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Le Foreste demaniali in Molise, il Bosco San Martino Cantalupo (prima parte)

Le Foreste Demaniali sono l’istituto di protezione delle risorse naturali più antico. L’Azienda di Stato delle Foreste Demaniali fu istituita infatti nel 1910, prima ancora di qualsiasi parco nazionale. Oggi in considerazione dei divieti vigenti, possono essere considerate vere e proprie aree naturali protette oltre ad essere riserve, siti di importanza comunitaria, zone di protezione speciale e luoghi in cui ci sono grandi alberi e di notevole interesse.

Lo stato di naturalità delle Foreste Demaniali, infatti, solo in alcuni casi è stato parzialmente compromesso, sia dalla gestione del sottobosco, per la prevenzione degli incendi, sia dall’immissione nell’ambiente di piante non sempre autoctone, finalizzata nella quasi totalità dei casi alla produzione forestale e al governo o alla prevenzione del dissesto idrogeologico.

Nonostante tali interventi, i divieti di transito in alcuni casi e di esercizio di tutte le attività antropiche, legate alla risorsa bosco, hanno comunque determinato in alcuni casi uno stato di isolamento pari se non superiore a quello di alcune aree naturali protette.

Oggi per la Regione Molise, sono un patrimonio di alto valore forestale, paesaggistico e naturalistico per le quali sarebbero opportuni interventi di miglioramento ed ampliamento come sta accadendo per esempio per la Riserva Mab Alto Alto Molise.

Nel Molise le Foreste Demaniali Regionali, gestite dell’Ex Azienda di Stato sono:

Il Bosco di Monte Capraro (S. Pietro Avellana – IS),

Il Bosco Pennataro (Vastogirardi – IS),

Il Bosco Monte Caruso e Monte Gallo (Monteroduni – IS),

Il Bosco del Barone (Montagano – CB).

Il Bosco S. Martino e Cantalupo (S. Pietro Avellana – IS) di circa 215 ettari si trova a confine con l’Abruzzo. In vicinanza c’è il fiume Sangro, il Tratturo Celano Foggia e la ferrovia Sangritana con la Stazione di San Pietro Avellana e la statale Fondo Valle Sangro. Era un antico Feudo.

Il bosco fu soggetto in passato a tagli e usurpazioni. Masseria Taverna a 760 mslm rappresenta il luogo di entrata in Molise con il vicino “Casello” della linea ferroviaria “Sangritana”. Luogo strategico di sosta di eserciti, e in particolare di pastori con le greggi transumanti. Molti credono che il confine regionale sia dato dal fiume Sangro invece non è così.

La foresta demaniale San Martino-Cantalupo si trova sulla sponda sinistra del fiume Sangro a Nord della Masseria Taverna e a NE del Tratturo Celano Foggia. Il fosso di Cinquemiglia (catastalmente Fosso di Pietransieri) per 1300 metri segna il confine SO della Regione Molise. Poi il confine devia a NE in località Vallocche Frazione del Comune di Roccaraso. Il confine regionale arriva in località a Colle San Francesco fino a 1126 mslm. La Zona si chiama come indicato sulle tavolette IGM anche Vallone del Cupo. Il vallone taglia da Nord a Sud il bosco di latifoglie cosi come una striscia di larga di pista forestale a fascia “parafuoco”.

Definire i confini del Bosco Cantalupo e San Martino non sembra facile. La storia ci dice di un po’ d’uso irrazionale di questi boschi e delle sue risorse (esempio tartufi, funghi, pascolo ecc..) per effetto che ci sono molti terreni privati in vicinanza e all’interno del bosco per cui occorre permettere anche il passaggio. In effetti i boschi sono di tutti, poi qualcuno crede che sono di pochi per un utilizzo solo ed esclusivamente economico, altri invece pensano che non sono di nessuno ma spesso sottoposti al degrado.

Il Bosco Cantalupo che si trova nel comune di San Pietro Avellana spesso viene confuso con il comune di Cantalupo nel Sannio. Una ipotesi dell’origine etimologica del nome “Cantalupo” deriverebbe da “Kata-Lucon” (in mezzo al bosco).

Cartografia Bosco San Martino Cantalupo Fonte Portale cartografico Regione Molise

Cartografia Bosco San Martino Cantalupo Fonte: Portale Cartografico Regione Molise www.geo.regione.molise.it

Le tipologie forestali presenti nella zona del Bosco Cantalupo variano in funzione della quota, dell’esposizione, del tipo del terreno e di altri fattori. Alcune zone si presentano con arbusti submontani con presenza di rose, prugnoli e rovi dovute all’abbandono delle pratiche agricole e del pascolo che ha facilitato la diffusione di questi popolamenti. Esse si trovano nei confini tra foresta terreni privati e zone di passaggio. In vicinanza di fossi e valloni di cui uno principale che attraversa il Bosco di Cantalupo (Vallone del Cupo) c’è la tipica vegetazione ripariale di pioppi e salici.

Il Bosco si presenta coetaneo con quote che vanno da 870 mslm fino a 1100 mslm. La tipologia forestale più rappresentativa è la cerreta mesofila con specie predominante il Quercus cerris e specie minori come Orniello, Carpino nero, Frassino maggiore, e Aceri. La gestione del Bosco Cantalupo crediamo non sia stata facile in passato e nemmeno oggi.

Trattandosi di zona protetta (rientra in area SIC denominata Isola fonte della Luna) il bosco di cerro potrebbe essere gestito favorendo una sua evoluzione naturale, ma noi crediamo alcuni tagli nel medio lungo periodo potrebbero essere attuati con una rinnovazione continua. Si potrebbero adottare misure per una selvicoltura attraverso il modello della fustaia chiara (Ciancio, Iovino, Menguzzoato & Nocentini) mantenendo il bosco a bassi livelli di densità e massa per favorire la rinnovazione continua.

Bosco di San Martino Cantalupo Comune di San Pietro Avellana

Bosco di San Martino Cantalupo Comune di San Pietro Avellana

cartografiaboscocantalupo

Carta uso del suolo parte del Bosco Cantalupo in verde bosco di latifoglie (Cerreta mesofila)in rosso aree a pascolo in viola cespugli e incolti

Il limite superiore del bosco (prima parte)

Chi va in montagna conosce molto bene che esiste una zona molto marcata che i botanici e gli studiosi hanno chiamato “Limite superiore del Bosco”. Questo limite è molto evidente, rappresentando una caratteristica del paesaggio montano.

limitesuperioredelboscoIn Molise, sul Matese ed in particolare sulle Mainarde-Meta “Il limite del bosco” è abbastanza evidente. Cerchiamo di capire come mai gli alberi ad una certa altitudine non ci sono più. Premettiamo che non esiste una spiegazione unica e convincente per giustificare il limite del bosco. Sicuramente sono molte le cause che possono influenzare lo sviluppo degli alberi in una fascia di transizione di circa 200-300 metri.

Salendo all’interno di un bosco possiamo accorgerci del suo limite vedendo alberi più distanziati, a volte meno cresciuti, più distorti con individui sparsi e arbusti bassi e foglie più piccole. Possiamo avere già due limiti: quelli del bosco chiuso e quello degli alberi isolati e sparsi. Il problema sta nel fatto che il limite di bosco non coincide quasi mai con il limite delle fasce di vegetazione.

Nel nostro Appennino il limite di bosco comprende sia una fascia montana dove ci sono ancora alberi (faggio e conifere in particolare) che subalpina o boreale con arbusti e piccoli alberelli sparsi. Per meglio localizzare il limite del bosco per le due grandi catene montuose del Molise (Matese e Mainarde-Meta) si può stimare in media 1650-1800 mt. Sono numeri da prendere con “le pinze” perchè per ogni montagna esso varia in funzione del: tipo di vegetazione, esposizione, latitudine, temperatura del suolo e dell’aria, impatto antropico (pascoli), durata stagione vegetativa, rocciosità, competizione tra le specie vegetali, periodo di presenza di neve, gelate tardive, valanghe, mancanza d’acqua, vento e condizioni microclimatiche particolari. A questi da aggiungere i grandi fenomeni del riscaldamento globale e dell’incremento dell’anidride carbonica nell’aria. Tutti questi fattori illustrati giocano, chi in maniera più marcata chi in maniera meno e poco significativa, sul limite della crescita degli alberi e del bosco.

Sicuramente il “limite del bosco” non è una linea rettilinea che spesso si vede a distanza sulle nostre montagne. Il clima in corso permette alla foresta, seppure lentamente, di riconquistare il terreno che aveva perduto, ma non sempre. Unico dato certo è che nella zona di transizione (Ecotono) gli alberi sono più sensibili alle variazioni climatiche ed è opportuno prima di tutto andare a vedere per esempio cosa accade nelle aree alle singole piante di faggio sul Matese e sulle Mainarde-Meta e a tutte le quote sopra i 1650-1700 mtsm delle montagne del Molise. Ci sono comunque alcuni dati, occorrono tempi e lunghe osservazioni per lo studio di queste comunità vegetali.

In un successivo articolo cercheremo di esaminare i singoli meccanismi e gli elementi che fanno variare il limite del bosco, ma non è detto che poi sull’Appennino sia variato o è in corso di variazione in modo rapido: la dinamica è abbastanza lenta (almeno 30-40 anni). Occorrerebbero studi più approfonditi e di dettaglio e molte cartografie e immagini satellitari a distanza di anni da poter confrontare, come si sta facendo adesso per esempio per i ghiacciai.

Limite superiore del Bosco

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Riserva MAB Montedimezzo e Collemeluccio

Logo Riserva MAB Montedimezzo e Collemeluccio

Un po’ tormentata la stora della foresta di Collemeluccio in quest’ultimo secolo. Divisioni tra proprietari, metodi e tecniche selvicolturali diverse secondo le necessità del periodo e ovviamente differenti risultati. Il bosco fino alla ricomposizione avvenuta alla fine degli anni ’60, è stato trattato come un ceduo per alcune aree e a fustaia in altre. Poi in alcune zone si è favorita la proliferazione del cerro, mentre in altre quella dell’abete bianco. Attualmente gli interventi selvicolturali sono stati limitati al minimo indispensabile ed utilizzando metodologie di selvicoltura “naturalistica” orientati a favorire il ritorno della foresta ad una condizione di “naturalità” e di equilibrio con le condizioni locali. Equilibrio che non si raggiunge rapidamente, per un bosco cerro-abete.

Logo Riserva MAB Alto Molise

Logo Riserva MAB Alto Molise

Gli interventi di taglio nella riserva sono ormai quasi totalmente cessati, anche se si ritiene che degli sfoltimenti per alcune piante siano necessari. Sono stati, invece, recentemente ripresi gli interventi finalizzati a prevenire gli incendi nell’area protetta che si collocano nel più ampio contesto delle iniziative volte a proteggere e a preservare questo pregevole ambiente naturale. Infatti esiste un piano prevenzione agli incendi boschivi come stabilito dalla legge. Esso consiste nella ripulitura di fasce tagliafuoco lungo la viabilità pubblica e lungo la strada di servizio e i sentieri principali che corrono internamente alla foresta e lungo i suoi margini, il tutto annualmente percorso da numerosi visitatori. Nelle zone più “sensibili” si provvede altresì alla rimozione della legna “morta” in eccesso frequentemente rappresentata da soggetti ultra maturi di abete che, a causa di intemperie e di altre di natura biologica (es. attacchi fungini da Fomes), subiscono schianti e sradicamenti.

Ringraziamenti:

Si ringrazia il sito Agraria.org che ha ripreso una nostra foto e che ci ha citati.

Inoltre si segnala il sito Riserve MAB Alto Molise

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)
Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)
Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (terza parte)

Pescolanciano Prati di Collemeluccio

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

Parliamo brevemente del Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio a Pescolanciano.

Il Piano proponeva delle prescrizioni di intervento selvicolturale per la conversione ad alto fusto del ceduo di cerro costituitosi all’interno dell’abetaia in seguito alle intense utilizzazioni e antropizzazioni che il bosco aveva subito nell’arco delle due guerre mondiali.
L’esecuzione di un primo intervento preparatorio di avviamento ad alto fusto era previsto adottando la tecnica consigliata da Ezio Magini (1917-2000) negli anni 70 che può essere riassunta in quattro punti essenziali:
1. Eliminazione preliminare di tutto il piano sottoposto (ripulitura) togliendo tutte le piante ed i polloni alti meno di 3-3,5 metri. Tale prescrizione fu modificata dalle modalità di intervento previste dal Piano di Gestione Naturalistica, che limitava radicalmente l’intervento nel sottopiano arboreo, come salvaguardia della biodiversità all’interno del bosco.
2. Diradamento energico del piano dominante lasciando il migliore pollone per ceppaia (raramente due, ma non più).
3. La densità dei polloni da conservare nel piano dominante è stata regolata in funzione della loro altezza: per un’altezza media di 10-12 m i polloni da lasciare vanno da 1300 a 1600 per ettaro; per un’altezza media di 10-12 m pari a 8-9 m il numero dei polloni varia fra 2300 e 2600 per ettaro.
4. I polloni dominati (in sovrannumero) devono essere tolti dalle ceppaie nelle quali vengono riservati 1 o 2 polloni dominanti; sono invece rilasciati sulle ceppaie dominate, purché di altezza superiore a 3-3,5 m.

I criteri d’intervento proposti per la conversione ad alto fusto, vennero sconvolti da una “disposizione data sottotraccia” al Piano, che poneva un limite diametrico al taglio di conversione. Tale limite vietando l’utilizzazione dei polloni che presentavano un diametro superiore agli 8 cm, trasformò il processo di conversione in un modesto taglio di ripulitura, che ebbe l’effetto di eliminare solo le piante situate nel piano dominato e soprattutto di non intervenire sui piani dominati e intermedi. Per tale motivo venne l’esigenza di istituire delle aree sperimentali di limitata superficie dove avviare sperimentalmente il protocollo sperimentale proposto da Magini.

Nel 1993 il processo di conversione fu avviato da un primo taglio conversione ad alto fusto con lo scopo di favorire la rinnovazione naturale dell’abete bianco e di altre specie decidue che partecipavano alla mescolanza con la conifera e ripristinare le condizioni strutturali e compositive necessarie all’abete bianco per insediarsi e colonizzare aree boschive precedentemente abbandonate.

EZIO MAGINI:  Massimo studioso di selvicoltura italiana su basi naturali, intesa nel senso più ampio e profondo del termine. Tra i numerosi studi e ricerche ha scritto: Esiste sull’Appennino una varietà di abete bianco? (1973).

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Mappa di Collemeluccio

Mappa di Collemeluccio

Pescopennataro – Il Bosco di Vallazzuna

Comune interessato: Pescopennataro;
Superficie bosco: Ha 300 circa;
Sito di Importanza comunitaria: codice IT7218217;
Quota minima: mt 900 slm;
Quota massima: mt 1120;

Rete Natura: Habitat codice 9510:

Pescopennataro - Vallazuna

Pescopennataro – Vallazuna

A Nord Est del comune di Pescopennataro in Alto Molise c’è una caratteristico sito di importanza comunitaria rappresentato da un unico complesso boscato denominato Vallazzuna. Ubicato nell’ambiente tipico dell’Appennino su suoli prevalentemente argillosi dove predomina il cerro (Quercus Cerris), il Bosco di Vallazzuna confina ad Est con Monte Castellano (1642 mslm) e con i Vallone Cese. E’ attraversato da una pista forestale ad Ovest che scende lentamente con direzione SE-NO non quasi a confine dell’area. Un’altra pista la divide sul lato Est in località Selva Piana.
A Nord il bosco è delimitato dal confine regionale e precisamente con il comune di Rosello in provincia di Chieti. A sud del Bosco di Vallazzuna c’è anche quello di Selva Piana. Esso è in lieve pendenza e nella parte centrale è attraversato da una serie di fossi.  Geologicamente si presenta con argille siltose con subordinate livelli arencei.

Vallazzuna lato sud

Bosco Vallazuna a sud Fonte Carta tipi Forestali

Prevale il Cerro allo stato puro (Quercus cerris) o misto a Acero (Acer), ed altre essenze forestali. Si tratta di una cerreta mesofila tipica del piano submontano di circa 285 Ettari. Ci sono dei nuclei di abete bianco a nord ed anche a sud, come meglio si evidenzia nella carta dei tipi forestali della Regione Molise.

I rimanenti ettari sono aree pascolive incolti e cespugli, generalmente concentrati a sud est del bosco. Il sito di Vallazzuna si inserisce in un ambiente incontaminato e in vicinanza delle caratteristiche abetaie di Pescopennataro. Merita una  visita, accompagnata. E’  facile perdersi, in quanto non ci sono facili piste forestali all’interno.

Bosco di Vallazuna Pescopennataro

Bosco di Vallazuna a Pescopennataro

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)

Locandina della riserva di Collemeluccio

Locandina della riserva di Collemeluccio

L’altitudine della Riserva di Collemeluccio varia tra i 795 ed i 1.075 m.s.lm, la pendenza è generalmente modesta ed i terreni, del tipo “suolo bruno calcarei”, derivano da un’unica formazione miocenica, costituita da arenarie micacee, argille scistose e calcari marnosi. Le precipitazioni sono in media di 900-1000 mm annui e vi è umidità diffusa e stagnante, specie nelle arre in vicinanza di fossi e valloni. Questa umidità secondo noi crea un microclima e un habitat ideale per le varie specie arboree e arbustive presenti e una biodiversità unica. Il clima meno rigido determina sicuramente accrescimenti delle piante più sostenuti.

Collemeluccio è una eccezionalità dal punto di vista fitosociologico (termine che vuol dire in poche parole le piante-sociali o meglio comunità vegetali  che si associano come indicatori di ambiente). Nonostante il rifornimento di specie dei querceti con cui sono collegati dinamicamente, la foresta di Collemeluccio è stata ascritta all’associazione Aquifolio-Fagetum  caratteristica dei faggeti meridionali. Il pregio di queste cenosi, ampiamente rappresentate all’interno della riserva, consiste sia nell’eccezionalità della consociazione cerro-abete bianco sia nel grado di conservazione che ha consentito di mantenere, nel complesso, un notevole grado di ricchezza di flora.

Nel’ambito della classificazione della Rete Natura 2000 e dalla cartografia della riserva codice  IT212134  (Bosco di Collemeluccio – Selvapiana – Castiglione – La Cocozza) la riserva fa parte quasi completamente  all’habitat numero 09515. Questo habitat significa:  “Boschi relittuali di abete bianco, spesso accompagnati da cerro e faggio, localizzati in aree montane dell’Appennino meridionale, all’interno della fascia potenzialmente occupata dalle faggete“. Tali formazioni vengono comunemente inquadrate nell’alleanza Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae. Le Specie guida per l’identificazione dell’habitat 9510 sono Abies alba Mill.,  Fagus sylvatica L. subsp. sylvatica, Quercus cerris L., Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae, Anemono penninae-Fagetum sylvaticae.

In Molise solo il bosco degli Abeti Soprani e il  Bosco Vallazzuna hanno l’habitat numero 9510.  Nel gruppo dei siti forestali individuati con il codice 9510 sono comprese, per affinità ecologica e di distribuzione, l’abete accompagnato normalmente da Quercus cerris ma anche, laddove le condizioni microclimatiche sono favorevoli, da Fagus sylvatica. Tra le altre specie che caratterizzano questo sito possiamo citare: Acer lobelii, Adenostyles australis, Alnus cordata, Chardamine caledonia, Doronicum columnae, Geranium versicolor, Lilium croceum, Luzula sieberi, Potentilla micrantha, Ranunculus brutius.

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Collemeluccio Habitata 9510

Collemeluccio Habitata 9510

 

Il limite superiore del Bosco in Molise

Monte Meta nei pressi di Passo dei Monaci

Monte Meta nei pressi di Passo dei Monaci

Chi va in montagna conosce molto bene che esiste una zona molto marcata che i botanici e studiosi hanno chiamato “Limite superiore del Bosco”. Questo limite è molto evidente rappresentando una caratteristica del paesaggio montano. In Molise sul Matese e in particolare sulle montagne Mainarde-Meta il “limite del bosco” è abbastanza evidente. Ci ha sempre incuriosito come mai gli alberi ad una certa altitudine sulle nostre montagne non ci sono più. Per molti la risposta è molto semplice, per noi invece, e la biografia lo dimostra non esiste una spiegazione unica e forse non convincente per giustificare il limite del bosco. Sicuramente ci sono molti fattori che possono influenzare lo sviluppo degli alberi in una fascia di transizione di circa 200-300 metri. Salendo all’interno di un bosco possiamo accorgerci del suo limite vedendo alberi più distanziati, a volte meno cresciuti, più distorti con individui sparsi e arbusti bassi, foglie più piccole,… Si possono avere già due limiti quelli del bosco chiuso e quello degli alberi isolati e sparsi. Il problema sta nel fatto che il limite di bosco non coincide quasi mai con il limite delle fasce di vegetazione.
Nel nostro Appennino il limite di bosco comprende sia una fascia montana dove ci sono ancora alberi (faggio e conifere in particolare) che subalpina o boreale con arbusti e piccoli alberelli sparsi.
Per meglio localizzare il limite del bosco per le due grandi catene montuose del Molise (Matese e Mainarde-Meta) si può stimare in media 1650-1800 mt. Sono numeri da prendere con “le pinze” perchè esso varia in funzione del: tipo di vegetazione, esposizione, latitudine, temperatura del suolo e dell’aria, impatto antropico (pascoli), durata stagione vegetativa, rocciosità competizione tra le specie vegetali, periodo di presenza di neve, gelate tardive, valanghe mancanza d’acqua, vento e condizioni microclimatiche particolari. A questi da aggiungere i grandi fenomeni del riscaldamento globale  dell’incremento dell’anidride carbonica nell’aria. Tutti questi fattori illustrati giocano chi in maniera più marcata chi in maniera meno e poco significativa il limite della crescita degli alberi e del bosco.
Sicuramente il “limite del bosco” non è una linea rettilinea che spesso si vede a distanza sulle nostre montagne. Il clima in corso permette seppure lentamente alla foresta di riconquistare il terreno che aveva perduto, ma non sempre. Unico dato certo é che nella zona di transizione (Ecotono) gli alberi sono più sensibili alle variazioni climatiche ed è opportuno prima di tutto andare a vedere per esempio cosa accade nelle aree alle singole piante di faggio sul Matese e sulle Mainarde-Meta e a tutte le quote sopra i 1650-1700 mtsm delle montagne del Molise.

Occorrono comunque dati e tempi e lunghe osservazioni per lo studio di queste comunità vegetali. Successivamente cercheremo di esaminare i singoli meccanismi e gli elementi che fanno variare questo limite del bosco ma non è detto che poi sull’Appennino questo limite sia variato o e in corso di variazione in modo rapido: la dinamica è abbastanza lenta (almeno 30 anni). Occorrerebbero studi più approfonditi e di dettaglio e molte cartografie e immagini satellitari a distanza di anni, un po’ come si sta facendo per i ghiacciai.

Pescolanciano – L’abetina di Collemeluccio (prima parte)

Mappa di Collemeluccio

Collemeluccio si trova tra Pescolanciano e Pietrabbondante in Alto Molise. La Foresta di Collemeluccio è una consociazione di Abete Bianco con il Cerro. L’abetina ha una valenza ecologica elevata ed è sottoposta a studi e ad una attenta gestione. Abete bianco e Cerro non è facile trovarli insieme nel nostro Appennino molisano. Di solito l’Abete bianco sta in consociazione con il faggio, ma qui scende di quota nel piano della Cerreta. Stranezze della natura.

Il bosco di Collemeluccio per diventare com’è oggi ha aspettato molto tempo, l’uomo ha fatto il resto. L’Abetina di Collemeluccio fa parte di un sito SIC (Sito di importanza Comunitaria) denominato  IT7212134 Bosco di Colle Meluccio – Selvapiana – Castiglione – La Cocozza per una superficie di circa 4000 ettari. L’Abetina di Collemeluccio rientra nell’habitat indicato con il numero  9510 per una superficie di 484 Ettari pari a circa l’8% dell’area SIC L’habitat di Collemeluccio n. 9510 è detto prioritario: “Foreste sud-appenniniche di Abies alba” descritto come: “Boschi relittuali di abete bianco, spesso accompagnati da cerro e faggio, localizzati in aree montane dell’Appennino meridionale, all’interno della fascia potenzialmente occupata dalle faggete”.

Tali formazioni vengono comunemente inquadrate (per chi si occupa un po’ di fitosociologia) nell’alleanza Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae. Gli habitat prioritari sono habitat naturali che rischiano di scomparire in Europa e per la cui conservazione un po’ tutti noi abbiamo una grossa responsabilità. Ormai si parla di habitat prioritari dal 1992, anno della “famosa” direttiva Habitat.

Facciamo un po’ di storia del Bosco di Collemeluccio che preferiamo chiamare Foresta. Il nome di Collemeluccio forse deriva dal nome della nobildonna Desiderata Mellucci consorte del duca D’Alessandro di Pescolanciano. Siamo nell’anno 1628 e qui già c’era l’Abete bianco. Prima si chiamava Feudo Vignali o secondo altri: Selva di Santa Maria in Salcito, proprietà del Duca D’Alessandro fino al 1895, anno in cui fu espropriato dal Banco di Napoli ed acquistato da altre  famiglie. Poi la foresta fu suddivisa nel tempo, per una serie di successioni ereditarie, in tante piccole quote (frammentazione fondiaria). A partire dal 1969, la foresta è diventata un bene inalienabile dello Stato, gestito dall’ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, oggi dall’ Ufficio Territoriale della della Biodiversità di Isernia.

Durante il periodo di gestione privata fino al 1890 circa, il bosco era regolarmente utilizzato ed il legname di abete venduto per travame ed altri prodotti artigianali, con mercato ristretto ai comuni limitrofi. La vendita dell’abete avveniva per alberi in piedi generalmente con diametri superiori a 40-45 cm. Il legname d’abete veniva utilizzato per le manutenzioni dei fabbricati per fare attrezzature varie connesse all’attività agricola e pastorale e anche da artigiani per la trasformazione dei grossi tronchi. Nel 1870 il bosco venne diviso il 8 sezioni per l’utilizzo di una sezione ogni 8 anni seguito poi da un periodo di uguale durata nel quale non era previsto nessun taglio. Il bosco veniva, poi, abbondantemente pascolato, e i D’Alessandro concedevano le fide pascolo per i capi bovini, equini ed ovini.

Le latifoglie generalmente del piano intermedio del bosco consociate alla conifera erano governate a ceduo per la produzione di legna da ardere e carbone vegetale, mentre nel piano dominante si interveniva con un taglio a scelta che interessava le piante di abete di maggiori dimensioni. Sembra tuttavia che, soprattutto per quanto riguarda la fustaia di abete, le utilizzazioni fossero alquanto contenute ed eseguite nel rispetto di elementari norme tecniche che hanno consentito al soprassuolo di rinnovarsi naturalmente, in una certa misura, e di sopravvivere, poi, a due periodi di crisi particolare, caratterizzati da drastiche utilizzazioni in corrispondenza degli ultimi conflitti mondiali. Durante la prima guerra mondiale infatti, il bosco di Collemeluccio fu requisito dalle autorità militari e tutte le piante di abete con diametro superiore  a 15-20 cm furono tagliate. Analoghi tagli si ebbero durante il periodo dal 1940 al 1946. Nel 1968 l’Azienda di Stato delle Foreste demaniali ne prese la gestione per circa 363 ettari, la foresta è diventata una riserva orientata non più soggetta a tagli irrazionali. (fine prima parte)

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (II parte)

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)