderlo distinto come ecosistema rispetto a boschi più giovani” Il legislatore italiano non ha scritto di “foreste” ma di “boschi” altrimenti avrebbe per esempio potuto scrivere di “foreste vergini” che sono quelle in cui l’uomo non ci è mai entrato. Nelle foreste vergini c’è sicuramente une elevato livello di naturalità, di biodiversità e di grandi alberi. Per cui il bosco diciamo vetusto sta tra un bosco “vergine” (anche se è una brutta definizione ma rende l’idea ) e il bosco in cui l’uomo da molti anni non le gestisce più. Una definizione un po’ particolare di bosco vetusto è quella di “un ecosistema caratterizzato dalla presenza di alberi annosi e dai relativi attributi strutturali” (Spies 2004,) Altra definizione fornita sempre da studiosi che a noi di molisealberi piace, e che i boschi vetusti: rappresentano un elemento chiave nelle strategie di conservazione della biodiversità (Blasi et al. 2010) di cui abbiamo scritto nei precedenti articoli. L’assenza prolungata di lavorazioni e interventi selvicolturali favorisce la formazione dei grandi alberi cavi e/o morti in piedi e a terra microhabitat ideali per molte specie: funghi, licheni, ecc.. .

Il legno morto o necromassa legnosa.

Cerchiamo di capire cosa si intende per legno morto. A noi di molisealberi piace il “legno”, un po’ meno “morto”, anche perchè il legno già di per se e per sua natura è un tessuto che presenta cellule morte. Infatti come sempre ci aiuta il vocabolario Treccani in botanica: “il legno è un , complesso di elementi istologici che si trova nei fusti, nei rami e nelle radici delle piante vascolari; è caratterizzato dalla presenza di elementi conduttori morti con parete lignificata (trachidi e trachee), insieme con cellule parenchimatiche e meccaniche. Prende denominazioni diverse a seconda dell’origine, della composizione istologica e della fase stagionale in cui si forma” per cui al nome legno si può aggiungere per esempio: liscio, primario, secondario, omoxilo, eterozilo, primaverile, estivo, da ferita, da costruzione, da lavoro, di cerro, di faggio ecc… Anche se semplicemente scriviamo di “legno morto”, se ci riferiamo ai nostri alberi e boschi a noi piace più il termine: “necromassa” o “biomassa legnosa non vivente” frase che non abbiamo inventato noi.

La Global Forest Resources Assessment, l’ Organizazione delle Nazioni Unite definisce la “necromassa” come: “la biomassa legnosa non vivente, non contenuta nella lettiera, sia essa in piedi, a terra o nel suolo in cui rientrano in questa definizione gli alberi interi o frammenti di legno appoggiato a terra, le radici morte e le ceppaie purché superiori ad una soglia dimensionale prestabilita” che dovrebbe essere di 10-15 cm

La conservazione della necromassa legnosa ha un ruolo importante o meglio ci possiamo sbilanciare, nel dire “essenziale” al mantenimento e alla valorizzazione della biodiversità forestale in quanto favorisce la vita a un notevole numero di organismi: muschi, funghi, licheni, insetti, vertebrati oltre che rifugio per gli uccelli. La necromassa con il tempo , grazie anche all’azione di alcuni insetti, arricchisce il suolo di sostanza organica e quindi la sua fertilità e permette la nascita di nuove piante. L’albero con legno “morto”, paradossalmente continua a ospitare organismi viventi e a dare nuova vita.

Alberi, licheni e qualità dell’aria

Licheni

Molti sanno che i licheni organismi derivanti dall’associazione di un fungo e di un’alga fotosintetizzante e che si trovano sui tronchi e rami degli alberi, sono degli “indicatori di biodiversità” e impiegati per il “biomonitoraggio” dell’inquinamento atmosferico tanto che ormai da trent’anni si scrive e si effettuano studi per calcolare l’ indice di biodiversità lichenica (I.b.l) in un determinato ambiente. Attraverso questo indice con alcuni metodi si valuta il livello di inquinamento dell’aria. Più è alto è l’indice più la naturalità è alta. Per semplificare più specie di licheni troviamo sulla corteccia di un albero, meno sarà la presenza di inquinanti dell’aria. Se ci sono poi molte specie di licheni su un albero e più alberi diversi c’è anche più biodiversità. I licheni epifiti, cioè che hanno delle foglioline, e quindi permettono gli scambi gassosi, reagiscano in modo diverso agli inquinanti dell’aria come gli ossidi di azoto, i PM10, l’Ozono e l’anidride solforosa, e i metalli pesanti, purtroppo i licheni non sempre sono in grado di identificare i singoli inquinanti in quanto non c’è una relazione causa effetto. Ma ci sono alcuni limiti per il loro uso come bioindicatori: sono numerose le specie di licheni, reagiscono in tempi lunghi e a condizioni climatiche diverse alla presenza alle sostanze tossiche dell’aria, quando invece è necessario sapere subito se si superano le “soglie” di inquinanti soprattutto in aree urbanizzate e industriali per i rischi per la salute umana.

I licheni subiscono con esposizioni ad inquinanti modifiche morfologiche e fisiologiche (cambiano colore, non si riproducono più, si staccano dai tronchi, riducono l’attività fotosintetica ecc..). Alcuni licheni tollerano di più di altri i fenomeni di eutrofizzazione ed inquinamento atmosferico, così si distribuiscono anche in modo diverso. I metodi di campionamento e di monitoraggio per stabilire l’indice di biodiversità lichenica non sono facili, bisogna trovare e scegliere le aree di studio in termini di estensione, uso del suolo, antropizzazione, topografia, condizioni meteo-climatiche sorgenti puntiformi, altitudine, uso del suolo, densità della popolazione residente, tipo di vegetazione. Inoltre per gli alberi è importante la loro distribuzione le specie con caratteristiche di corteccia, circonferenza, inclinazioni del tronco stato fitosanitario. Poi bisogna effettuare le operazioni in laboratorio la selezione del materiale lichenico, l’omogeneizzazione e la conservazione dei campioni ripulire il materiale estraneo ecc.. In conclusione pur con le difficoltà di campionamento e monitoraggio per determinare l’indice di biodiversità lichenica gli alberi e i licheni ci fanno conoscere in “silenzio” quanto è inquinata la nostra aria.