Molisealberi in Piemonte con Tiziano Fratus

Esperienza di molisealberi, con lo scrittore-poeta-fotografo-alberografo-cercatore di alberi, Tiziano Fratus. Per farla breve, il grande Tiziano: “l’Uomo radice” ci ha accolto con la sua semplicità, umiltà e gentilezza in quel di  Torino e dintorni.  Di che cosa abbiamo parlato con Tiziano? Per l’80% del tempo di grandi alberi. Tiziano ci ha  accompagnato alla visita di un castagno e di un frassino maggiore, naturalmente secolari. Le foto e l’articolo, che abbiamo ripreso dal suo sito a noi dedicato  “parlano” da sole.  Come lui stesso si definisce e meglio spiega  in uno dei suoi ultimi libri  La linfa nelle Vene : l’Uomo radice”  è un  “Uomo o donna che vive quotidianamente un rapporto di stretta connessione con la terra e gli elementi naturali e vegetali , con particolare attenzione alle proprie radici locali, valorizzando i beni e le risorse della terra in cui vive e lavora”.  E’ anche  “un uomo o donna radice anche quell’individuo che sa girare il mondo costituendo nuove connessioni con il paesaggio che si trova ad attraversare. Elemento centrale della connessione è l’albero, in particolare l’albero secolare e/o l’albero monumentale”.

Speriamo  che molti possono diventare degli “Uomini radice” in molti luoghi d’Italia come Tiziano.  Speriamo che aumentino i  “cercatori di alberi veri” (siamo ancora pochi e noi di molisealberi cominciamo a diventare vecchi e spesso nascosti nei boschi) per ” dedicare parte della nostra  esistenza alla ricerca di alberi monumentali, secolari o di pregio, o come dice  sempre Tiziano  un uomo o donna “ossessionato dalla bellezza degli alberi”.

Noi di molisealberi grazie all’Uomo radice” e cercatore di alberi riprendiamo un pò il “discorso” fermato  sui grandi alberi e sui  boschi delle nostre parti. Perchè  “Siamo noi che possiamo trasformare il paesaggio che ci circonda in qualcosa da studiare, da capire, da nominare e sicuramente da amare come quelle piccole e grandi cose che costellano l’esistenza che sono gli alberi. Condividiamo con Lui  la  passione-ossessione per gli alberi. Grazie di cuore Tiziano, per quello che fai per molisealberi e per gli alberi.

Ecco l’articolo di Tiziano dal suo sito e dedicato a noi di molisealberi

Ed ecco le foto con Tiziano Fratus al grande Castagno di  Giaglione (TO) e al Frassino Maggiore di Moncenisio a 1460 msl (TO). Mai visto un Frassino così. Fotografato anche il Fotografo Tiziano 

 

Agnone La Roverella di Colle Santa Chiara

Specie: Quercus pubescens L.
Nome Comune: Roverella
Circonferenza (mt): 3,20
Stato Vegetativo: abbastanza buono
Altezza (mt): 20-22
Età (anni): 100-150 anni
Quota Slm (mt): 785

Scendendo  per Fonte Sambuco-Castelverrino dalla SS 85 in località Masseria Cellilli-Colle Santa Chiara nel Comune di Agnone, si incontra una bella quercia che supera di gran lunga in altezza le abitazioni sottostanti. Potata più volte, é riuscita a mantenere un’ampia chioma. Il palo della luce antistante l’albero ci fa capire meglio la sua maestosità. L’albero si trova a 785 mslm con un doppio tronco inclinato verso l’esterno della strada. In vicinanza piante come questa non ne abbiamo viste molte. Sempre complimenti a coloro che in passato sono riusciti a salvarla dall’asfalto sottostante e a curarla. Nel tratto di strada la carreggiata è più stretta. Un vero luogo d’ombra in estate.

Castelverrino


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Il Pioppo di Pescopennataro

Specie: Populus nigra var. Italica
Nome Comune: Pioppo Nero
Circonferenza (mt): 2.00-2.20
Stato Vegetativo: buono
Altezza (mt): 25
Età (anni): 80-100
Quota Slm (mt): 1174

Pioppo cipressino a Pescopennataro

Pioppo cipressino a Pescopennataro

A Pescopennataro sono presenti molti abeti bianchi, infatti il paese viene comunemente chiamato “il paese dell’Abete Bianco”. E’ più raro trovare qualche pianta di Pioppo nero a forma piramidale (chiamata volgarmente Pioppo cipressino). Non è una una pianta comunque di alto valore monumentale ma è bella a vedersi in particolare quando il vento muove le sue foglie. Il pioppo cipressino è stato importato e utilizzato come pianta ornamentale e anche per costituire molti filari alberati lungo le strade. I suoi rami sono numerosi, piccoli e si possono trovare già alla base del fusto che ha una corteccia molto rugosa e screpolata. Esso raggiunge considerevoli altezze come questo che emerge isolato su un ampio prato. La sua unicità è dovuta alla zona che è particolarmente umida e che ha permesso facilmente alla pianta di crescere liberamente nell’areale dove predomina il faggio e l’abete bianco. Abbiamo provato a stimare la sua età che sicuramente è intorno ai 100 anni (forse abbiamo esagerato?!) anche se il pioppo ha un rapido accrescimento; l’altezza però è considerevole.

Ecco dove si trova sulla mappa


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Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani

Art. 7 della legge nazionale 14 Gennaio 2013 n. 10

Disposizioni per la tutela e la salvaguardia degli alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale

1. Agli effetti della presente legge e di ogni altra normativa in vigore nel territorio della Repubblica, per «albero monumentale» si intendono:

a) l’albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l’albero secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di maestosita’ e longevita’, per eta’ o dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarita’ botanica e peculiarita’ della specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal  punto di vista storico, culturale, documentario o delle
tradizioni locali;
b) i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani;
c) gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.

2. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministro per i beni e le attivita’ culturali ed il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive
modificazioni, sono stabiliti i principi e i criteri direttivi per il censimento degli alberi monumentali ad opera dei comuni e per la redazione ed il periodico aggiornamento da parte delle regioni e dei comuni degli elenchi di cui al comma 3, ed e’ istituito l’elenco degli alberi monumentali d’Italia alla cui gestione provvede il Corpo forestale dello Stato. Dell’avvenuto inserimento di un albero nell’elenco e’ data pubblicita’ mediante l’albo pretorio, con la specificazione della localita’ nella quale esso sorge, affinche’ chiunque vi abbia interesse possa ricorrere avverso l’inserimento. L’elenco degli alberi monumentali d’Italia e’ aggiornato periodicamente ed e’ messo a disposizione, tramite sito internet, delle amministrazioni pubbliche e della collettivita’.

3. Entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni recepiscono la definizione di albero monumentale di cui al comma 1, effettuano la raccolta dei dati risultanti dal censimento operato dai comuni e, sulla base degli elenchi comunali, redigono gli elenchi regionali e li trasmettono al Corpo forestale dello Stato. L’inottemperanza o la persistente inerzia delle regioni comporta, previa diffida ad adempiere entro un determinato termine, l’attivazione dei poteri sostitutivi da parte del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

4. Salvo che il fatto costituisca reato, per l’abbattimento o il danneggiamento di alberi monumentali si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 5.000 a euro 100.000. Sono fatti salvi gli abbattimenti, le modifiche della chioma e dell’apparato radicale effettuati per casi motivati e improcrastinabili, dietro specifica autorizzazione comunale, previo parere obbligatorio e vincolante del Corpo forestale dello Stato.

5. Per l’attuazione del presente articolo e’ autorizzata la spesa di 2 milioni di euro per l’anno 2013 e di 1 milione di euro per l’anno 2014. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione della dotazione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del
decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.

Perchè salvare un grande albero?

Faggio a Longano Sin dai tempi antichi l’uomo ha attribuito agli alberi, soprattutto ai grandi alberi, molti significati: storico, culturale religioso, paesaggistico, estetico affettivo ed emozionale spesso identificandoli come l’essenza stessa della vita. Il culto dei grandi alberi si perde nella notte dei tempi. Era proibito abbatterli si rischiava la prigione. Gli alberi chiamati anche “storici”, sono inseriti nelle memorie e nelle tradizioni di un popolo. Sono testimoni di eventi anche leggendari. La loro fortuna è di vivere un’età millenaria. Solo a loro è concesso in quanto come dice il capitano Valido Capodarca in uno dei suoi libri sui grandi alberi: ” Un albero non è mai di parte” perchè è il vero testimone della realtà storica. Si risale al medioevo, all’impero romano  ma anche a 4000 anni fa con il famoso castagno dei Cento Cavalli sull’Etna nel comune di Sant’Alfio (CT)  E’ considerato come il più famoso e tra i più grandi d’Italia  e oggetto di uno dei più antichi atti di tutela naturalistica.

Tra storia e leggenda in Italia ci sono dei grandi alberi che meritano o meglio dovrebbero meritare più  attenzione e rispetto. Moltissimi sono ancora quelli che devono essere trovati e altri sicuramente non ci sono più. Alberi che hanno assistito a guerre, carestie, sopportato avversità di qualsiasi tipo, hanno fatto ombra a Santi e Guerrieri, Tronchi di queste piante utilizzati come nascondigli e come rifugi. Molti rievocano guerre come il Platano dei cento bersaglieri nel Veneto, il Platano di Napoleone di Ponte Bormida oppure leggende come la quercia delle streghe di Gragnano di Capannori (Lucca). Il leccio delle Ripe a Piancastagnaio (Siena), l’Albero del Piccioni ad Ascoli Piceno secondo cui avrebbe riposato San Francesco, il Tiglio di San Berardino a Todi e altri altri ancora. Molti monumenti naturali sono legati a Santi in particolare il Cipresso di San Francesco a Villa Verucchio (Forlì), i faggi Santi di Vallombrosa; gli abeti di San Francesco a La Verna (Arezzo). Alcuni alberi rievocano tradizioni come il cerro di Vietralla (VT) ai piedi del quale ogni anno si celebra lo “sposalizio dell’Albero”. Potremo continuare per molto…… Se potessero parlare racconterebbero la storia di un territorio, di una comunità di un popolo. Sono dei monumenti storici ed artistici e per questo motivo devono essere tutelati come patrimonio regionale o nazionale o meglio dell’umanità alla pari di un reperto archelogico o di un monumento.

Come afferma Alfonso Alessandrini nel suo storico libro sui Grandi Alberi “La dimensione dei grandi alberi ci sovrasta e incombe con l’autorità dei secoli e dei millenni sul nostro quotidiano” e ancora “sono alberi carismatici, portano i nomi di santi di eroi, sono cattedrali vive, architravi del bosco, puntelli del firmamento. Sono alberi con un anima che hanno avuto certamente un angelo custode molto zelante e si sono salvati”. Il messaggio culturale del grande albero è evidente, ci si avvicina all’ambiente ad un bosco. L’albero “monumentale” non è solo un semplice numero censito con una etichetta in basso ma un elemento fondamentale del paesaggio e un “ornamento” naturale. La visione di un vecchio albero ci deve far provare nuove sensazioni nuove curiosità soprattutto quando viene scoperto, ci avviciniamo alle meraviglie della natura.

Ricostruire la storia di un albero non è facile, spesso non c’ è un limite tra storia leggenda, tradizioni popolari.Qualche esemplare grande si è salvato spesso proprio grazie alla considerazione di cui godeva presso le comunità locali si è tramandato da generazione a generazione, qualcuno non si è nemmeno accorto dell’esistenza ed è rimasto là vicino ad un “vecchio fabbricato”, ad un giardino, in un prato o nascosto in un bosco o perché spesso ha segnato un limite di confine tra terreni. In Italia buona parte degli alberi monumentali individuati e segnalati è situata all’interno di aree protette, parchi e giardini, boschi non facilmente raggiungibili, sia pubblici sia privati, in situazioni in cui i motivi di interesse conservativo estetico e affettivi hanno prevalso su quelli di natura economica. Si comprende quindi come alberi grandi ed annosi costituiscano oggi un’ eccezione, non certo la regola. Non dobbiamo pensare che la sopravvivenza di esemplari arborei vetusti sia frutto solo del caso o di una considerazione particolare da parte di una comunità locale: essi sopravvivono per secoli alle avversità naturali in quanto risultano dotati di una particolare vitalità, in qualche modo codificata a livello genetico (alla stessa stregua di un esemplare umano che abbia saputo superare il secolo di vita).

L’albero viene preso come esempio alla vita dell’uomo, perchè molte fasi della sua vita possono ricordare quelle umane: esso ha bisogno di un seme per nascere, come un bimbo, di un atto di amore della natura ; appena sbocciato è indifeso, ha bisogno di qualcuno che lo protegga, lo ripari dagli elementi e dagli animali affamati dei suoi teneri virgulti, come un bambino che viene guidato dalla mano del genitore; crescendo è in grado di dare la vita ai propri discendenti; la sua opera è spesso preziosa nel tempo, ma la sua fine può lasciare molto di più di un uomo stesso alla propria morte.

L’albero è generoso, dà molto di sè, anzi tutto: esso è ombra fresca per il contadino accaldato nei duri lavori della campagna, o per gli innamorati in cerca di un momento di segreta intimità, può essere riparo nella burrasca, è casa per tanti uccellini che fanno il nido su di lui, è riparo dal vento per le case, è prodigo produttore di frutti, allieta la vista con i suoi fiori a primavera e al momento del taglio si dona del tutto: per dare calore come legna da ardere, come materia essenziale per i mobili, per raccogliere tra le proprie fibre l’uomo al momento dell’ultimo viaggio. Testimoni del tempo gli alberi monumentali hanno visto tante cose, avvenimenti, personaggi transitati, gioie, vita, morte, stagioni che si sono susseguite senza sosta.

albero

E’ un pò come se ci trovassimo in una sera invernale intorno a uno scoppiettante camino, a turno ci raccontano tutto la loro storia di quello che hanno visto e vissuto. Tanti sono pertanto i motivi d’interesse dei “patriarchi” arborei e molteplici le motivazioni che ci devono indurre a conoscere e a conservare nel miglior modo possibile un simile patrimonio.

 

Specie forestali tipiche della zona del Lauretum

La flora che vegeta nelle fasce basali delle nostra colline e montagne è caratterizzata da aspetti morfologici e processi fisiologici particolari. In ambienti caldi, infatti, vegetano le piante sempreverdi tipiche della macchia mediterranea. I caratteri di queste specie sono: foglie molto ispessite, semipersistenti o persistenti sugli alberi, ritmi di vegetazione diversi rispetto alle altre specie (in genere hanno due interruzioni del ciclo vegetativo: una in inverno e l’altra d’estate). Tutti questi particolari non sono altro che adattamenti che le specie hanno messo in pratica per resistere agli ambienti, spesso inospitali, della zona mediterranea, dove le temperature sono molto elevate durante la stagione estiva e l’umidità è pressoché assente. La macchia mediterranea e le altre foreste di sclerofille sono costituite in prevalenza da arbusti (anche le specie arboree assumono spesso la forma arbustiva) e da molti altri arbusti a foglie piccole e rigide, oltre che da diverse specie aromatiche. Anche le forme delle foglie sono da imputare ai climi, in quanto le foglie filiformi riducono la traspirazione e quindi la perdita di acqua da parte della pianta.

In questa sede non verranno trattati tutti i numerosi arbusti che compongono la macchia mediterranea, ma solamente le arboree di maggiore diffusione ed importanza, esse sono: le querce a foglie persistenti (leccio e sughera) e i pini mediterranei (pino domestico, marittimo e d’Aleppo).

LE QUERCE SEMPREVERDI

IL LECCIO (Quercus ilex L.)

Descrizione botanica: Il leccio è un albero alto fino a 25 m e con diametri massimi superiori ad 1 m, anche se, come sopra accennato, spesso nelle formazioni mediterranee assume l’aspetto arbustivo. Negli ambienti ottimali può sopravvivere fino ai 1000 anni. Il tronco è, generalmente, diritto ma non molto alto e su di esso si regge una chioma arrotondata, di colore verde scuro, molto densa di fogliame. La corteccia del leccio a maturità si presenta di colore grigio-rossastra, sottile, screpolata in piccole placche.

Le foglie sono semplici e alterne, spesse e coriacee. Il leccio presenta dimorfismo fogliare tra le piante giovani e quelle adulte. Le foglie degli ultimi getti sono ovali, con margine seghettato-spinoso e quasi glabre; quelle più vecchie sono lanceolate, a margine intero, pubescenti nella pagina inferiore. Il colore del fogliame nella pagina superiore è sempre verde scuro lucido, mentre nell’inferiore biancastro. Le gemme sono piccole (1-2 mm), arrotondate, color fulvo e vellutate.

I fiori maschili sono riuniti in amenti cilindrici, lunghi 4-7 cm, pelosi, di colore giallo chiaro; quelli femminili sono in gruppi di 3-4 riuniti in spighe di colore verde-grigio. Il frutto è una ghianda (in genere sono riunite in gruppi di 2-3) di circa 2 cm, portata su un picciolo di 1 cm, ricoperta da una cupola per circa metà lunghezza. La ghianda è di colore castano-scuro con striature longitudinali ancora più scure. Il leccio forma boschi molto densi, con forte copertura: sotto le leccete più fitte raramente riescono a sopravvivere altre specie arboree o arbustive.

Areale italiano: essendo una pianta tipica degli ambienti mediterranei non è diffusa al nord, ma si trova dalla Valle Padana verso il sud, più abbondante sul versante tirrenico. Spontaneamente si trova nella zona del Lauretum, ma può spingersi anche a quote maggiori (Castanetum), purché non si verifichino temperature troppo basse, neanche durante il riposo vegetativo, in quanto la pianta non sopporta temperature inferiori agli 8°C.

Esigenze: Si adatta bene a qualsiasi tipo di terreno, ma evita quelli troppo argillosi, e poco evoluti (non è una specie pioniera, cioè una pianta che colonizza per prima i terreni nudi, come invece possono fare i pini). E’ esigente in fatto di temperatura, come detto soffre molto il freddo anche se non è in attività vegetativa, mentre sopporta molto bene l’aridità, è sensibile ai ristagni di umidità nel terreno. Non richiede molta illuminazione: da giovane predilige la copertura superiore mentre da adulto sa resistere all’ombreggiamento laterale. E’ molto meno esigente della sughera: resiste meglio al freddo, all’aridità, alle escursioni termiche, alla scarsa illuminazione, a qualsiasi tipo di terreno.

Usi: il legno di leccio è duro, pesante, compatto, difficile da lavorare e da far stagionare. Ha alburno e durame ben distinti: il primo di colore chiaro e il secondo rosso-bruno. Può essere utilizzato solo per piccoli attrezzi, manici di vario tipo, lavori di carradore. Il legname è ottimo come legna da ardere e per fare il carbone.

SUGHERA (Quercus suber L.)

La sughera è molto simile al leccio: è però meno longevo, soprattutto se utilizzato per prelevare il sughero, ha un aspetto molto più irregolare (fusto contorto, chioma asimmetrica). Le foglie sono persistenti, provviste di spine lungo il margine che si formano con il passare degli anni. La sugherà è molto esigente di calore (non sopporta temperature inferiori ai 5°C), di temperatura, di umidità, di luminosità. Esige terreni di origine silicea, poveri di calcio, a reazione acida. In Italia è presente in Sardegna e lungo la costa Toscana fino alla Calabria. Il principale prodotto della specie è il sughero, utilizzato per tappi di bottiglie, pannelli isolanti, pavimentazioni, galleggianti, suole di scarpe.

Il primo prelievo di sughero viene effettuato intorno ai 25-30 anni, questa prima operazione viene detta demaschiatura e permette di eliminare il sugherone o sughero maschio. Tale operazione è necessaria per permettere alla pianta di continuare a produrre sughero, altrimenti nel giro di pochi anni l’attività di produzione si esaurirebbe. Negli anni seguenti il sughero femmina o sughero gentile viene prelevato ogni 9-10 anni. Questo prelievo consiste nell’asportare la parte più superficiale di corteccia (fino ad un massimo di 7 cm) con mezzi manuali, senza danneggiare i tessuti vivi della pianta, che è così capace di rigenerare questo strato di sughero. Nelle sugherete è anche possibile esercitare il pascolo di suini, capre, pecore in quanto le ghiande sono apprezzate dagli animali domestici e selvatici.

I PINI MEDITERRANEI

Sono definiti “Pini mediterranei” quelle specie di pino che vegetano lungo il mediterraneo, nella fascia basale, con trasgressioni più o meno accentuate nelle zone superiori. Le tre specie appartenenti a questo raggruppamento sono: pino marittimo, pino domestico e pino d’Aleppo, nell’insieme ricoprono in Italia 123.300 ettari (come riportato dall’Inventario Forestale Nazionale).

PINO MARITTIMO (Pinus pinaster Ait.)

Questa specie ha un aspetto maestoso, dato dalle ragguardevoli dimensioni che può raggiungere (40 m di altezza e 1 m di diametro) e dal suo portamento (fusto diritto o leggermente arcuato, privo di rami per molti metri, chioma mai appiattita, di colore verde scuro). La corteccia è rossa e profondamente fessurata in placche. I rami principali sono robusti e disposti in palchi. Gli aghi, riuniti in fascetti di 2, sono molto lunghi (fino a 20 cm) e rigidi (larghi oltre 2 cm), di colore verde scuro, appuntiti, concentrati nella parte terminale del rametto, al quale sono legati tramite una guaina, di colore grigio, lunga anche 2,5 cm.

I fiori maschili sono gialli e posizionati alla base dei rametti, quelli femminili sono rossi raggruppati attorno alla gemma terminale. I coni sono riuniti in gruppi di 2, o più, e permangono sul ramo diversi anni (maturano in due anni, ma poi rimango appesi), sono lunghi e privi di peduncolo. Gemme grandi, appuntite, bruno-rosse, non resinose.

Facilmente riconoscibile dagli altri pini mediterranei per la corteccia rossastra, gli aghi lunghi e rigidi, la guaina fogliare lunga, le gemme grosse, lunghe e non resinose. E’ una specie spontanea lungo il Tirreno, poi diffusa nelle restanti aree d’Italia. Non è presente al sud. Nonostante il suo nome, non vegeta sulle coste ma preferisce la collina e la media montagna, si trova tra il Lauretum e il Castanetum caldo (tra i pini mediterranei è quello che si spinge più in alto). Pochissimo esigente in fatto di terreni, sopravvive ovunque, dai suoli silicei a quelli calcarei. Ha bisogno di molta umidità sia atmosferica che edafica, mentre non esige temperature troppo elevate (dimostrato dalla sua trasgressione verso l’alto). Specie eliofila.

Questo pino viene usato per ricoprire suoli nudi e poveri, in quanto pianta che dissemina abbondantemente, cresce velocemente nei primi anni, ha poche esigenze di terreni e sopporta la luce. Tutte queste caratteristiche, tipiche delle specie pioniere, lo rendono adatto a colonizzare terreni poveri. La specie veniva in passato utilizzata per l’estrazione della resina, più abbondante che negli altri pini; oggi questa pratica è quasi abbandonata.

Il legno è pesante, con durame rossiccio e alburno giallastro, con fibre grossolane. Non è adatto ai lavori di falegnameria fine, ma viene utilizzato per pali telegrafici, traverse e per la produzione di carta. Può essere impiegato anche come combustibile.

PINO DOMESTICO (Pinus pinea L.)

E’ il pino dall’aspetto più caratteristico, da adulto infatti assume una forma così detta ad ombrello, con altezze di 30 m. L’albero che da giovane ha una chioma globosa, con il passare degli anni perde i rami bassi e quelli alti si dispongono a raggiera e sorreggono una chioma che è diventata appiattita.

Gli aghi sono simili a quelli del pino marittimo ma leggermente più corti e contorti, di colore verde chiaro. Gli strobili sono lunghi fino a 15 cm e larghi 10, bruni, ricoperti di resina, brevemente peduncolati. La maturazione dei coni avviene in tre anni e contengono dei semi eduli: i classici pinoli.

Probabilmente in Italia il pino domestico non è spontaneo ma è stato importato molti secoli or sono, esso si è naturalizzato nel nostro territorio tanto che risulta difficile definire l’areale con precisione. Vegeta nel Lauretum, e in casi particolari, anche nel Castanetum caldo. Poco esigente di terreni (come il marittimo), rifugge quelli troppo calcarei, compatti e con ristagni di umidità. Sopporta le alte temperature e l’aridità. Ha bisogno di molta luce per la sua crescita, che è molto rapida. Il suo uso primario è per la raccolta dei pinoli, impiegati nell’industria dolciaria e culinaria; i coni vengono raccolti da ottobre a fine inverno e tenuti a lungo in mucchi; in primavera sono distesi al sole per aprirsi e lasciare uscire i semi.

PINO D’ALEPPO (Pinus halepensis Mill.)

Questo pino è tipico della costa dove cresce anche sui dirupi scoscesi e rocciosi. E’ un albero di media altezza (intorno ai 20 m), dall’aspetto irregolare sia nel fusto (spesso tortuoso) che nella chioma (asimmetrica con foglie riunite nelle sommità dei rami). La corteccia, a maturità rossiccia, si fessura longitudinalmente in placche. Gli aghi sono riuniti in gruppi di 2, brevi rispetto agli altri pini mediterranei (intorno ai 10 cm), sottili, di colore verde chiaro, con guaina fogliare grigia lunga 8 mm circa.

Gli strobili, che maturano in due anni, sono tenuti sui rami per tre anni, pertanto negli stessi rami sono presenti coni di 1, 2 e 3 anni. Essi sono solitari o a due, di forma ovato-conica, bruno-rossastri, lunghi circa quanto gli aghi, portati su un breve peduncolo. In Italia è presente lungo le coste, dove vegeta nella zona del Lauretum sottozone calda e media. Affatto esigente verso i terreni, richiede invece molto calore e luce per il suo sviluppo. Sopporta l’aridità.

Specie a rapido accrescimento, il suo legname, duro e di media pesantezza, con durame ed alburno distinti, viene utilizzato per le costruzioni navali e la falegnameria grossolana. Discreto combustibile.