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Un parco per valorizzare il Matese
Fonte: AltroMolise
di FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI - da altromolise del 01/03/2008

La montagna matesina oggi è considerata dai più come un terreno residuale. La creazione del parco servirebbe a ridare identità a quest'area. Forse il maggiore ostacolo all'affermarsi dell'idea di parco del Matese è l'assenza della stessa coscienza della presenza di questo massiccio montuoso. Nel sentire come il Matese non esiste come entità autonoma, dissolvendosi nei comprensori circostanti, la vallata dell'alto Tammaro, la piana di Boiano e così via, per rimanere nel Molise.
Questo complesso montano sempre quale fatto a sé stante anche dal punto di vista economico e sociale (il Patto Territoriale del Matese ha abbracciato anche Campobasso) e, addirittura, per tanti esso costituisce una sorta di "terra di nessuno". Se non fosse per i 2 Campitello, quello più celebre di S. Massimo e quello di Roccamandolfi, e per il lago del Matese esso sarebbe un luogo perfettamente sconosciuto. Ce se ne ricorda ora della sua esistenza per la collocazione su alcuni rilievi, monte Crivali e monte Cavuti, rispettivamente nei Comuni di Roccamandolfi e di Longano, di impianti eolici. Con esclusione degli escursionisti, che sono ancora pochi nonostante l'intensa azione del CAI, la montagna sembra essere dei pastori (meno dei carbonai che sono, per la loro attività, dei nomadi non rimanendo sempre nello stesso luogo); neanche gli agricoltori, che prima coltivavano le patate anche a quote elevate, dove i tuberi maturano meglio, sono più presenti nelle zone di altitudine.
Le attività lavorative della popolazione che vive nei centri dell'area del Matese hanno sempre meno a che fare con le risorse della montagna, se si fa eccezione all'industria casearia di Boiano, e lo sviluppo produttivo è, ormai, di tipo esogeno. Anche geograficamente è difficile riconoscere una unitarietà al Matese posto com'è al centro della Penisola sia in senso longitudinale che latitudinale, partecipando alle tante realtà diverse che sono ai suoi confini.
Una oggettiva difficoltà ad essere letta come fatto ben identificabile è, di certo, la estrema diversità di fatti ambientali che si incontrano all'interno di questo sistema montuoso. Vi sono, infatti, ambienti di ogni tipo, da quelli planiziali nel fondovalle dove si trovano le sorgenti del Biferno, a quelli delle vette più alte i quali sono ambienti estremi per la scomparsa della vegetazione e la denudazione della roccia (si pensi ai ghiaioni dei circhi glaciali del Miletto e della Gallinola e alle guglie dolomitiche della valle del Fondacone). Neanche questi ultimi, però, costituiscono ecosistemi del tutto naturali per via dell'intensa frequentazione antropica in passato dell'intera montagna.
Se il bosco può essere considerato la situazione ambientale prevalente del Matese, neppure per esso è corretto parlare di realtà uniforme in tutto il massiccio. Il patrimonio forestale matesino è importantissimo non solo per la sua estensione, ma pure per la sua varietà. Vi sono faggete, boschi di conifere, di quercia, di castagno, prevalentemente misti, in composizioni diversificate. Le superfici boschive si distinguono, poi, per le dimensioni che sono più vaste salendo di quota, mentre nella fascia collinare gli appezzamenti boschivi si presentano frammentativi e anche quando sono ampi si ha la loro strutturazione in piccole proprietà. In passato i boschi dovevano essere ancora più ampi, a formare delle foreste estese regno dei lupi e degli orsi come descrive il Galanti alla fine del 1700: in seguito si è avuto nella parte propriamente montana l'avanzata del pascolo a discapito del bosco, con la trasformazione dell'ecosistema originario, ma senza che si sia perso l'equilibrio ambientale.
Il disinteresse che si manifesta per il Matese non riguarda solo una questione di identità, ma porta con sé il mancato sfruttamento di enormi quantità di terreni pubblici. Al di sopra dei 1000 metri il suolo appartiene ai Comuni, fatte salve alcune porzioni di privati, in genere di possidenti, non della gente comune. È il caso del pianoro di Campitello, all'indomani dell'abolizione del feudalesimo passato al principe Morra prima Marchese di S. Massimo. Il comprensorio di monte Caruso-monte Gallo in agro di Monteroduni è, invece, demanio regionale. Queste proprietà comunali sono sottoutilizzate: molte di esse sono gravate di Uso Civico, ma manca una mappa di questi terreni e la Regione non ha provveduto al censimento degli utenti. È venuto anche a diminuire l'interesse per i boschi soggetti ad uso civico dove i cittadini praticavano l'autoproduzione di legname.
Il parco può essere una valida ricetta per la valorizzazione di questi suoli pubblici; il vantaggio è, comunque, reciproco perché il piano di un parco acquista efficacia dall'avere disponibilità di terreni di proprietà collettiva. Il parco, inoltre, con la sua semplice istituzione potrebbe dare un contributo decisivo a riportare l'attenzione sul Matese, inducendo a percepirne la sua esistenza. La tabellazione dei confini, il primo passo che normalmente si compie e che precede qualsiasi altra azione, servirebbe oltre che a conferire visibilità al parco, a dare notorietà a questo complesso montuoso che, altrimenti, rimane un «buco nero» nelle carte topografiche privo com'è di insediamenti umani e non attraversato da vie di comunicazione. Un obiettivo, quello del parco, oggi facilmente raggiungibile perché ormai c'è una cospicua base conoscitiva sugli aspetti naturalistici, paesaggistici, ecc. per via di un'attività di studi più che decennale svolta dall'Università del Molise e di ricerche condotte da altri enti ed associazioni in un periodo anche più lungo.

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Commento di marcello verile [...a@libero.it] del 17/07/2009 21.48.46

sempre illuminante, ogni qual volta devo accompagnare gruppi per le montagne molisane... grazie ancora Sig. Francesco Manfredi Selvaggi

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