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Articoli sugli alberi e boschi molise alberi

Hermann Hesse – La Natura ci parla

Abeti SopraniGli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell’infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un’unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. Quando un albero è stato segato ed espone al sole la sua nuda ferita mortale, dalla chiara sezione del suo tronco e lapide funebre si può leggere tutta la sua storia: negli anelli corrispondenti agli anni e nelle escrescenze stanno fedelmente scritti tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutti i malanni, tutta la felicità e la prosperità, anni stentati e anni rigogliosi, assalti sostenuti, tempeste superate. E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un’idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l’esperimento e il disegno che l’eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è – nella spiccata unicità – dare forma ed evidenza all’eterno.
alberoUn albero dice: la mia forza è la fiducia. Io non so niente dei miei padri, non so niente degli innumerevoli figli che ogni anno nascono in me. Vivo fino al termine il segreto del mio seme, non mi preoccupo d’altro. Confido che Dio è in me. Confido che il mio compito è sacro. Di questa fiducia vivo.
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità.
Hermann Hesse – La Natura ci parla – Oscar Mondadori. Arnoldo Mondadori. Milano.1990.

Molisealberi in Piemonte con Tiziano Fratus

Esperienza di molisealberi, con lo scrittore-poeta-fotografo-alberografo-cercatore di alberi, Tiziano Fratus. Per farla breve, il grande Tiziano: “l’Uomo radice” ci ha accolto con la sua semplicità, umiltà e gentilezza in quel di  Torino e dintorni.  Di che cosa abbiamo parlato con Tiziano? Per l’80% del tempo di grandi alberi. Tiziano ci ha  accompagnato alla visita di un castagno e di un frassino maggiore, naturalmente secolari. Le foto e l’articolo, che abbiamo ripreso dal suo sito a noi dedicato  “parlano” da sole.  Come lui stesso si definisce e meglio spiega  in uno dei suoi ultimi libri  La linfa nelle Vene : l’Uomo radice”  è un  “Uomo o donna che vive quotidianamente un rapporto di stretta connessione con la terra e gli elementi naturali e vegetali , con particolare attenzione alle proprie radici locali, valorizzando i beni e le risorse della terra in cui vive e lavora”.  E’ anche  “un uomo o donna radice anche quell’individuo che sa girare il mondo costituendo nuove connessioni con il paesaggio che si trova ad attraversare. Elemento centrale della connessione è l’albero, in particolare l’albero secolare e/o l’albero monumentale”.

Speriamo  che molti possono diventare degli “Uomini radice” in molti luoghi d’Italia come Tiziano.  Speriamo che aumentino i  “cercatori di alberi veri” (siamo ancora pochi e noi di molisealberi cominciamo a diventare vecchi e spesso nascosti nei boschi) per ” dedicare parte della nostra  esistenza alla ricerca di alberi monumentali, secolari o di pregio, o come dice  sempre Tiziano  un uomo o donna “ossessionato dalla bellezza degli alberi”.

Noi di molisealberi grazie all’Uomo radice” e cercatore di alberi riprendiamo un pò il “discorso” fermato  sui grandi alberi e sui  boschi delle nostre parti. Perchè  “Siamo noi che possiamo trasformare il paesaggio che ci circonda in qualcosa da studiare, da capire, da nominare e sicuramente da amare come quelle piccole e grandi cose che costellano l’esistenza che sono gli alberi. Condividiamo con Lui  la  passione-ossessione per gli alberi. Grazie di cuore Tiziano, per quello che fai per molisealberi e per gli alberi.

Ecco l’articolo di Tiziano dal suo sito e dedicato a noi di molisealberi

Ed ecco le foto con Tiziano Fratus al grande Castagno di  Giaglione (TO) e al Frassino Maggiore di Moncenisio a 1460 msl (TO). Mai visto un Frassino così. Fotografato anche il Fotografo Tiziano 

 

Perchè salvare un grande albero?

Faggio a Longano Sin dai tempi antichi l’uomo ha attribuito agli alberi, soprattutto ai grandi alberi, molti significati: storico, culturale religioso, paesaggistico, estetico affettivo ed emozionale spesso identificandoli come l’essenza stessa della vita. Il culto dei grandi alberi si perde nella notte dei tempi. Era proibito abbatterli si rischiava la prigione. Gli alberi chiamati anche “storici”, sono inseriti nelle memorie e nelle tradizioni di un popolo. Sono testimoni di eventi anche leggendari. La loro fortuna è di vivere un’età millenaria. Solo a loro è concesso in quanto come dice il capitano Valido Capodarca in uno dei suoi libri sui grandi alberi: ” Un albero non è mai di parte” perchè è il vero testimone della realtà storica. Si risale al medioevo, all’impero romano  ma anche a 4000 anni fa con il famoso castagno dei Cento Cavalli sull’Etna nel comune di Sant’Alfio (CT)  E’ considerato come il più famoso e tra i più grandi d’Italia  e oggetto di uno dei più antichi atti di tutela naturalistica.

Tra storia e leggenda in Italia ci sono dei grandi alberi che meritano o meglio dovrebbero meritare più  attenzione e rispetto. Moltissimi sono ancora quelli che devono essere trovati e altri sicuramente non ci sono più. Alberi che hanno assistito a guerre, carestie, sopportato avversità di qualsiasi tipo, hanno fatto ombra a Santi e Guerrieri, Tronchi di queste piante utilizzati come nascondigli e come rifugi. Molti rievocano guerre come il Platano dei cento bersaglieri nel Veneto, il Platano di Napoleone di Ponte Bormida oppure leggende come la quercia delle streghe di Gragnano di Capannori (Lucca). Il leccio delle Ripe a Piancastagnaio (Siena), l’Albero del Piccioni ad Ascoli Piceno secondo cui avrebbe riposato San Francesco, il Tiglio di San Berardino a Todi e altri altri ancora. Molti monumenti naturali sono legati a Santi in particolare il Cipresso di San Francesco a Villa Verucchio (Forlì), i faggi Santi di Vallombrosa; gli abeti di San Francesco a La Verna (Arezzo). Alcuni alberi rievocano tradizioni come il cerro di Vietralla (VT) ai piedi del quale ogni anno si celebra lo “sposalizio dell’Albero”. Potremo continuare per molto…… Se potessero parlare racconterebbero la storia di un territorio, di una comunità di un popolo. Sono dei monumenti storici ed artistici e per questo motivo devono essere tutelati come patrimonio regionale o nazionale o meglio dell’umanità alla pari di un reperto archelogico o di un monumento.

Come afferma Alfonso Alessandrini nel suo storico libro sui Grandi Alberi “La dimensione dei grandi alberi ci sovrasta e incombe con l’autorità dei secoli e dei millenni sul nostro quotidiano” e ancora “sono alberi carismatici, portano i nomi di santi di eroi, sono cattedrali vive, architravi del bosco, puntelli del firmamento. Sono alberi con un anima che hanno avuto certamente un angelo custode molto zelante e si sono salvati”. Il messaggio culturale del grande albero è evidente, ci si avvicina all’ambiente ad un bosco. L’albero “monumentale” non è solo un semplice numero censito con una etichetta in basso ma un elemento fondamentale del paesaggio e un “ornamento” naturale. La visione di un vecchio albero ci deve far provare nuove sensazioni nuove curiosità soprattutto quando viene scoperto, ci avviciniamo alle meraviglie della natura.

Ricostruire la storia di un albero non è facile, spesso non c’ è un limite tra storia leggenda, tradizioni popolari.Qualche esemplare grande si è salvato spesso proprio grazie alla considerazione di cui godeva presso le comunità locali si è tramandato da generazione a generazione, qualcuno non si è nemmeno accorto dell’esistenza ed è rimasto là vicino ad un “vecchio fabbricato”, ad un giardino, in un prato o nascosto in un bosco o perché spesso ha segnato un limite di confine tra terreni. In Italia buona parte degli alberi monumentali individuati e segnalati è situata all’interno di aree protette, parchi e giardini, boschi non facilmente raggiungibili, sia pubblici sia privati, in situazioni in cui i motivi di interesse conservativo estetico e affettivi hanno prevalso su quelli di natura economica. Si comprende quindi come alberi grandi ed annosi costituiscano oggi un’ eccezione, non certo la regola. Non dobbiamo pensare che la sopravvivenza di esemplari arborei vetusti sia frutto solo del caso o di una considerazione particolare da parte di una comunità locale: essi sopravvivono per secoli alle avversità naturali in quanto risultano dotati di una particolare vitalità, in qualche modo codificata a livello genetico (alla stessa stregua di un esemplare umano che abbia saputo superare il secolo di vita).

L’albero viene preso come esempio alla vita dell’uomo, perchè molte fasi della sua vita possono ricordare quelle umane: esso ha bisogno di un seme per nascere, come un bimbo, di un atto di amore della natura ; appena sbocciato è indifeso, ha bisogno di qualcuno che lo protegga, lo ripari dagli elementi e dagli animali affamati dei suoi teneri virgulti, come un bambino che viene guidato dalla mano del genitore; crescendo è in grado di dare la vita ai propri discendenti; la sua opera è spesso preziosa nel tempo, ma la sua fine può lasciare molto di più di un uomo stesso alla propria morte.

L’albero è generoso, dà molto di sè, anzi tutto: esso è ombra fresca per il contadino accaldato nei duri lavori della campagna, o per gli innamorati in cerca di un momento di segreta intimità, può essere riparo nella burrasca, è casa per tanti uccellini che fanno il nido su di lui, è riparo dal vento per le case, è prodigo produttore di frutti, allieta la vista con i suoi fiori a primavera e al momento del taglio si dona del tutto: per dare calore come legna da ardere, come materia essenziale per i mobili, per raccogliere tra le proprie fibre l’uomo al momento dell’ultimo viaggio. Testimoni del tempo gli alberi monumentali hanno visto tante cose, avvenimenti, personaggi transitati, gioie, vita, morte, stagioni che si sono susseguite senza sosta.

albero

E’ un pò come se ci trovassimo in una sera invernale intorno a uno scoppiettante camino, a turno ci raccontano tutto la loro storia di quello che hanno visto e vissuto. Tanti sono pertanto i motivi d’interesse dei “patriarchi” arborei e molteplici le motivazioni che ci devono indurre a conoscere e a conservare nel miglior modo possibile un simile patrimonio.

 

Specie forestali tipiche della zona del Lauretum

La flora che vegeta nelle fasce basali delle nostra colline e montagne è caratterizzata da aspetti morfologici e processi fisiologici particolari. In ambienti caldi, infatti, vegetano le piante sempreverdi tipiche della macchia mediterranea. I caratteri di queste specie sono: foglie molto ispessite, semipersistenti o persistenti sugli alberi, ritmi di vegetazione diversi rispetto alle altre specie (in genere hanno due interruzioni del ciclo vegetativo: una in inverno e l’altra d’estate). Tutti questi particolari non sono altro che adattamenti che le specie hanno messo in pratica per resistere agli ambienti, spesso inospitali, della zona mediterranea, dove le temperature sono molto elevate durante la stagione estiva e l’umidità è pressoché assente. La macchia mediterranea e le altre foreste di sclerofille sono costituite in prevalenza da arbusti (anche le specie arboree assumono spesso la forma arbustiva) e da molti altri arbusti a foglie piccole e rigide, oltre che da diverse specie aromatiche. Anche le forme delle foglie sono da imputare ai climi, in quanto le foglie filiformi riducono la traspirazione e quindi la perdita di acqua da parte della pianta.

In questa sede non verranno trattati tutti i numerosi arbusti che compongono la macchia mediterranea, ma solamente le arboree di maggiore diffusione ed importanza, esse sono: le querce a foglie persistenti (leccio e sughera) e i pini mediterranei (pino domestico, marittimo e d’Aleppo).

LE QUERCE SEMPREVERDI

IL LECCIO (Quercus ilex L.)

Descrizione botanica: Il leccio è un albero alto fino a 25 m e con diametri massimi superiori ad 1 m, anche se, come sopra accennato, spesso nelle formazioni mediterranee assume l’aspetto arbustivo. Negli ambienti ottimali può sopravvivere fino ai 1000 anni. Il tronco è, generalmente, diritto ma non molto alto e su di esso si regge una chioma arrotondata, di colore verde scuro, molto densa di fogliame. La corteccia del leccio a maturità si presenta di colore grigio-rossastra, sottile, screpolata in piccole placche.

Le foglie sono semplici e alterne, spesse e coriacee. Il leccio presenta dimorfismo fogliare tra le piante giovani e quelle adulte. Le foglie degli ultimi getti sono ovali, con margine seghettato-spinoso e quasi glabre; quelle più vecchie sono lanceolate, a margine intero, pubescenti nella pagina inferiore. Il colore del fogliame nella pagina superiore è sempre verde scuro lucido, mentre nell’inferiore biancastro. Le gemme sono piccole (1-2 mm), arrotondate, color fulvo e vellutate.

I fiori maschili sono riuniti in amenti cilindrici, lunghi 4-7 cm, pelosi, di colore giallo chiaro; quelli femminili sono in gruppi di 3-4 riuniti in spighe di colore verde-grigio. Il frutto è una ghianda (in genere sono riunite in gruppi di 2-3) di circa 2 cm, portata su un picciolo di 1 cm, ricoperta da una cupola per circa metà lunghezza. La ghianda è di colore castano-scuro con striature longitudinali ancora più scure. Il leccio forma boschi molto densi, con forte copertura: sotto le leccete più fitte raramente riescono a sopravvivere altre specie arboree o arbustive.

Areale italiano: essendo una pianta tipica degli ambienti mediterranei non è diffusa al nord, ma si trova dalla Valle Padana verso il sud, più abbondante sul versante tirrenico. Spontaneamente si trova nella zona del Lauretum, ma può spingersi anche a quote maggiori (Castanetum), purché non si verifichino temperature troppo basse, neanche durante il riposo vegetativo, in quanto la pianta non sopporta temperature inferiori agli 8°C.

Esigenze: Si adatta bene a qualsiasi tipo di terreno, ma evita quelli troppo argillosi, e poco evoluti (non è una specie pioniera, cioè una pianta che colonizza per prima i terreni nudi, come invece possono fare i pini). E’ esigente in fatto di temperatura, come detto soffre molto il freddo anche se non è in attività vegetativa, mentre sopporta molto bene l’aridità, è sensibile ai ristagni di umidità nel terreno. Non richiede molta illuminazione: da giovane predilige la copertura superiore mentre da adulto sa resistere all’ombreggiamento laterale. E’ molto meno esigente della sughera: resiste meglio al freddo, all’aridità, alle escursioni termiche, alla scarsa illuminazione, a qualsiasi tipo di terreno.

Usi: il legno di leccio è duro, pesante, compatto, difficile da lavorare e da far stagionare. Ha alburno e durame ben distinti: il primo di colore chiaro e il secondo rosso-bruno. Può essere utilizzato solo per piccoli attrezzi, manici di vario tipo, lavori di carradore. Il legname è ottimo come legna da ardere e per fare il carbone.

SUGHERA (Quercus suber L.)

La sughera è molto simile al leccio: è però meno longevo, soprattutto se utilizzato per prelevare il sughero, ha un aspetto molto più irregolare (fusto contorto, chioma asimmetrica). Le foglie sono persistenti, provviste di spine lungo il margine che si formano con il passare degli anni. La sugherà è molto esigente di calore (non sopporta temperature inferiori ai 5°C), di temperatura, di umidità, di luminosità. Esige terreni di origine silicea, poveri di calcio, a reazione acida. In Italia è presente in Sardegna e lungo la costa Toscana fino alla Calabria. Il principale prodotto della specie è il sughero, utilizzato per tappi di bottiglie, pannelli isolanti, pavimentazioni, galleggianti, suole di scarpe.

Il primo prelievo di sughero viene effettuato intorno ai 25-30 anni, questa prima operazione viene detta demaschiatura e permette di eliminare il sugherone o sughero maschio. Tale operazione è necessaria per permettere alla pianta di continuare a produrre sughero, altrimenti nel giro di pochi anni l’attività di produzione si esaurirebbe. Negli anni seguenti il sughero femmina o sughero gentile viene prelevato ogni 9-10 anni. Questo prelievo consiste nell’asportare la parte più superficiale di corteccia (fino ad un massimo di 7 cm) con mezzi manuali, senza danneggiare i tessuti vivi della pianta, che è così capace di rigenerare questo strato di sughero. Nelle sugherete è anche possibile esercitare il pascolo di suini, capre, pecore in quanto le ghiande sono apprezzate dagli animali domestici e selvatici.

I PINI MEDITERRANEI

Sono definiti “Pini mediterranei” quelle specie di pino che vegetano lungo il mediterraneo, nella fascia basale, con trasgressioni più o meno accentuate nelle zone superiori. Le tre specie appartenenti a questo raggruppamento sono: pino marittimo, pino domestico e pino d’Aleppo, nell’insieme ricoprono in Italia 123.300 ettari (come riportato dall’Inventario Forestale Nazionale).

PINO MARITTIMO (Pinus pinaster Ait.)

Questa specie ha un aspetto maestoso, dato dalle ragguardevoli dimensioni che può raggiungere (40 m di altezza e 1 m di diametro) e dal suo portamento (fusto diritto o leggermente arcuato, privo di rami per molti metri, chioma mai appiattita, di colore verde scuro). La corteccia è rossa e profondamente fessurata in placche. I rami principali sono robusti e disposti in palchi. Gli aghi, riuniti in fascetti di 2, sono molto lunghi (fino a 20 cm) e rigidi (larghi oltre 2 cm), di colore verde scuro, appuntiti, concentrati nella parte terminale del rametto, al quale sono legati tramite una guaina, di colore grigio, lunga anche 2,5 cm.

I fiori maschili sono gialli e posizionati alla base dei rametti, quelli femminili sono rossi raggruppati attorno alla gemma terminale. I coni sono riuniti in gruppi di 2, o più, e permangono sul ramo diversi anni (maturano in due anni, ma poi rimango appesi), sono lunghi e privi di peduncolo. Gemme grandi, appuntite, bruno-rosse, non resinose.

Facilmente riconoscibile dagli altri pini mediterranei per la corteccia rossastra, gli aghi lunghi e rigidi, la guaina fogliare lunga, le gemme grosse, lunghe e non resinose. E’ una specie spontanea lungo il Tirreno, poi diffusa nelle restanti aree d’Italia. Non è presente al sud. Nonostante il suo nome, non vegeta sulle coste ma preferisce la collina e la media montagna, si trova tra il Lauretum e il Castanetum caldo (tra i pini mediterranei è quello che si spinge più in alto). Pochissimo esigente in fatto di terreni, sopravvive ovunque, dai suoli silicei a quelli calcarei. Ha bisogno di molta umidità sia atmosferica che edafica, mentre non esige temperature troppo elevate (dimostrato dalla sua trasgressione verso l’alto). Specie eliofila.

Questo pino viene usato per ricoprire suoli nudi e poveri, in quanto pianta che dissemina abbondantemente, cresce velocemente nei primi anni, ha poche esigenze di terreni e sopporta la luce. Tutte queste caratteristiche, tipiche delle specie pioniere, lo rendono adatto a colonizzare terreni poveri. La specie veniva in passato utilizzata per l’estrazione della resina, più abbondante che negli altri pini; oggi questa pratica è quasi abbandonata.

Il legno è pesante, con durame rossiccio e alburno giallastro, con fibre grossolane. Non è adatto ai lavori di falegnameria fine, ma viene utilizzato per pali telegrafici, traverse e per la produzione di carta. Può essere impiegato anche come combustibile.

PINO DOMESTICO (Pinus pinea L.)

E’ il pino dall’aspetto più caratteristico, da adulto infatti assume una forma così detta ad ombrello, con altezze di 30 m. L’albero che da giovane ha una chioma globosa, con il passare degli anni perde i rami bassi e quelli alti si dispongono a raggiera e sorreggono una chioma che è diventata appiattita.

Gli aghi sono simili a quelli del pino marittimo ma leggermente più corti e contorti, di colore verde chiaro. Gli strobili sono lunghi fino a 15 cm e larghi 10, bruni, ricoperti di resina, brevemente peduncolati. La maturazione dei coni avviene in tre anni e contengono dei semi eduli: i classici pinoli.

Probabilmente in Italia il pino domestico non è spontaneo ma è stato importato molti secoli or sono, esso si è naturalizzato nel nostro territorio tanto che risulta difficile definire l’areale con precisione. Vegeta nel Lauretum, e in casi particolari, anche nel Castanetum caldo. Poco esigente di terreni (come il marittimo), rifugge quelli troppo calcarei, compatti e con ristagni di umidità. Sopporta le alte temperature e l’aridità. Ha bisogno di molta luce per la sua crescita, che è molto rapida. Il suo uso primario è per la raccolta dei pinoli, impiegati nell’industria dolciaria e culinaria; i coni vengono raccolti da ottobre a fine inverno e tenuti a lungo in mucchi; in primavera sono distesi al sole per aprirsi e lasciare uscire i semi.

PINO D’ALEPPO (Pinus halepensis Mill.)

Questo pino è tipico della costa dove cresce anche sui dirupi scoscesi e rocciosi. E’ un albero di media altezza (intorno ai 20 m), dall’aspetto irregolare sia nel fusto (spesso tortuoso) che nella chioma (asimmetrica con foglie riunite nelle sommità dei rami). La corteccia, a maturità rossiccia, si fessura longitudinalmente in placche. Gli aghi sono riuniti in gruppi di 2, brevi rispetto agli altri pini mediterranei (intorno ai 10 cm), sottili, di colore verde chiaro, con guaina fogliare grigia lunga 8 mm circa.

Gli strobili, che maturano in due anni, sono tenuti sui rami per tre anni, pertanto negli stessi rami sono presenti coni di 1, 2 e 3 anni. Essi sono solitari o a due, di forma ovato-conica, bruno-rossastri, lunghi circa quanto gli aghi, portati su un breve peduncolo. In Italia è presente lungo le coste, dove vegeta nella zona del Lauretum sottozone calda e media. Affatto esigente verso i terreni, richiede invece molto calore e luce per il suo sviluppo. Sopporta l’aridità.

Specie a rapido accrescimento, il suo legname, duro e di media pesantezza, con durame ed alburno distinti, viene utilizzato per le costruzioni navali e la falegnameria grossolana. Discreto combustibile.

Specie forestali tipiche della zona del Castanetum

La zona del Castanetum deriva il suo nome dalla presenza massiccia del castagno. Oltre a questa specie, la zona è anche caratterizzata da boschi di querce caducifoglie (farnia, rovere, roverella e cerro). Questa fascia è stata anche definita “orizzonte delle latiglie eliofile” (Negri), in quanto sono presenti in prevalenza latifoglie (le conifere sono relegate a coprire piccoli lembi di terra) con predominanza di quelle eliofile (cioè con elevate esigenze di illuminazione). In questi ambienti le querce finiscono spesso per imporsi a discapito delle altre piante, in quanto riescono a formare una copertura, al di sotto della quale solo poche specie sciafile riescono a sopravvivere. Queste specie correlate alle querce sono: carpino bianco e carpino nero, acero campestre, orniello, sorbi torminale e domestico.

CASTAGNO (Castanea sativa Miller)

Descrizione botanica: Il castagno è un albero maestoso, con altezze che possono raggiungere i 30 m e diametri massimi di 6-8 m, longevo: può vivere fino a 500 anni. Il fusto è diritto ma non slanciato, si suddivide in rami a breve altezza da terra, si apre in una chioma ampia e rotondeggiante. La corteccia è liscia e di colore rosso-bruna fino ai 20-25 anni, poi diventa grigiastra, si screpola e forma lunghi cordoni spessi, che hanno andamento spiralato attorno al fusto. Le foglie, lunghe 15-20 cm e larghe 3-6 cm, sono alterne, oblunghe e appuntite, con base arrotondata, a bordo seghettato. Le lamine fogliari sono attraversate da evidenti nervature parallele e sono portate da picciolo lungo intorno ai 2 cm. Apparato radicale robusto, ma poco profondo.

I fiori maschili sono dei lunghi amenti gialli (10-12 cm) e compaiono in estate; quelli femminili, isolati o in gruppi massimi di 3, nascono più tardivi alla base degli amenti maschili. Dopo la fecondazione il fiore femminile forma la cupola spinosa (riccio), che dapprima verde diventa a maturazione di color bruno-giallastro. All’interno sono contenute 2-3 castagne (acheni) bruno-rossicce lucenti, quando i frutti sono maturi il riccio si apre in quattro valve e lascia fuoriuscire le castagne.

Areale italiano: Il castagno è una specie tipica della zona del Mediterraneo-orientale, da quando è stata esportata fuori dai suoi Paesi di origine, si è così estesa che è difficile comprendere qual è il suo vero areale di provenienza. Attualmente, in Italia, lo troviamo nella bassa collina di Alpi e Prealpi e nella fascia medio montana dell’Appennino e delle isole. La zona fitoclimatica del castagno va dai limiti superiori della fascia dell’olivo, fino a tutta la fascia della vite, con delle trasgressioni nelle aree superiori.

Esigenze: Esigente in fatto di terreni, che devono essere sciolti, leggeri, freschi, ricchi di potassio e fosforo. Il castagno è una specie a temperamento oceanico (giustificabile con la sua provenienza mediterranea), cioè con temperature miti e prive di forti escursioni termiche. Non ha però grandi esigenze per la temperatura (mesofila) pur essendo molto sensibile alle gelate tardive. Richiede umidità ed è mediamente eliofila.

Usi: Il legname di castagno è compatto ed elastico, di media pesantezza, molto simile, esteticamente, a quello delle querce. Ha una netta differenziazione tra alburno e durame. Il legno di castagno è molto resistente alle intemperie e alle variazioni di umidità, pertanto è ottimo usato all’aperto per palizzate, palerie, etc. Viene impiegato anche in falegnameria, per i travami e i mobili. Ma il castagno è apprezzato anche per la produzione dei frutti. Oggi il loro uso è molto diminuito rispetto a qualche decennio passato, quando veniva impiegato per la produzione di farina, e quindi del pane. Attualmente le castagne vengono usate dall’industria dolciaria per i marron-glaces e per dolci a base di castagne. Solamente una piccola quantità è destinata all’uso fresco.

LE QUERCE CADUCIFOGLIE

Le querce caducifoglie in Italia sono dodici, ma le specie più importanti sono solo cinque: rovere, farnia, frainetto, cerro e roverella. Raramente si hanno boschi puri di querce caducifoglie, esse, infatti, sono molto spesso mescolate ad altre latifoglie tipiche della zona del Castanetum (carpini, aceri, frassini, sorbi, olmi …). Le specie più interessanti dal punto di vista economico sono la rovere e la farnia, per il pregio del loro legname, ma queste specie sono anche le meno estese in superficie, a causa dell’uso indiscriminato fatto dall’uomo fino a questo momento. Cerro, roverella e farnetto sono presenti nei boschi misti di latifoglie ed occupano superfici molto più estese di rovere e farnia; di seguito viene data breve descrizione delle due specie più diffuse nelle nostre colline: cerro e roverella.

CERRO (Quercus cerris L.)

E’ tra le querce a crescita più rapida, longevità fino a 200 anni, altezza massima di 35 m e diametri di 1,3 m.Tronco diritto e slanciato, chioma a cupola di media compattezza. La corteccia, da adulta, è di colore grigio cenere, profondamente e irregolarmente fessurata con solchi verticali e orizzontali. Nel cerro è presente un forte dimorfismo fogliare (cioè le foglie assumono forme diverse), in generale sono semplici, alterne, con 7-9 paia di lobi ineguali, più o meno profondamente incisi; la lamina fogliare è ruvida su entrambi i lati e pubescente, verde scura e opaca nella pagina superiore. Le foglie cadono piuttosto tardi durante l’inverno ma non sono persistenti quanto la roverella. Le gemme sono: piccole, bruno-rossastre, pubescenti.

I fiori maschili sono amenti cilindrici, pendenti, lunghi 5-6 cm, gialli a maturazione; quelli femminili sono spighe di 1-5 fiori, lunghe circa 5 mm. I frutti, che si formano dopo oltre 1 anno dall’impollinazione, sono ghiande strette e ovoidali, lunghe fino a 3 cm e larghe 1, contenute in cupole per circa due terzi della loro lunghezza. Le cupole sono caratteristiche per le loro squame lunghe, appuntite, di colore verde chiaro. L’apparato radicale, come in tutte le querce, è fittonante e di rapido accrescimento (mal si presta ai trapianti). In Italia è presente in modo massiccio dalla Pianura Padana verso il sud; scarso al nord.

I boschi a prevalenza di cerro occupano, nella zona del Castanetum, tutti i terreni, anche quelli argillosi poco graditi dalle altre specie; le cerrete sono diffuse soprattutto nell’Italia centrale e meridionale. E’ una specie poco esigente nei confronti di umidità, luce e terreni. Il suo uso è limitato ai rimboschimento a scopo di difesa idrogeologica, in quanto il suo legname non è ottimo (scadente rispetto alle altre querce) e le sue ghiande, ricche di tannini, sono poco apprezzate dai suini.

ROVERELLA (Quercus pubescens Willd.)

La roverella è un albero di media grandezza, raramente raggiunge i 25 m. Il fusto è tozzo, contorto e si divide in rami a breve distanza da terra, la chioma ampia e irregolare, non molto densa. Specie a lento accrescimento. Molto simile al cerro, si distingue da questo per le foglie con meno lobi, ruvide solo nella pagina inferiore. La defogliazione avviene molto tardi in inverno; nelle piante più giovani è possibile che le foglie rimangano secche sull’albero fino alla primavera successiva. E’ una specie che si adatta perfettamente ai climi caldi e aridi, occupando le pendici più soleggiate, lasciate libere dalle altre specie. Sopporta qualsiasi tipo di terreno, anche quelli rocciosi, calcarei, aridi. In Italia vegeta tra il Lauretum freddo e il Castanetum sottozona calda, dall’arco prealpino fino alle isole. Si trova spesso in boschi misti con cerro, orniello, carpino nero, acero campestre… a seconda delle esposizioni.

Il legno è di aspetto simile a quello delle querce più pregiate (rovere e farnia) ma ha fibre contorte e quindi risulta di difficile lavorabilità; viene usato per travature e costruzioni navali. Il legno è ottimo come combustibile: sia legna da ardere che carbone. La ghianda è molto appetita dai suini, tanto che esistono ancora in Toscana dei querceti da ghianda. La funzione dei boschi di roverella è spesso protettiva.

LE LATIFOGLIE DELLA ZONA DEL CASTANETUM

In questo raggruppamento rientrano molte specie che costituiscono, generalmente, il piano inferiore dei boschi di querce.

I CARPINI: Carpino bianco e nero sono le uniche specie capaci di formare boschi puri, oltre che trovarsi spesso misti con le altre latifoglie all’interno dei querceti. Il carpino bianco ha un areale più settentrionale rispetto al carpino nero, tanto che in Italia si trova in prevalenza nell’arco alpino e nell’appennino settentrionale fino alla Toscana, assente al sud.La sua importanza è comunque minore rispetto al Carpino nero (Ostrya carpinifolia Scop.).

Questa è una specie di media taglia, altezza fino a 20 m, tronco diritto e regolare, chioma conico-allungata e raccolta. La corteccia a maturità tende a screpolarsi in lunghe placche longitudinali di colore rosso-nerastre. Le foglie sono semplici, alterne, ovali, con punta acuminata e margine doppiamente seghettato. Sono sorrette da un breve picciolo di 0,5-1,5 cm. Le nervature secondarie e terziarie sono molto evidenti nella pagina inferiore e questo carattere permette di distinguerle da quelle del carpino bianco, dove le nervature secondarie e terziarie non sono visibili ad occhio nudo.

I fiori maschili sono amenti lunghi 5-8 cm, penduli e compaiono in primavera, quelli femminili sono più corti (3-5 cm), portati terminali sui rami e appaiono durante la fogliazione. Il frutto è un achenio bianco.

Il Italia si trova in tutto l’arco alpino a quote basse e sull’appennino, in prevalenza sul versante tirrenico e ionico; occupa la fascia dal Lauretum sottozona fredda al Castanetum sottozona calda. Il carpino nero preferisce suoli calcarei e freschi, ma può trovarsi anche in terreni superficiali e poveri. Sopporta i climi caldi, ma è esigente nei confronti dell’umidità edafica. Nasce sotto copertura. Il suo legname viene utilizzato per la costruzione di piccoli utensili e come combustibile.

L’acero campestre (Acer campestre L.) è un albero di piccole dimensioni, raramente supera i 15 m, di crescita lenta e di longevità limitata (120 anni). Questo acero si trova spesso allo stato arbustivo, il fusto è breve e contorto, la chioma rotondeggiante ma poco densa. Le foglie sono piccole, a cinque lobi (3 più accentuati e i 2 basali appena accennati), di colore verde opaco nella pagina superiore e chiare inferiormente. I fiori, riuniti in grappolo, appaiono contemporaneamente alle foglie.L’areale dell’acero campestre è molto vasto; in Italia è diffuso un po’ ovunque, dal livello del mare fino alla zona del Castanetum, nel Fagetum si dirada notevolmente. Vuole terreni calcarei, anche se argillosi, predilige le alte temperature e sopporta anche l’aridità. Molto esigente verso la luce.

L’acero campestre, deriva il proprio nome dall’uso di un tempo come pianta camporile, cioè usata per maritare le viti. Il legname di questo acero è di colore rosa, ha anelli irregolari, viene usato in prevalenza come combustibile, fornisce infatti un ottimo carbone.

L’Orniello (Fraxinus ornus L.) è un albero di piccola taglia, raramente supera i 10 m di altezza, ha fusto diritto e chioma regolare e arrotondata. La corteccia grigiastra si mantiene uniforme anche da adulta. Questa specie, come gli altri frassini, è riconoscibile per le foglie opposte e composte da 5-9 foglioline, queste ultime sono picciolate, con margine seghettato. La nervatura della pagina inferiore è ricoperta di fitta peluria. I fiori, riuniti in pannocchie dense, bianche ed odorose, compaiono in primavera dopo la fogliazione. I frutti, marroni a maturità, pendono in gruppi numerosi e sono provvisti di una sottile ala.

L’orniello vegeta in tutta Italia, comprese le isole, in prevalenza nella zona del Castanetum. Si trova spesso nei boschi misti di latifoglie, in esposizioni soleggiate. E’, infatti, una specie che sopporta bene l’aridità, l’illuminazione e le alte temperature. Predilige i terreni calcarei. Il suo legno, elastico e resistente, è usato per lavori al tornio, piccoli attrezzi, paleria, cerchi da botte. Buono anche come combustibile.

Specie forestali tipiche della fascia del Fagetum

La fascia fitoclimatica del Fagetum costituisce la zona più alta presente negli Appennini e quindi è al confine con il limite superiore della vegetazione; mentre nelle Alpi rappresenta una fascia intermedia (tra Picetum e Castanetum). Indubbiamente il valore di questa zona su Alpi e Appennini è differente, così come diverse sono le condizioni in cui le piante si trovano.

La fascia è caratterizzata da due specie: l’abete bianco e il faggio, alle quali si aggiungono altre specie  delle zone superiori (abete rosso e larice) e inferiori (aceri, olmi…). A queste quote si trovano anche: pino silvestre, pino nero, acero montano

ABETE BIANCO (Abies alba Mill.)

Descrizione botanica: Albero di grandi dimensioni, può raggiungere altezze di 50 m e diametri di 3 m, molto longevo (fino a 300 anni). In bosco l’albero si spoglia di rami per circa i 2/3 del fusto e la chioma si concentra nella parte apicale del tronco, mentre se isolato i rami giungono fino a terra e la chioma è molto fitta. Questa appare piramidale e slanciata negli individui giovani, mentre negli esemplari più vecchi l’accrescimento apicale (cioè della gemma verticale) si blocca e partono le gemme laterali, producendo il così detto “nido di cicogna”; a maturità, quindi, la chioma risulta troncata. Il tronco è diritto e cilindrico e conferisce alla pianta un portamento eretto. La corteccia è di colore argento, spesso ricca di pustole di resina, con tendenza alla fessurazione e alle screpolature. I rametti giovani sono distici (cioè disposti su un piano), pubescenti (ovvero con fitta peluria), di colore grigio.

Gli aghi, persistenti, rimangono sui rami per diversi anni; essi sono disposti a spirale sul rametto, ma a causa della torsione basale risultano tutti sullo stesso piano (distici), eccezione è rappresentata dagli aghi dell’ultimo anno che sono disposti a spazzola intorno al rametto. La loro inserzione è diretta sul ramo (a differenza dell’abete rosso che ha un cuscinetto), pertanto quando una foglia viene staccata rimane una cicatrice circolare piatta e non rilevata. Gli aghi sono lunghi 2-3 cm, larghi 2-3 mm, appiattiti, di colore verde lucente nella parte superiore, argentei nella pagina inferiore, inseriti singolarmente sui rametti. Le gemme sono piccole, coniche, prive di resina, di colore bruno. L’apparato radicale è fittonante, da adulto sviluppa forti radici laterali che si affondano nel terreno verticalmente. In terreni poco profondi può risultare superficiale.

abete bianco

La pianta è monoica: i fiori maschili sono riuniti a gruppi nella parte inferiore del ramo di un anno, di colore giallo, ricchi di polline; quelli femminili si trovano nella superiore dei rami di un anno, nella parte alta della chioma, rossi, compaiono in primavera. Gli strobili hanno forma cilindrica, sono lunghi dai 10 ai 18 cm e larghi circa 4 cm, a maturità assumono il colore rosso-bruno, eretti sul ramo. La loro maturazione avviene tra settembre ed ottobre; quando gli strobili sono pronti per disseminare, si aprono e lasciano cadere i semi, mentre l’asse centrale (rachide) resta sul ramo (differenza con l’abete rosso dove il cono cade intero).

L’abete bianco si rinnova per seme, anche se la sua facoltà germinativa non dura più  anno, la rinnovazione è molto difficile nei boschi puri di abete bianco, mentre è agevole in boschi misti (ad esempio abete bianco, faggio, abete rosso).

abetebianco

Areale italiano: L’abete bianco è molto diffuso in Italia su Alpi e Appennini, nelle prime si trova concentrato in prevalenza sul settore veneto, e diminuisce sul settore occidentale (dove prevalgono larice e pino silvestre), nell’Appennino è diffuso un po’ ovunque in gruppi sparsi. Nelle Alpi si estende dagli 800 m ai 1600 m, negli Appennini dagli 800 m fino ai 1700 m, quindi aree tipiche del Fagetum con alcune trasgressioni in alto e in basso.

Esigenze: Vuole terreni freschi, profondi, di origine silicea. E’ una specie tipica degli ambienti oceanici (poca escursione termica), è molto sensibile alle gelate tardive e vuole lunghi periodi di riposo vegetativo durante l’inverno. Molto esigente in fatto di umidità: molte precipitazioni ed elevata umidità atmosferica. Specie decisamente sciafila: predilige l’ombra.

Usi: Il legno di abete bianco è leggero, tenero, elastico, di buona qualità. Il legname, di colore giallo chiaro, non ha netta distinzione tra durame ed alburno. Viene impiegato come materiale per cellulosa e da lavoro, un tempo usato per la costruzione degli alberi delle navi e dei remi. Scarso potere calorifico. La corteccia contiene modeste quantità di tannini.

FAGGIO (Fagus sylvatica L.)

FAGGI03Descrizione botanica: Il faggio può raggiungere a maturità altezze di 30 m e diametri di 1,5 m, longevità media intorno ai 150 anni. Il fusto è diritto e cilindrico, la chioma è esile e di forma conica nei giovani individui, mentre negli esemplari adulti diventa massiccia e molto ramificata.

La corteccia è liscia, sottile e di colore grigio; queste caratteristiche della corteccia rendono la pianta molto sensibile alle scottature da sole, soprattutto se si trovano improvvisamente isolate per il taglio delle piante circostanti. I giovani rametti sono di colore verde scuro. Le foglie sono alterne, ovali, a margine intero, portate su piccioli di 1-2 cm, di colore verde lucente superiormente, più biancastre nella pagina inferiore. Le lamine fogliari sono attraversate da 6-7 paia di nervature parallele. In autunno, prima della defogliazione, assumono il caratteristico colore rossastro. Le gemme sono fusiformi, appuntite, di colore rosso-bruno.L’apparato radicale del faggio è molto sviluppato e mediamente profondo.

La pianta è monoica, i fiori maschili e femminili appaiono in primavera insieme alle foglie.

Faggio

Il frutto (la faggiola) è un achenio, contenuto all’interno di una cupola che a maturità si apre in quattro valve. Le piante cominciano a fruttificare attorno a 60 anni, la maturazione del seme è, poi, annuale. Il faggio ha ottima capacità pollonifera, che inizia tra i 25 e i 30 anni.

Areale italiano: In Italia il faggio è presente ovunque, dalle Alpi alla Sicilia, ad esclusione della Sardegna. Il faggio, come dice il nome stesso, è tipico della zona del Fagetum, anche se non è infrequente trovarlo nelle fasce fitoclimatiche adiacenti. Nell’Appennino meridionale si trova anche ai 2000 m di quota, mentre sulle Alpi, in particolare su quelle occidentali, non supera i 1200 m.

Esigenze: Predilige suoli freschi e profondi, di medio impasto e ben drenati. Nonostante ciò si adatta anche a terreni poco fertili, purché privi di ristagni di umidità e troppo compatti. Specie definita miglioratrice del terreno, perché riesce a migliorarne la struttura e ad arricchirlo di sostanze nutritive. Sopporta le basse temperature ma è molto sensibile alle gelate primaverili, vegeta in climi oceanici, cioè con limitate escursioni termiche. Molto esigente di umidità atmosferica (igrofila). Il faggio è tra le specie più sciafile (vive in luoghi ombrosi).

Faggio Usi: Il legname del faggio è apprezzato per il suo aspetto estetico e per la sua lavorabilità. Di colore rosato, a grana fine, presenta delle specchiature, ovvero delle striature lucide in sezione radiale, che lo rendono simile al legno di quercia. Viene impiegato per la fabbricazione di mobili e arredamenti, per le lavorazioni al tornio in quanto di facile piegatura. Può essere impiegato nella produzione di carta e cellulosa. E’ un buon combustibile, con alto potere calorifico, è ottimo per il carbone. La faggiola può essere utilizzata come succedaneo del caffè, oltre a poter produrre un olio, secondo alcuni inferiore soltanto all’olio di oliva. Vengono ora di seguito date delle brevi descrizione di alcuni pini e di altre latifoglie tipiche della zona del Fagetum, ma che rivestono una minore importanza sul piano pratico.

 

Zone fitoclimatiche e distribuzione delle specie arboree

La distribuzione delle specie arboree ed arbustive in Italia risente notevolmente del clima e della morfologia delle diverse aree. La flora nazionale è caratterizzata da una forte differenziazione nella distribuzione e nella struttura della vegetazione. Pertanto è possibile suddividere la flora in tre grandi gruppi: quella autoctona delle Alpi, quella dell’Appennino centrale e settentrionale, quella dell’Appennino meridionale e delle isole. All’interno di queste categorie si trovano poi ulteriori raggruppamenti dovuti a condizioni climatiche e pedologiche particolari, ad esempio all’interno del gruppo di specie tipiche delle Alpi si trovano alcune più diffuse nelle Alpi orientali e altre nelle occidentali. Cerchiamo di capire quali sono i fattori che influenzano la distribuzione delle specie arboree. Da quanto sopra detto, risulta evidente che il clima rappresenta l’insieme di fattori che maggiormente influisce sulla distribuzione della vegetazione. Il clima, considerato in tutti i suoi componenti (temperatura, precipitazioni,…), esercita sulla copertura vegetale un’azione che produce la modifica della vegetazione stessa, per adattarsi a quella determinata situazione ambientale. Ad esempio in alta montagna, dove il manto nevoso rimane al suolo per parecchi mesi all’anno e il vento soffia ad alte velocità, le piante si sono adattate assumendo portamenti prostrati o striscianti e vegetando solamente per brevi periodi durante la stagione più calda. E’ pertanto fondamentale, quando si interviene sulla vegetazione, conoscere le caratteristiche climatiche del luogo in cui si opera.

Esistono molte classificazioni climatiche, di cui la più interessante, al fine di questa trattazione, è la classificazione fitoclimatica del Pavari (1916), la quale permette un inquadramento climatico della vegetazione forestale. Tale classificazione si basa su alcuni caratteri termici (temperatura media annua, temperatura media del mese più freddo, temperatura media del mese più caldo, media delle temperature massime estreme, media delle temperature minime estreme) e pluviometrici (precipitazioni annue, precipitazioni del periodo estivo, umidità atmosferica relativa media); in questo modo consente di suddividere l’intero globo in aree con caratteri climatici assimilabili e quindi di poter confrontare tra loro aree fitoclimatiche italiane e di altri Paesi. Ciò consente, ad esempio, di stabilire se una pianta alloctona (cioè proveniente da un altro Paese) può essere piantata in una zona italiana; in generale questo è possibile sono se le fasce fitoclimatiche sono simili.

Poichè questa suddivisione tiene conto del clima, la variazione è sia in senso altitudinale che latitudinale, pertanto si potrà avere la stessa zona fitoclimatica nell’alta montagna dell’Appennino centrale e nella bassa collina delle Alpi austriache. Ogni fascia altitudinale viene definita “zona”.

Esistono 5 zone così denominate, dal basso verso l’alto: Lauretum, Castanetum, Fagetum, Picetum, Alpinetum, i nomi attribuiti alle zone sono tratti dalla specie che caratterizza la zona stessa (nella zona del Castanetum la specie più diffusa è il castagno).
I limiti altitudinali attribuiti alle diverse zone sono solamente indicativi, è ovvio, infatti, che la zona del Lauretum si estende fino ad una altezza di 400 m s.l.m. nell’Italia settentrionale e fino a 900 m s.l.m. nell’Italia meridionale e insulare.
Alcune zone (Lauretum, Castanetum, Fagetum, Picetum) sono poi state ulteriormente suddivise in sottozone, in base a caratteri unicamente pluviometrici (con siccità estiva e senza siccità estiva).

Il Lauretum, corrisponde alla fascia dei climi temperato-caldi, ed è caratterizzata da piogge concentrate nel periodo autunno- invernale e da siccità estive. La vegetazione in questa fascia è rappresentata dalle formazioni sempreverdi mediterranee, cioè da boschi e macchie di specie xerofile (che sopportano la siccità) e termofile (che si adattano alle alte temperature). Questa zona fitoclimatica è la più estesa nell’area peninsulare e insulare dell’Italia, presente infatti in tutte le aree costiere, si propaga fino ai 400-500 m nel centro-nord, fino ai 600-700 m nel centro-sud e fino agli 800-900 m nell’Italia meridionale e sulle isole. Questi limiti altitudinali, come già accennato, sono solamente indicativi, in realtà il Lauretum si interrompe dove, per motivi climatici, non è più possibile la coltivazione degli agrumi.

Nel Castanetum minori sono le possibilità di avere siccità estive e ciò favorisce la crescita delle piante e la produzione di legname. La vegetazione spontanea è rappresentata dal castagno, che dà il nome alla zona, e dalle querce caducifoglie. I limiti altitudinali indicativi sono: nell’Italia settentrionale fino a 700-900 m, nel centro fino agli 800-1000 m e nel meridione e nelle isole fino a 1000-1200. Il Castanetum si trova nella bassa montagna appenninica e alpina e in tutta la Pianura Padana.

Il Fagetum è caratterizzato da abbondanti piogge, assenza di siccità estiva, elevata umidità atmosferica; quindi mentre le precipitazioni non sono fattori limitanti allo sviluppo della vegetazione, come nelle due fasce precedenti, le basse temperature possono costituire un limite alla crescita di alcune specie. Pertanto in questa zona vegetano piante con buona resistenza al freddo (mesofile) e che necessitano di molta umidità per il loro sviluppo (igrofile): faggio (da cui il nome alla zona), alcune querce, abete bianco.Questa zona raggiunge le seguenti quote: settentrione 1200 m, centro 1500 m, meridione e isole 1700 m. Negli Appennini il Fagetum è l’ultima zona altitudinale, pertanto il limite superiore confina con il limite della vegetazione arborea (cioè il limite oltre il quale la vegetazione arborea non riesce più a crescere e lascia il posto alla vegetazione arbustiva ed erbacea).

Nelle Alpi, invece, oltre il Fagetum sono presenti altre due zone e precisamente: il Picetum e l’Alpinetum. In entrambe queste zone il fattore limitante lo sviluppo della vegetazione sono le basse temperature. Il clima è caratterizzato da elevate umidità, con manto nevoso che permane sul suolo per molti mesi all’anno.

Il Picetum presenta formazioni boschive e pascoli permanenti. I boschi sono ancora di alto fusto, ma le piante arboree hanno modificato i ritmi fisiologici, vegetano solo per brevi periodi nella stagione più favorevole, ed hanno adattato la morfologia all’ambiente, ad esempio i fusti sono spesso sciabolati alla base (cioè ricurvi) in seguito al peso continuo della neve. Le specie che vegetano in questa zona sono in prevalenza conifere.Questa fascia fitoclimatica si estende fino ai 1900 m circa.

Nell’Alpinetum non sono presenti boschi d’alto fusto, le piante arboree, infatti, assumono la forma arbustiva per meglio adattarsi ai forti venti ed al peso della copertura nevosa: i tronchi sono contorti e striscianti. Le specie che riescono a sopravvivere in questi ambienti sono tutte microterme, cioè con pochissime esigenze in fatto di temperatura. Man mano che si sale a quote più elevate le piante si diradano fino a lasciare spazio alle sole specie erbacee, quindi alle rocce e ai ghiacci.Nelle Alpi il limite superiore dell’Alpinetum rappresenta il limite della vegetazione arborea.

Come accennato in precedenza, questa classificazione fito-climatica ci permette di collocare le specie arboree ed arbustive nelle zone, indipendentemente dalla collocazione geografica dell’area, in base alle considerazioni sopra esposte. E’ quindi importante sapere per ciascuna zona quali sono le specie arboree caratteristiche, con queste informazioni sarà anche possibile risalire al tipo di ambiente in base alle piante presenti in una certa stazione, così se abbiamo molto faggio spontaneo vuol dire che siamo nel Fagetum o se c’è una macchia di sempreverdi è probabile che ci troviamo nel Lauretum e così via.

Le piante però spesso hanno delle trasgressioni in senso altitudinale e latitudinale sia verso l’alto che verso il basso, per questo non è infrequente trovare l’abete rosso nel Fagetum (quindi a quote inferiori a quelle ideali per la specie) o il Pino silvestre nel Picetum (quindi a quote superiori a quelle ideali per la specie). Queste trasgressioni, che spontaneamente avvengono solamente nelle zone adiacenti, sono abbandanti nelle zone di transizione tra le due zone successive. Infatti, il passaggio tra una zona e l’altra non è netto ma graduale, pertanto esiste una zona intermedia in cui sono presenti specie appartenenti ad entrambe le fasce fitoclimatiche.
All’interno di ciascun genere ci sono poi differenti esigenze tra una specie e l’altra: ad esempio il genere “Acer” comprende più specie, dove l’Acer pseudoplatanus (acero montano) e l’Acer platanoides (acero riccio) possono spingersi a quote più alte perchè hanno meno esigenze di temperature, mentre l’Acer campestris è più termofilo e quindi solo raramente si trova oltre il Castanetum.