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Segnalazione Albero – Cedro del Libano BERGAMO

Segnalato da ILARIA TOMASI – Bergamo

Nome comune dell’albero:Cedro del Libano
Nome scientifico dell’albero: Cedrus deodara
Altezza stimata (m): 22 ca
Circonferenza (cm): 300
Tipo: Alberi in gruppo
Numero esemplari: 5
L’albero ha un solo fusto?: no
L’albero ha più fusti?: si

Comune di: BERGAMO
Località: QUARTIERE DI BORGO PALAZZO
Indirizzo: VIA VIVALDI, 11
Indicazioni utili per raggiungere l’albero: E’ la prima traversa a sinistra di Viale Pirovano, guardando il Cimitero da Via Borgo Palazzo
Proprietà: privata
Di chi é l’albero monumentale: sarà donato al Comune come facente parte di un parco di nuovo impianto di 5000 mq

Ambiente Urbano: verde privato
Ambiente Extraurbano:
La pianta é segnalata per: Forma o portamento particolari, Rarità botanica, Valore storico-culturale
Descrizione della motivazione: Piantati da antica famiglia ottocentesca a celebrazione di ogni nuovo nato. Ad oggi ancora simbolo di vita e resilienza per tanti grandi anziani che lo ricordano attraverso epoche buie di guerre e sofferenze. Situati in area destinata a breve a Parco Pubblico. Richiedono assistenza immediata a causa di imminente capitozzatura aberrante in questi giorni.
Minacce: Errata gestione e manutenzione, Urbanizzazione ed edificazione

I Boschi di Carpino Nero (Ostrya carpinifolia Scop.) questi invasori

Carpino Nero Foto dal Portale Flora d’Italia

In Molise, in particolare in molte zone del Matese, della Montagnola Molisana e un po’ meno nella zona delle Mainarde-Meta, ci sono boschi in cui domina il Carpino nero. (in termini botanci: Ostrieti). Essi sono localizzati generalmente su substrati calcarei di solito in forte pendenza e non sono quasi mai puri ma si associano ad altre specie come Aceri, Frassini, Cerri e Faggi. Sono ubicati a quota da 700 fino a 1000 mslm. La presenza di questi boschi a Carpino nero è dovuta dall’invasione di pascoli arborati e cespugliati generalmente abbandonati che si trovano in vicinanza di boschi in cui i tagli (ceduazioni) spesso hanno ridotto l’affermazione di altre latifoglie . Dalla ricerca bibliografica risulta che il Carpino nero è una pianta che si è diffusa dalle alterazioni antropiche su boschi di quercia (Pignatti 1982) o da tagli intervalli di deposito successivi e che hanno offerto alla specie la possibilità di insediarsi nei boschi di maggiore frequenza (Bernetti 1987). Il carpino nero nei boschi cedui a turni (sarebbe il periodo di tempo tra un taglio ad un altro ) molto brevi per esempio 12-18 anni è in grado di insediarsi al posto di altre specie facendolo diventare spesso un “colonizzatore” e “invasore”. I boschi a prevalenza di di carpino nero non sono considerati Habitat nei siti della Rete Natura 2000 (direttiva Habitat ) in quando essendo “invasori ” riducono un po’ la biodiversità.

Carpino nero Fonte da internet

In conclusione, e non ce ne vogliano molti, non sempre è necessario favorire interventi di rinnovazione naturale del carpino nero anzi in alcuni casi e meglio favorire altre specie ma non sempre è facile. Il carpino nero dopo un taglio di un bosco riesce ad insediarsi sempre un po’ prima di tutte la altre specie di latifoglie come roverella, cerro, frassino ecc.. Quando si tagliano i boschi bisogna almeno conoscere cosa, dove, quanto, perchè e come si taglia; esiste una bellissima scienza millenaria che è “la selvicoltura” che secondo alcuni viene chiamata naturalistica, ma questa è un’altra storia.

La cura e la gestione di un albero monumentale, alcune considerazioni.

Pioppo nero monumentale a Sesto Campano

Curare un patrimonio arboreo “monumentale” non solo quello dei circa 3300 alberi e formazioni vegetali che fanno parte dell’elenco nazionale ma anche molti altri alberi, filari, gruppi che potrebbero essere considerati monumentali risulta complesso perchè si devono gestire piante vecchie, delicate, fragili, spesso malate, uniche, eccezionali, non facilmente rinnovabili. Se per la cura si considerano anche gli aspetti biologici, economici e tecnici, la gestione e la tutela dei nostri “patriarchi arborei” si complica ancora di più, anche per gli addetti ai lavori e che si occupano di arboricoltura. I tecnici, che potremo chiamare “medici e guaritori” dei nostri grandi e monumentali alberi non possono essere considerati dei manutentori del verde. Occorre competenza, conoscenza ed esperienza per la loro cura e salvaguardia. Nelle linee guida, scaricabile qui intese come buone pratiche, per gli interventi e cura degli alberi monumentali redatta a dicembre 2019 dal Ministero delle Politiche agricole la gestione e la tutela di questo patrimonio devono essere “quanto più rispettosi dei più intimi meccanismi biologici che regolano la vita di un albero e si misurino con le tante implicazioni fitopatologiche, agronomiche ed arboricolturali che possono discostarsi anche molto da quelle considerate nelle ordinarie pratiche di manutenzione del verde. La gestione degli alberi monumentali dovrà essere, pertanto, coordinata in ogni fase da figure professionali competenti e condotta da ditte esecutrici specializzate: tecnici di comprovata esperienza nell’ambito dell’arboricoltura e con le specifiche competenze e abilitazioni definite dalle norme relative all’esercizio delle professioni, e imprese scelte in base a documentata esperienza nel campo dell’arboricoltura e in particolare nella cura degli alberi monumentali rappresentano, pertanto, le figure a cui necessariamente si deve fare riferimento” L’albero è un sistema energetico e biologico assai complesso specialmente un vecchio e grande albero dove non bastano solo le normali tecniche e studi dell’ arboricoltura per essere sicuri di ottenere dei risultati per tenerlo ancora più a lungo in vita senza “accanimenti”. Potremo riuscire a misurare il lento accrescimento del tronco, i rami che crescono, vedere annualmente i germogli, le foglie, i fiori ogni tanto qualche frutto. I nostri grandi alberi, anche senza molte cure, sanno risolvere i loro problemi di vecchiaia anche favorendo la vita di altri esseri viventi (se si pensa al solo valore biologico di un tronco ) per cui ci si chiede spesso se o no intervenire su alberi con interventi drastici (capitozzature) o non toccarli e lasciarli fermi a completare il loro ciclo di vita. Gli alberi, in particolare quelli malandati e vecchi diventano un problema e un fastidio per noi uomini in quanto ci dimentichiamo che sono essere viventi.

Quercia delle Streghe o di Pinocchio ?

Le conclusioni indicate nella guida redatta dal Ministero sono da condividere: ” L’approccio con un albero monumentale dovrebbe avvenire con umiltà, ma allo stesso tempo deve essere libero da condizionamenti e presunzioni: un approccio interdisciplinare, olistico, capace di raccogliere da ogni esperienza, da ogni conoscenza, elementi utili alla comprensione e alla risoluzione dei tanti problemi che un albero, soprattutto se senescente, manifesta “

Le specie sporadiche del bosco

Camminando in bosco si possono incontrare grandi e monumentali alberi. Delle volte si trovano anche piante “sporadiche” che come per i grandi alberi non è facile incontrarle in quanto si vedono raramente, anche perchè non le conosciamo. Le piante sporadiche non si trovano solo nei boschi. Esse, spesso poco considerate, hanno un ruolo importante per la “biodiversità” forestale. Un progetto Europeo life+ denominato PProSpoT mira ad introdurre in Italia la tecnica della “selvicoltura d’albero” applicata alla gestione e alla conservazione delle specie arboree sporadiche in bosco. La valorizzazione, anche economica, di queste specie rare e talvolta minacciate, è proposta per aumentare la biodiversità, la stabilità ecologica e il valore dei boschi attraverso una tecnica innovativa, integrabile con quelle tradizionali, che può essere facilmente diffusa in Italia e in Europa. Non entrando in merito al progetto, e alla pubblicazione scaricabile dal sito PProspot per coloro che vedono un bosco occorre sapere che ogni albero , un po’ come alcuni uomini, tende a dominare rispetto ad un altro . C’e chi domina di più come per esempio il faggio chi un po’ di meno come il cerro, tanto che si parla in selvicoltura di piano dominante e di piano dominato. Chi domina diventa unico per cui considerato che un bosco è un insieme di alberi si dice che si hanno boschi : monospecifici costituiti cioè da una solo specie.

Nei boschi monospecifici gli alberi, che forse sono un po’ più intelligenti di noi diventano più democratici e meno competitivi, lasciano anche ad altre specie arboree la possibilità di inserirsi e di raggiungere il piano codominante o addirittura quello dominante. Non è possibile stilare un elenco di specie “sporadiche” anche perchè la loro presnza in bosco dipende da molti fattori legati alla multifunzionalità e ruolo che hanno i boschi e gli alberi .

L’elenco delle specie sporadiche considerate nel progetto Life PProspot è il seguente:

Acer campestre L. – Acero campestre
Acer pseudoplatanus L. – Acero montano
Acer opalus Mill. – Acero opalo
Acer platanoides L. – Acero riccio
Ilex aquifolium L. – Agrifoglio
Cercis siliquastrum L. – Albero di Giuda
Prunus avium L. – Ciliegio selvatico
Fraxinus excelsior L. – Frassino maggiore
Fraxinus angustifolia Vahl. – Frassino ossifillo
Laburnum anagyroides Medik. – Maggiociondolo
Malus sylvestris Mill. – Melo selvatico o Melastro
Ulmus minor Mill. – Olmo campestre
Ulmus glabra Hudson – Olmo montano
Pyrus pyraster Burgds. – Perastro o Pero selvatico
Sorbus aucuparia L. – Sorbo degli uccellatori
Sorbus domestica L. – Sorbo domestico
Sorbus aria (L.) Crantz. – Sorbo montano o farinaccio
Sorbus torminalis L. – Ciavardello
Taxus baccata L. – Tasso
Tilia cordata Mill. – Tiglio selvatico  
Tilia platyphyllos Scop. – Tiglio nostrano
*Quercus crenata Lam. – Cerro sughera
*Quercus robur L. – Farnia
*Quercus petraea (Matt.) Liebl. – Rovere
Quercus suber L. – Sughera

In generale più specie sporadiche in bosco si trovano più la biodiversità aumenta, ma spesso l’azione dell’uomo in bosco tende ad eliminare le specie sporadiche e ad alterare quelli che sono definiti gli “habitat” forestali.

Riserva di Monte di Mezzo “Gli Alti Cerri ” lungo il Sentiero di Colle San Biagio.

 
Vastogirardi, in Alto Molise, Riserva della biosfera dell”UNESCO di Monte di Mezzo, un luogo dell’Appennino ricco di storia forestale e di grandi valori ambientali. Circa 300 ettari da visitare per una “immersione salutare” nei boschi e lungo i sentieri della riserva. Tra questi c’è ne uno un po’ particolare: quello di Colle San Biagio, perchè è un percorso senza barriere architettoniche accessibile a tutti. Il sentiero è attrezzato con passerelle, tabelle informative per i non vedenti, staccionate in legno.

il pannello ad indicare tra i più alti cerri lungo il sentiero di Colle San Biagio

Tra diversi alberi, lungo il sentiero, i cerri la fanno da padrone. Le foto non rendono mai l’idea della dimensioni e dell’aria che si respira in una giornata invernale passeggiando nella riserva.

Le colonne del cielo

Sepino una grande quercia con “ferri vecchi” alla base del tronco

In vicinanza del Tratturo Pescasseroli – Candela nel Comune di Sepino, la chioma di questa quercia mi appare nella sua maestosità. Mi trovo a poche centinaia di metri da Altilia (zona archeologica tra le più importanti del Molise ). Mi avvicino all’albero per scattare alcune foto, un anziano signore mi vede e mi viene incontro. Aveva capito, che stavo dirigendomi verso l’albero. Lo saluto e gli dico se l’albero è di sua proprietà. Lui mi risponde che non è suo ma è del “Padre Eterno” . Gli rispondo che se è un bene cosi bello del “Padre Eterno” non dovremmo lasciarlo con tubi, ferri e legname e materiale vario accumulato sotto il tronco. L’albero si trova a 560 mtslm ha una circonferenza del tronco di 380 cm, una chioma ampia e regolare.

Peccato che il materiale ferroso accumulato alla base dell tronco non permette di goderselo nella sua bellezza.

La quercia di Casalincontrada sarebbe monumentale? da gli alberi di Valido

Valido ci racconta della grande quercia di Casalincontrada in provincia di Chieti un vero “Patriarca” con una grossa chioma. Alberi tra i più belli d’Abruzzo e non solo d’Abruzzo che man mano ha perso la sua monumentalità, forse anche perchè si poteva intervenire in tempi in cui non accusava problemi vari dalle radici al tronco, alle branche e ai rami e alle foglie che ma mano sono quasi “scomparse”.

Può accadere, anche se raramente, che un albero già considerato monumentale, a distanza di tempo, pur continuando ad esistere, non possa essere più considerato tale. La pianta di cui parleremo oggi è uno di questi casi. La quercia veniva fatta conoscere al pubblico con la PRIMA FOTO pubblicata nel mio “Abruzzo, 60 alberi da salvare” del 1988. Per farne la conoscenza, mi ero recato nella tenuta Sant’Agatopo, di proprietà dell’ing. Enrico Sbraccia, a Casalincontrada (CH).
Qualcosa del genere doveva esistere anche nel Paradiso Terrestre, e sicuramente Adamo ed Eva amavano trascorrere sotto di essa i loro momenti più intimi, prima che un giorno sbagliassero albero e si trovassero sbattuti fuori dall’uscio dal Padrone di casa.
La quercia era una delle più belle d’Abruzzo e d’Italia. Il fusto,molto basso, misurava m. 5,01 di circonferenza, la chioma raggiungeva i 30 metri di diametro e l’altezza complessiva era di 18 metri. La bellezza della pianta veniva esaltata dal suo isolamento lungo il lieve pendio della collina. Per la sua bellezza, la quercia in passato aveva attirato le attenzioni di personaggi illustri degli anni Venti e Trenta, quali il pittore Francesco Paolo Michetti e il ministro dell’agricoltura dell’epoca Giacomo Acerbo i quali, ospiti della tenuta, chiesero espressamente di visitarla da vicino.


La quercia faceva parte di un bosco più esteso poi smantellato per fare spazio alle colture. Era tanto apprezzata e amata dai proprietari, che essi accettavano ben volentieri di sacrificare per essa i 700 mq sotto la sua chioma sui quali non si poteva coltivare alcunché. La salute della quercia appariva eccellente, e si potevano prevedere ancora secoli di prosperità sul cammino della sua vita.
Quando, dopo quasi 25 anni, con l’animo ricolmo di allettanti prospettive, Francesco Nasini si recava a visitare la quercia per inserirla nel suo “Grandi Alberi d’Abruzzo”, il disastro era avvenuto da un paio di anni. Il fusto si era scisso in due parti e due terzi della chioma erano crollati al suolo (qualcuno ipotizzò un collegamento con il contemporaneo terremoto de L’Aquila). Quello che restava , cioè meno di mezzo fusto e un terzo della chioma, in luogo dello stupore e dell’ammirazione, suscitava ormai solo pena e rimpianto.

Oggi, nessuno prenderebbe più in considerazione la quercia per un suo inserimento fra gli alberi monumentali soggetti a tutela, essendo venuti meno i requisiti (dimensionali, estetici, paesaggistici), ma vale la pena porsi la domanda: se questo dovesse accadere a una pianta già tutelata, essa dovrebbe essere depennata dall’elenco? La legge 10/2013 non prevede casi come questo.