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I Boschi Vetusti ” la difficile definizione”

Le fasi della vita di un albero

Nel 2018 al Testo Unico in materia di foreste e filiere forestale sono state apportate modifiche alla legge 14 gennaio 2013, in particolare:
a) alla rubrica dell’articolo 7, dopo le parole: «alberi
monumentali,», sono inserite le seguenti: «dei boschi vetusti,»;
b) all’articolo 7, dopo il comma 1, e’ inserito il seguente:
«1-bis. Sono considerati boschi vetusti le formazioni boschive
naturali o artificiali ovunque ubicate che per eta’, forme o
dimensioni, ovvero per ragioni storiche, letterarie, toponomastiche o
paesaggistiche, culturali e spirituali presentino caratteri di
preminente interesse, tali da richiedere il riconoscimento ad una
speciale azione di conservazione. Il legislatore ha cercato, ma non è stato sicuramente facile, definire il “bosco vetusto”. Quasi sempre le leggi devono essere interpretate, del resto dove è difficile legiferare bisogna arrampicarsi un po’ sugli specchi (o su gli alberi). E poi i detti comuni: si fa la legge e si troverà l’inganno. Ci vengono in mente gli interessanti articoli del nostro amico Valido Capodarca nel gruppo facebook sull’inefficacia, in alcuni casi, delle leggi di tutela degli alberi. Un esempio è la legge specifica della “tutela delle querce”. Sapendo che una legge potrebbe mettere un vincolo di tutela, molti si affrettano a tagliare le querce quanto prima possibile. Del resto, anche la FAO nel 2001 ha dato una definizione di bosco vetusto partendo comunque dalla foresta: “Una foresta vetusta è un bosco primario o secondario che abbia raggiunto un’età nella quale specie e attributi strutturali normalmente associati con foreste primarie senescenti dello stesso tipo, si siano sufficientemente accumulati così da renderlo distinto come ecosistema rispetto a boschi più giovani” Il legislatore italiano non ha scritto di “foreste” ma di “boschi” altrimenti avrebbe per esempio potuto scrivere di “foreste vergini” che sono quelle in cui l’uomo non ci è mai entrato. Nelle foreste vergini c’è sicuramente une elevato livello di naturalità, di biodiversità e di grandi alberi. Per cui il bosco diciamo vetusto sta tra un bosco “vergine” (anche se è una brutta definizione ma rende l’idea ) e il bosco in cui l’uomo da molti anni non le gestisce più. Una definizione un po’ particolare di bosco vetusto è quella di “un ecosistema caratterizzato dalla presenza di alberi annosi e dai relativi attributi strutturali” (Spies 2004,) Altra definizione fornita sempre da studiosi che a noi di molisealberi piace, e che i boschi vetusti: rappresentano un elemento chiave nelle strategie di conservazione della biodiversità (Blasi et al. 2010) di cui abbiamo scritto nei precedenti articoli. L’assenza prolungata di lavorazioni e interventi selvicolturali favorisce la formazione dei grandi alberi cavi e/o morti in piedi e a terra microhabitat ideali per molte specie: funghi, licheni, ecc.. .

Alberi, licheni e qualità dell’aria

Licheni

Molti sanno che i licheni organismi derivanti dall’associazione di un fungo e di un’alga fotosintetizzante e che si trovano sui tronchi e rami degli alberi, sono degli “indicatori di biodiversità” e impiegati per il “biomonitoraggio” dell’inquinamento atmosferico tanto che ormai da trent’anni si scrive e si effettuano studi per calcolare l’ indice di biodiversità lichenica (I.b.l) in un determinato ambiente. Attraverso questo indice con alcuni metodi si valuta il livello di inquinamento dell’aria. Più è alto è l’indice più la naturalità è alta. Per semplificare più specie di licheni troviamo sulla corteccia di un albero, meno sarà la presenza di inquinanti dell’aria. Se ci sono poi molte specie di licheni su un albero e più alberi diversi c’è anche più biodiversità. I licheni epifiti, cioè che hanno delle foglioline, e quindi permettono gli scambi gassosi, reagiscano in modo diverso agli inquinanti dell’aria come gli ossidi di azoto, i PM10, l’Ozono e l’anidride solforosa, e i metalli pesanti, purtroppo i licheni non sempre sono in grado di identificare i singoli inquinanti in quanto non c’è una relazione causa effetto. Ma ci sono alcuni limiti per il loro uso come bioindicatori: sono numerose le specie di licheni, reagiscono in tempi lunghi e a condizioni climatiche diverse alla presenza alle sostanze tossiche dell’aria, quando invece è necessario sapere subito se si superano le “soglie” di inquinanti soprattutto in aree urbanizzate e industriali per i rischi per la salute umana.

I licheni subiscono con esposizioni ad inquinanti modifiche morfologiche e fisiologiche (cambiano colore, non si riproducono più, si staccano dai tronchi, riducono l’attività fotosintetica ecc..). Alcuni licheni tollerano di più di altri i fenomeni di eutrofizzazione ed inquinamento atmosferico, così si distribuiscono anche in modo diverso. I metodi di campionamento e di monitoraggio per stabilire l’indice di biodiversità lichenica non sono facili, bisogna trovare e scegliere le aree di studio in termini di estensione, uso del suolo, antropizzazione, topografia, condizioni meteo-climatiche sorgenti puntiformi, altitudine, uso del suolo, densità della popolazione residente, tipo di vegetazione. Inoltre per gli alberi è importante la loro distribuzione le specie con caratteristiche di corteccia, circonferenza, inclinazioni del tronco stato fitosanitario. Poi bisogna effettuare le operazioni in laboratorio la selezione del materiale lichenico, l’omogeneizzazione e la conservazione dei campioni ripulire il materiale estraneo ecc.. In conclusione pur con le difficoltà di campionamento e monitoraggio per determinare l’indice di biodiversità lichenica gli alberi e i licheni ci fanno conoscere in “silenzio” quanto è inquinata la nostra aria.

I grandi alberi e i coleotteri saproxilici : “l’unione fa la forza”

I coleotteri sono degli insetti. Che centrano allora gli insetti con i grandi e monumentali alberi e con i coleotteri chiamati saproxilici? Saproxilici sono insetti, ma più in generale specie faunistiche, in cui uno stadio del proprio ciclo vitale, è legato al legno deperiente o morto di alberi senescenti, tronchi e rami caduti. I grandi e vecchi monumentali alberi con le loro “cavità” sono spesso quelli con la loro maggiore presenza di “legno morto” e sono un ottimo rifugio di coleotteri. L’albero cavo in piedi o a terra, pur se morto, ancora permette ad altre forme di vita di conservarsi e quindi di riprodursi. Se poi alcuni coleotteri saproxilici sono specie di interesse comunitario quali l’Osmoderma Eremita e la Rosalia Alpina (che vive per lo più nelle faggete) il ruolo dei nostri vecchi alberi con il loro legno diventa substrato di nutrimento e rifugio per queste specie. Si stima che circa il 30% della biodiversità di un ecosistema forestale sia dipendente dal legno morto, (Fonte Ministero dell’Ambiente) risulta essenziale permettere e mantenere a lungo questa unione forte tra alberi “vetusti” e “insetti” e in particolare i due coleotteri quali l’Osmoderma Eremita e la Rosalia Alpina, specie particolarmente minacciate inserite anche nelle “liste rosse” della fauna italiana . E’ necessario quindi che il legno morto in piedi e a terra sia, per quanto è possibile lasciato in bosco soprattutto se si riesce a trovare i due coleotteri. Esistono ormai da anni le raccomandazioni del Consiglio d’Europa in materia di conservazione sia delle foreste vetuste (Recommendation N° R (88) 11) e sia della fauna saproxilica (Recommendation N° R (88) 10). (Fonte Ministero dell’Ambiente) L’unione alberi vetusti e coleotteri saproxilici nella conservazione della biodiversità fa la forza.

per approfondimenti si segnala il sito http://innat.it/ nel Molise ci sono state diverse segnalazioni per i due insetti (vedi pallini rossi). Ecco le schede dei due coleotteri dal sito www.innat.it

Il valore ecologico di un grande e monumentale albero

I micro habitat e i l valore ecologico di un grande e vecchio albero

Camminiamo in una faggeta, si incontrano ogni tanto grossi tronchi di alberi, senza branche e rami , quasi dei cilindri irregolari. Monconi di fusto con tronchi spezzati a diversi metri, con buchi, cavità di varie dimensioni, con superfici che in alcuni tratti presentano delle lamelle (funghi), con seccume del legno diffuso pieni di “carie”, ricoperti da muschi e licheni, proprio brutti a vedersi. Coloro che non sempre frequentano i boschi, le prime parole che ci dicono vedendo questi alberi-tronchi , è ormai “secco”, ottimo legno e “brace” per cuocere un agnello o una salsiccia. Risulta poi difficile far capire a qualche amico l’importanza del valore “ecologico” di un vecchio e grande albero. Già nel 2014 il decreto di attuazione sul censimento degli alberi monumentali e il suo manuale tecnico disponibile sul sito del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali fissava il criterio “ecologico”per la monumentali di un albero. E’ scritto nel manuale ” Il valore ecologico di un albero fa riferimento alle presenze faunistiche e vegetali che si insediano al suo interno e nelle sue immediate vicinanze, da considerarsi importanti e meritevoli di tutela quanto più sono rare, in pericolo di estinzione e per questo motivo considerate di interesse comunitario (Dir. Habitat n. 43/92/CEE). L’albero senescente, soprattutto quello che vegeta in ambienti a spiccata naturalità, può rappresentare un vero e proprio habitat per diverse categorie animali (entomofauna, avifauna, micro-mammiferi) che, richiedendo nicchie trofiche speciali, si insediano nelle numerose entità discrete presenti in esso (es. cavità vuote, piene di acqua, piene di rosura, fori, essudati, corteccia sollevata, ramificazione avventizia, corpi fruttiferi di funghi), approfittando anche della presenza di legno morto. Considerata la specificità dell’argomento e la necessità di un approccio scientifico alla determinazione del criterio ecologico, maggiori dettagli saranno riportati in specifica guida.”

Un vecchio albero, come il nostro faggio, nel tempo ha avuto tanti ospiti, alcuni rimangono (funghi, licheni, muschi ), altri lasciano i loro segni ( insetti, uccelli, micro mammiferi ecc..) fornendo sempre nicchie trofiche speciali in poche parole cibo per tutti, come il suo legno morto. Il nostro vecchio tronco di faggio costituisce quindi un micro-habitat per molte specie considerato meritevole di tutela e quanto più queste specie sono rare e in pericolo di estinzione tanto le dobbiamo conservare. Anzi diventano alberi davvero importanti, di interesse comunitario oltre che di grande valore ecologico. Questi alberi, “brutti” quasi morti in quanto con diffuso seccume e/o con presenza di legno o morto , nei boschi e nelle aree dei siti della Rete Natura 2000 devono essere quindi mantenuti e conservati, senza che l’uomo possa toccarli, fino al termine del loro ciclo vitale. Poi i nostri grandi alberi-tronchi un volta caduti continuano a svolgere la loro funzione ecologica. Grazie ai microrganismi, alla pioggia, e agli eventi naturali il legno morto sarà lettiera forestale, sostanza organica e fertilità del suolo per un nuovo ciclo di vita.

Il nostro vecchio brutto grande albero-tronco di faggio sarà solo un bel ricordo, ma che ha dato nella sua lunga vita di 100 anni e oltre da mangiare a molti suoi ospiti.

Scurcola Marsicana (Aq) La Quercia di Donato (da gli Alberi di Valido Capodarca)

Foto della Quercia di Donato di Francesco Nasini dal libro Grandi Alberi d’Abruzzo

Riportiamo sul nostro sito un po’ le storie e leggende di grandi alberi di Valido Capodarca attive da alcuni anni sul nostro gruppo facebook – Ci sono alberi che riescono meglio a farci provare sensazioni ed emozioni solo nel guardare le foto. Tra questi la Quercia di Donato che si trova a Scurcula Marsicana di cui si descrive una storia del sua antico proprietario nel Libro Grandi Alberi d’Abruzzo di Francesco Nasini in cui ” la Quercia di Donato ” rappresenta uno dei casi in cui la natura è riuscita a costruire un vero capolavoro vegetale con la sua lentezza ed è presa come prototipo di un albero “monumento” . Infatti è inserita anche nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia con circonferenza di 550 cm e altezza di 14 metri.

LA Quercia di “Donato” a Scurcola Marsicana in vicinanza di un Convento di Cappuccini

Ecco l’articolo di Valido Capodarca

LA QUERCIA DI DONATO
E’ una delle più importanti querce d’Abruzzo. Quando, nel 1986, il maresciallo forestale Pannella me la fece conoscere, le sue misure erano:m. 5,65 la circonferenza del fusto, 20 l’altezza, 17 il diametro di chioma. L’età che il Corpo Forestale le attribuiva era di 750 anni. Si trova a poche centinaia di metri di distanza da Scurcola Marsicana (AQ), e vi si accede per via dei Cappuccini. Se l’età fosse esatta, si prospetterebbe una suggestiva considerazione. La quercia poteva essere già nata quando, a pochi chilometri da qui, nel XIII secolo,si svolgeva la battaglia di Tagliacozzo, a seguito della quale un colpo di spada recideva, in un colpo, la testa del giovane (appena 16 anni) Corradino di Svevia e i suoi sogni di conquista dell’Italia. Il fusto, pur deformato da diverse protuberanze, appare come una scultura moderna. Su di esso si notano degli scalini, intagliati dai ragazzi di Scurcola per salire sulla pianta. 
La pianta ha una singolare conformazione: un fusto dalla forma strana, dal quale si originano solo due grandi rami orizzontali, troncati sul nascere. Da questi partono,in perfetta verticale, sette o otto rami. Nel 1986 non erano pochi i problemi per la pianta: sulla sommità, nella conca del primo palco dei rami, si formava un ristagno d’acqua che sfaldava la corteccia passandole sotto. Su questa acqua crescevano cespugli di varie erbe. Il tronco era molto invaso da formiche. I progetti del comune prevedevano un risanamento della pianta e un ampliamento dello spazio attorno.
Cosa sarebbe accaduto in seguito lo leggiamo in Grandi Alberi d’Abruzzo, di Francesco Nasini (sua la foto).
Veniamo così a sapere che nel 1996, un imbecille diede fuoco alla Quercia versando benzina sulla grossa branca sovrastante la strada. A lungo si temette che l’albero non potesse farcela a sopravvivere ma, a 10 anni di distanza dall’atto vandalico, il giorno 12 novembre 2006, presso il Comune di Scurcola Marsicana si svolse la “Giornata di volontariato ambientale in difesa della Quercia di Donato”promossa dal Circolo Marsicano di Legambiente e dall’ Assessore all’Ambiente Luigi Sulpizi. Nell’occasione venne deciso un intervento di risanamento urgentissimo anche per una grave carie interna al tronco. Molti volontari si adoperarono per sistemare l’area e apporre una targa con inciso il nome della antica Quercia. Le ultime visite offrono notizie confortanti e riferiscono di una buona ripresa della gloriosa Quercia di Donato.

Neve e Abeti bianchi

Pescopennataro Bosco degli Abeti soprani

Nevica in questi giorni in Molise. I rami e i tronchi degli alberi sono coperti di bianco. Anche le foglie aghiformi degli alberi sempreverdi come pini, abeti, cedri sono tutte imbiancate. Un albero che esprime meglio il rapporto stretto con la neve è l’Abete Bianco. Lo dice lo stesso nome “Bianco” proprio perchè gli aghi verdi hanno due striature chiare biancastre. Gli abeti bianchi sono presenti per lo più nell’ Alto Molise, nelle riserva MAB Unesco di Collemeluccio tra Pescolanciano Pietrabbondante e Chiauci di solito consociato con il cerro e nel Bosco degli Abeti Soprani di Pescopennataro. A Pescopennataro le abetine possiamo considerarle quasi autoctone, cioè originarie del luogo pur se è intervenuto l’uomo in passato. Fanno parte ormai della storia forestale di quei luoghi. Le abetine quasi pure artificiali e coetanee hanno però qualche problema legata alle mancanza di stabilità e alle malattie. Neve, vento e malattie fungine sono un po’ i nemici dell’abete bianco. Ma non è sempre vero se si effettuano degli interventi forestali (assestamento) che possono cercare di migliorare la stabilità di questi popolamenti. La gestione delle abetine non si deve porre solo come unico obiettivo quello economico-finanziario, ma soprattutto valorizzare le importanti funzioni ecologiche, ricreative e paesaggistiche. Si avranno vantaggi per tutti, in particolare per quelli che si avvicinano per esempio al selviturismo o turismo forestale oppure per quelli che scrivono di Silvoterapia, o terapia del bosco. L’uomo trova nel bosco sempre un rifugio dallo stress e dai problemi della vita. Nei boschi di abete bianco ricoperti di neve il “rifugio” è ancora più sentito. Buon 2019 agli amici di molisealberi.