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Camaldoli – Il Castagno di Miraglia

Specie: Castanea sativa L.(Castagno)
Comune: Poppi (AR)
Località: Metaleto (vivaio)
Circonferenza: 8,5 mt, scesa rispetto a 9,30 di Valido Capodarca censita nel 1980
Età: circa 400-500 anni (difficile, sicuramente sopra i 300)
Quota: 900 mslm

Camaldoli - Il Castagno di Miraglia  Siamo vicino a Camaldoli, in provincia di Arezzo, tra castagni monumentali. Siamo andati a trovare la pianta più conosciuta all’interno del Parco delle Foreste Casentinesi. Si trova nel vivaio forestale di Metaleto. Le sue dimensioni sono eccezionali.

Per i tanti visitatori e per evitare danni all’albero, è stata costruita una staccionata intorno. Le condizioni per noi non appaiono buone. L’età si comincia a sentire. La cavità nel tronco è una caratteristica che lo rende molto particolare ed unico per la sua grandezza. Si rimane sempre affascinati da questi monumenti della natura. Chiamato il Castagno di Miraglia forse per volontà del direttore del Ministero dell’Agricoltura, Nicola Miraglia che alla fine dell’800 dedicò questa pianta in onore della moglie, la contessa Elena Mazzarini. Non è da tutti dedicare un simile monumento di 300-400 anni alla propria moglie e per lo più contessa. Si racconta anche che la contessa fece mettere un piccolo tavolino e due sedie all’interno della grande cavità dell’albero dove trascorreva lunghe ore a ricamare. Il tavolo comunque c’era (lo dice Valido Capodarca) ed è rimasto a lungo anche come centro per “banchetti” forse di castagne.

Valido Capdarca, ci racconta di un’altra credenza popolare legata al nome dell’albero. Nella prima metà del Novecento venne visto per diverso tempo da quelle parti un ammiraglio il quale, ritiratosi in pensione, amava trascorrere gran parte del suo tempo in contemplazione davanti al castagno. L’azione del “mirare” (ammirare), associata al grado militare prestigioso, avrebbe originato il nome.

Castagnodimiraglia2Per maggiori dettagli l’articolo di Valido Capodarca é a questo link oppure sul sito di Eno Santecchia nella sezione dedicata agli alberi.

 

Vastogirardi – r’fajone un buco nel tronco e qualche ramo che cade

R’ Fajone o meglio “r’faone” il più grande faggio d’Italia con una circonferenza misurata di 7,20 mt da Valido Capodarca  comincia a perdere qualche pezzo.

Come lui stesso afferma:

“Eh, sì. Credo che il destino del più grande faggio d’Italia sia questo, speriamo il più tardi possibile, magari fra cento anni: una tempesta di vento, più forte del solito, lo farà crollare al suolo, col tronco spezzato a pochi metri da terra. Intanto continuiamo a godercelo!

Nelle foto si vede il buco nel tronco in basso e un ramo spezzato che cadendo ha rotto parte della staccionata sottostante.

 

Perchè ancora scrivere di grandi alberi ?

Nonostante siano passati otto anni da quando scrivemmo quest’articolo sul  sito Molise Alberi noi dell’Asociazione Ophrys ancora continuiamo a richiamare l’attenzione verso i “Grandi Alberi” chiamati anche “Alberi monumentali” o più in generale “Patriarchi della natura”. Molte cose sono cambiate in questi anni, abbiamo visto un maggiore interesse verso la “cultura” degli alberi, ci sono stati studi, ricerche, sono nati siti internet, sono stati scritti libri, sono aumentati i dibattiti e le conferenze sui grandi alberi, sono stati effettuati censimenti dalle regioni, è stata promulgata una legge nazionale nel febbraio 2013 per la loro “monumentalità” per il ritorno alle giornate e alle feste dell’albero. Abbiamo notato una maggiore conoscenza, forse più consapevolezza sulla salvaguardia, tutela e valorizzazione dei grandi alberi e dei boschi. Le informazioni viaggiano molto veloci sulla rete, tutti possono leggere sul nostro gruppo facebook e in molti altri siti e gruppi, molto meglio del nostro della storia di un  albero in un comune, in una località, in una regione dove si abita oppure guardare velocemente le migliaia di foto di “grandi e  bellissimi alberi sparsi un  po’ dappertutto in Italia e nel mondo.

Gli alberi,  comunque, vanno un po’ più lentamente, vivono più di noi ci raccontano sempre qualcosa, ci fanno provare delle sensazioni nuove, non tanto con la fotografia ma quando ci si avvicina a loro “realmente”. Esortiamo a fermarsi più spesso vicino e sotto ad un grande e bell’albero, anche del proprio giardino. Fermiamoci pochi minuti ad osservare e a pensare, pare che abbracciando un albero si riduce anche lo stress e l’ansia accumulata giornalmente. Poi c’è sempre una storia, una leggenda, una curiosità dietro un “grande albero”.

Ecco il primo articolo del nostro vecchio sito del 2006 un po’ aggiornato:

Nello scrivere sugli “Alberi monumentali” abbiamo svolto una breve ricerca bibliografica. Esistono libri, studi, pubblicazioni, guide, censimenti, normative forse un po’ disaggregate a partire già dagli anni 70 in quasi tutte le regioni e province italiane. Si cita una pubblicazione di Franco Tassi “ Le radici dei Patriarchi” il libro “Alberi Monumentali d’Italia” di Bortolotti e Alessandrini e delle prime iniziative del WWF con la “Campagna per i Grandi Alberi” per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e degli amministratori sui molteplici valori degli alberi monumentali e l’incremento delle forme di tutela attraverso mirate azioni politico-istituzionali. Obiettivo era quello di creare un repertorio degli alberi monumentali d’ Italia e una banca dati sui patriarchi verdi. Si fa cenno anche alla guida di Lega Ambiente “Alberi monumentali d’ Italia” e della campagna “Un albero per amico”.

Altra iniziativa fu l’individuazione “alberi di notevole interesse”, lanciata agli inizi degli anni 80, dal Corpo Forestale dello Stato, che ha raccolto numerosi dati. Sono stati segnalati migliaia di alberi. I risultati sono stati pubblicati in una grande libro.  E’ stata una lunga e difficile indagine per l’alto significato culturale come si riprende dallo stesso sito del corpo forestale perché il censimento, infatti, non ha interessato gli alberi come categoria vegetale, o come risorsa economica, ma singoli soggetti arborei che hanno una propria “individualità” per essere eccezionalmente vecchi, per essere stati protagonisti di episodi storici o per essere legati alla vita di grandi uomini o di Santi. Con questa e unica iniziativa di individuare gli “alberi di notevole interesse”, il Corpo forestale dello Stato ha raccolto una massa imponente di dati: 22.000 schede di alberi di particolare interesse che sono state poi ulteriormente selezionate, fino ad individuare 2.000 esemplari di grande interesse e, fra di essi, 150 che presentano un eccezionale valore storico o monumentale. E’ chiaro che un censimento di questo tipo non può che restare aperto ad ulteriori revisioni ed acquisizioni, perché il nostro territorio presenta tante “pieghe” che possono essere sfuggite all’occhio dei Forestali, ed e’ talmente ricco di storia e tradizioni locali che e’ difficile raccogliere tutte le testimonianze legate agli alberi.

I dati che suscitano immediato interesse sono alcuni “primati”. L’albero più grande d’Italia veniva considerato il “Castagno dei Cento Cavalli ” in comune di Sant’Alfio (CT), seguito da un castagno un po’ più “piccolo”, che cresce nel comune di Mascali (CT) e il cui tronco misura 20 metri di circonferenza.

Sempre secondo le indagini del corpo forestale l’albero più alto, e qui la cosa e’ controversa poiche’ e’ più difficile misurare le altezze che le circonferenze, dovrebbe essere un Liriodendro che cresce nel parco Besana di Sirtori (Lecco) o forse una delle Sequoie sempreverdi che crescono nel Parco Burcina di Pollone (VC). In entrambi i casi si tratta di piante esotiche. La loro altezza si aggira sui 50 metri. Ancora più difficile e’ stabilire quale sia l’albero più vecchio d’Italia. Probabilmente questo primato spetta ad un oleastro, specie notoriamente di lento accrescimento, che dovrebbe impiegare oltre due millenni per raggiungere le eccezionali dimensioni che oggi presenta l’oleastro di San Baltolu di Luras (SS), e cioè una circonferenza del tronco di 11 metri e 80 ed un’altezza di 15 metri. (ripetiamo i dati sono del 1982)

Che degli alberi, anche nel nostro Paese, possano raggiungere età cosi venerande potrebbe essere verificato con il conteggio degli anelli annuali, ma per i grandi esemplari arborei questa operazione, purtroppo, si può compiere solo dopo la morte. Per un grande Larice della Val d’Ultimo, al limite del Parco nazionale dello Stelvio, ciò é stato possibile per comparazione. In quella valle nei pressi di S. Geltrude (BZ), vi sono tre larici venerandi, il più grosso dei quali misura m. 8,20 di circonferenza e 28 di altezza. Un quarto esemplare, che misurava metri 7,80 di circonferenza, venne sradicato da una bufera nel 1930. Sulla ceppaia vennero contati 2.200 anelli, probabile età anche degli alberi rimasti.

Molti alberi sono legati alla vita dei Santi e per questo si sono conservati nei secoli fino ai giorni nostri. Il Santo a cui sono legati più alberi, forse per l’amore per tutte le creature che lo animava, e’ S. Francesco d’Assisi e l’albero francescano più famoso, e’ quello della predica agli uccelli, rappresentato da Giotto alla fine del XII secolo negli affreschi della Basilica superiore d’Assisi. Tra i grandi personaggi storici il cui ricordo vive anche attraverso gli alberi, al primo posto si colloca Garibaldi ricordato a Caprera, sull’Aspromonte, a Todi e in altre località. E’ invece morta la famosa “Quercia del Tasso”, di cui rimane soltanto il tronco inaridito. Vicino al rudere venerando, cresce un’altra quercia, già di notevoli dimensioni, destinata a prenderne il posto e il nome. Questo processo di sostituzione e’ avvenuto, evidentemente, in altri casi dove l’età desumibile dalle dimensioni dell’albero e’ palesemente in contraddizione con l’età che ad esso attribuisce la tradizione. La sostituzione in questi casi non e’ un falso. Essa risponde al desiderio di perpetuare una tradizione o una memoria anche al di la’ dell’arco di vita di una pianta.

Tra gli alberi legati ad episodi storici, vanno ricordati gli “Alberi della Libertà”, piantati dagli aderenti ai moti carbonari nella prima meta’ del secolo passato, mentre fra gli alberi legati ad usi e tradizioni si può ricordare il Cerro di Vetralla (VT) ai piedi del quale ogni anno si celebra lo “Sposalizio dell’albero”, cerimonia analoga allo “Sposalizio del mare”, che il Doge di Venezia celebrava gettando l’anello nella Laguna. Non e’ stato invece ritrovato il mitico “Noce di Benevento”, ammesso che sia mai esistito. Sotto di esso, secondo la leggenda, si intrecciavano le danze delle streghe. Una “Quercia delle streghe” invece, esiste in Comune di Capannori (LU), e probabilmente questo nome le e’ stato attribuito per l’aspetto bizzarro e un po’ tetro.  La descrive sempre  meglio il nostro amico Tiziano Fratus “l’Uomo Radice” in questo articolo del 2012 sulla Stampa. Un’altra leggenda vuole che questa Quercia ha ispirato Collodi nel Suo Pinocchio ed è diventata la quercia dove furno nascosti i denari. Qui le foto di Tiziano Fratus.

Ci preme, in particolare, sottolineare la passione e l’amore di semplici cittadini che in giro per l’Italia hanno trovato piante belle e suggestive. Il capitano Valido Capodarca già negli anni 80 ha scritto dei libri che hanno fatto storia come: “Toscana 100 alberi da salvare”, “Marche, 50 alberi da salvare”; “Emilia Romagna 80 alberi da salvare”; “Abruzzo 60 alberi da salvare” e altri . Abbiamo letto alcuni di questi libri, sono semplici e ci raccontano la storia, le tradizioni le leggende e le testimonianze, tutte legate ai nostri patriarchi naturali. Oggi (2014)  scrive nel nostro gruppo di facebook quasi ogni giorno e noi lo ringraziamo pubblicamnete raccontatoci ancora storie leggende curiosità sui grandi alberi. Dal 01/02/2013 nel nostro gruppo il “grande” Valido Capodarca non solo ha inserito circa 400 foto di grandi alberi ma per ognuno ci fornisce una descrizione,  un racconto… una storia…  sempre emozionante e di grande interesse anche per quegli alberi che oggi non ci sono più.

Ecco il primo articolo che ha scritto Valido Capodarca sul nostro Gruppo “molisealberi” di facebook in riferimento all’Acero di Valle Ura di Pizzone. Un vero omaggio a noi di molisealberi e a tutti i molisani crediamo.  L’articolo è del 1988 (noi non sapevamo niente sui grandi alberi) ed è tratto dal Suo libro “Abruzzo Sessanta Alberi da salvare” un po’ “la bibbia” per i grandi alberi  in molise e in abruzzo.

UN ACERO INCANTATO di Valido Capodarca
acerovalleura3gfSe qualcuno è alla ricerca di un acero che sia fa i più grandi d’Italia, che sia di aspetto assolutamente singolare, e che sia dotato di una storia straordinaria, eccolo servito: il monumentale Acero di Valle Ura, in comune di Pizzone, in pieno Parco Nazionale d’Abruzzo, è l’albero che fa al caso suo. La singolarità dell’albero sta nel fatto che, in realtà, esso è costituito da due aceri distinti, saldati alla base fino a un paio di metri di altezza. La circonferenza dell’insieme, all’altezza di m. 1,30 dal suolo era di m. 6,60 nel 1988. Si può ipotizzare che nei 25 anni trascorsi essa possa essersi incrementata di diversi centimetri. Uno dei due tronchi è cavo tanto che può contenere tranquillamente un uomo in piedi. Tuttavia, confrontando la foto che ci manda Alfonso Notardonato con quella che appare nel mio vecchio libro sull’Abruzzo, balza all’evidenza un notevole restringimento dell’apertura (25 anni fa, l’uomo all’interno si sarebbe agevolmente affacciato alla finestra).

Acero di Valle Ura Secondo i montanari di Pizzone, sull’Acero veglierebbe un qualche sortilegio. Non si spiegherebbe, altrimenti, come mai tutte le valanghe che da secoli scendono giù per il canalone di Valle Ura, schiantando tutti i faggi che incontrano sul loro cammino, si limitano a sfiorare il suo piede senza mai travolgerlo. La ragione risiederebbe in un patto che antichi briganti fecero con il diavolo. Essi avrebbero nascosto un tesoro frutto delle loro rapine sotto il terreno nella cavità dell’acero. Per assicurarsi la protezione di Satana, essi gli avrebbero sacrificato un neonato, sgozzandolo sopra il terreno che copriva il tesoro. Da allora, il diavolo ha sempre mantenuto il patto di sangue stipulato sì che, ogni volta che qualcuno si azzarda a tentare di trafugare il tesoro, all’improvviso attorno all’acero si scatena una tempesta di vento, pioggia e fulmini che mette in fuga gli incauti. Si racconta che una volta, in piena notte, alcuni montanari avrebbero tentato l’impresa. Giunti davanti all’acero, furono raggelati da due occhi gialli, fosforescenti, che li fissavano dal fondo della caverna. Si trattava probabilmente di un gufo a animale simile ma si conoscono bene gli effetti della paura. Gli ardimentosi se la diedero a gambe senza più tornare indietro.

I particolari in: Abruzzo, sessanta alberi da salvare – Edizioni Il Vantaggio – Firenze, 1988.

Questo raccontato è un esempio ed e’ evidente la ricchezza degli spunti culturali, oltre che naturalistici, legati alla vita degli alberi. Ma nel momento in cui il nostro patrimonio arboreo viene colpito da malattie di varia origine, occorre avere una cura particolare per i vecchi alberi, che fra tutti sono quelli sicuramente più esposti ai rischi maggiori. Perderli significherebbe rinunciare ad alcune pagine della nostra storia. Perderli significa anche non avere un po’ di rispetto per loro.  Per i  motivi suddetti continuiamo a scrivere di grandi alberi.

Fonti:

Valido Capodarca www.capodarca.com

Tiziano Fratus http://homoradixnew.wordpress.com/

Intervista tra cercatori di alberi  di Tiziano Fratus a Valido Capodarca

www.corpoforestale.it

Una vecchia intervista a Valido Capodarca il custode degli alberi monumentali

Riprendiamo una vecchia intervista del 2010 a Valido Capodarca dal sito Florablog

Senza Valido Capodarca e il suo amore per gli alberi monumentali forse oggi saremmo tutti un po’ più poveri. Nata quasi per caso alla fine degli anni settanta, la sua passione per queste piante è andata a colmare una grave lacuna del nostro patrimonio ambientale che, fino ad allora, non contemplava nessun elenco o censimento degli esemplari di alberi cosiddetti “monumentali”, ritenuti cioè, per un motivo o per un altro, di grande valore, non solo naturalistico ma anche culturale.

E così, a partire da quegli anni, ufficiale dell’esercito di stanza a Firenze (come spesso succede nella vita, le passioni non coincidono di solito con la principale attività lavorativa), Capodarca ha cominciato a ricercare, fotografare e misurare questi monumenti della natura fino a raccogliere materiale sufficiente per un primo libro (Toscana, cento alberi da salvare – Vallecchi Editore – Firenze – 1983) e a dare di fatto il via a un censimento degli alberi monumentali a livello nazionale e soprattutto a far nascere verso questi esemplari quella coscienza e quella sensibilità che oggi paiono acquisite ma che già pochi anni fa erano poco considerate.
Visto che anche questo blog si interessa all’argomento ho approfittato della gentilezza di Valido Capodarca per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza. Ne è nata un’intervista a distanza che vi consiglio caldamente di leggere perché è ricca di spunti, aneddoti e insegnamenti davvero interessanti, oltre a contenere un’imperdibile quanto “sofferta” (perché comunque incompleta) top ten degli alberi monumentali d’Italia da vedere assolutamente.

Innanzitutto qualcosa su di lei: chi è Valido Capodarca?
Sono nato a Porchia, frazione di Montalto Marche, l’8 agosto 1945 (due giorni dopo la bomba di Hiroshima e un giorno prima di quella di Nagasaki). Sono sposato e ha due figli, una femmina di 37 anni e un maschio di 33. Ho trascorso l’infanzia a Ortezzano (AP), la giovinezza a Fermo (AP), laureandomi in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l’Università di Macerata. Nel 1970 ho intrapreso la carriera militare quale Ufficiale del Corpo Automobilistico dell’Esercito, facendo servizio per 3 anni a Roma e 27 anni a Firenze. In pensione dal primo gennaio 2001, sono tornato ad abitare a Fermo dove coltivo il mio campicello di 3000 mq, faccio volontariato come autista della Croce Verde Valdaso, suono la tastiera nel complesso orchestrale “I Diamanti”, canto nella corale San Bartolomeo di Campofilone nella sezione tenori e soprattutto continuo a scrivere libri (tre libri sono stati pubblicati dopo il pensionamento e un quarto è in fase di pubblicazione) e tengo conferenze sul tema dei grandi alberi.

Quando e perché è nata la sua passione per gli alberi monumentali?
La passione per gli alberi nacque in un giorno del 1978 quando, partecipando a un’esercitazione con carri armati nella zona di Monteromano, vidi un carro che buttava giù senza pudore alcuni alberelli. “Povere querce!” esclamai.
“Ma tu riconosci gli alberi? – mi chiese il mio collega, tenente Vellico – per me sono verdura e basta!” Certo che li conosco – risposi – quasi tutti!”. Poi, fra me, dovetti riconoscere che, se mi guardavo intorno, avrei saputo dare un nome a nemmeno il 10 per cento degli alberi che incontravo. Così acquistai il libro “Conoscere gli alberi” di G. Voghi, e cominciai a guardarmi in giro per dare un nome a ogni albero. Andando in giro con i miei bambini, feci loro delle foto accanto ad alcuni alberi che mi avevano colpito per le loro dimensioni e misi le foto negli album di famiglia. Una sera, riordinando gli album, mi accorsi che c’erano tre foto di altrettanti grandi alberi e mi venne l’idea di riempire un album con questi soggetti. Dapprima mi recai a fotografare i due o tre che conoscevo già, poi cominciai ad informarmi su dove avrei potuto trovarne altri e a cercare pubblicazioni sul tema. Con mia sorpresa, mi accorsi che non esisteva alcuna pubblicazione, non esistevano elenchi di censimenti effettuati, né presso la forestale né presso la soprintendenza ai monumenti. Perciò il censimento me lo feci da solo, domandando a parroci, a gente anziana, ad agenti delle stazioni forestali, a chiunque.
Per curiosità, cominciai a misurare gli alberi che trovavo e, man mano che li mettevo nell’album, scrivevo accanto alle foto la località, le misure, l’età presunta, e tutte le curiosità che la gente mi raccontava. Presto un album non bastò più, e ne feci due, uno per la Toscana, uno per le Marche, poi non bastarono più neppure quelli, e ne feci uno per ogni provincia. Le annotazioni si arricchivano, diventando dei testi di una certa ampiezza, fino a che mi accorsi che in pratica avevo scritto dei libri. Ragruppando le province, sarebbe venuto un libro per la Toscana e uno per le Marche. Su suggerimento di un amico, inoltrai la proposta alla Casa Editrice Vallecchi, che apprezzò l’idea e fece uscire il mio primo libro “Toscana,cento alberi da salvare”; l’anno dopo, a seguito del successo del primo, uscì quello sulle Marche, seguito da altri ancora.

Quali sono le sue opere sull’argomento?
Toscana, cento alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze – 1983
Marche, cinquanta alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze, 1984
Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare
 – Vallecchi Editore – Firenze, 1986;
Abruzzo, sessanta alberi da salvare
 – Edizioni Il Vantaggio – Firenze, 1988;
Alberi Monumentali di Firenze e Provincia
 – EDIFIR- Firenze 2001
Alberi Monumentali della Toscana
 – EDIFIR – 2003
Alberi Monumentali delle Marche
 – Scocco Editore – Macerata, 2008
In fase di realizzazione: Alberi Monumentali del Lazio – Casa Editrice Aracne, data prevista 2010.
Ho scritto, inoltre:
Ultime voci dalla Grande Guerra (1915-1918) – Brancato Editore – Firenze 1991
Immagini ed Evoluzione del Corpo Automobilistico – in tre volumi – ROMA 1994,1995

Cosa ci insegnano gli alberi monumentali?
Gli alberi monumentali non hanno pretesa di insegnarci nulla. Sono creature miti, ci chiedono solo di esistere e ci ricambiano con la loro bellezza. La loro bellezza è la loro unica difesa, ma non sempre è sufficiente.
A saperli leggere, ci saprebbero raccontare tante cose del nostro passato. Una volta capitai con un esperto maresciallo forestale vicino a un vecchio cipresso. Io non vi leggevo quasi nulla; invece il maresciallo cominciò ad esplorare ogni traccia e, pur senza conoscere la pianta, me ne seppe raccontare tutta la vita: quanti anni aveva, quante malattie aveva avuto, incidenti subiti, interventi effettuati ed epoca degli stessi, ecc. Alla fine il cipresso era diventato un libro aperto.

Nel Paese del cemento e delle frane, dove il 70% del territorio è a rischio idrogeologico (fonte Legambiente), che spazio possono trovare questi “miracolati” della Natura?
È ovvio che da solo, un grande albero può poco, anche se certamente può più di un albero comune. Il mio paese d’origine, Porchia, si dice sche si regga sulle radici di una enorme quercia abbattuta 57 anni fa. Il paese sorge, infatti, su una rupe di arenaria, fiancheggiata da due fossi che confluiscono nello stesso punto nel torrente Menocchia. Proprio sotto Porchia, nel pendio che scende verso il fosso di destra, chiamato Munata, c’era questa enorme Quercia chiamata, appunto, Lu Cerquò (il Quercione). Esso venne abbattuto nel 1953, per essere venduto ai cantieri di san Benedetto del Tronto ma, una volta tagliato, nessuna macchina riuscì mai a recupararlo dal fondo del fosso dov’era precipitato e costituì riserva di legna per i porchiesi per diversi anni. Qualche anno dopo, un porchiese effettuò degli scavi nella sua cantina situata sul pendio del fosso di destra, cioè dall’altra parte del paese, e rinvenne delle radici, ancora fresche, che provenivano dalla parte opposta.
Erano proprio le radici del Quercione che avevano attraversato tutta la collina ed erano sbucate dall’altra parte (distanza, più di cento metri). In pratica, l’apparato radicale del Quercione ha costituito un graticcio sotto il paese che lo garantisce dalle frane.
Immaginiamo in quale misura la presenza di dieci alberi di quella sorta avrebbero impedito le recenti frane di San Fratello e di Maierato.
C’è da aggiungere che, essendo arrivati alla loro età e alle loro dimensioni, devono possedere un patrimonio genetico non comune. Potrebbero perciò essere usati i loro semi o le loro talee per produrre individui più resistenti. Questo è stato fatto, ad esempio, dal Corpo Forestale, con l’Olmo di Campagnola Emilia, albero colossale e bellissimo il quale, non si sa perché, è sopravvissuto alla grafiosi che ha sterminato tutti gli olmi, grandi e piccoli, del nostro Paese.

È ancora possibile, nell’Italia del 2010, scoprire un nuovo esemplare di albero monumentale?
Quando mandai alle stampe il mio primo libro, domandai al maresciallo forestale Urbano Livi, della stazione forestale di Siena, se qualche albero avrebbe potuto essermi sfuggito. “Lei potrà cercare per venti anni – mi rispose il sottufficiale – poi, quando sarà convinto di averli trovati tutti, uscirà fuori qualcuno a segnalarle un grande albero che le sarà sfuggito”. Profezia azzeccatissima. Non da 20 anni, ma da 30, giro le Marche e ricevo informazioni da decine di persone. Avevo appena ritirato dall’Editore Scocco il libro fresco di stampa, frutto di questi 30 anni di ricerche e stavo tornando a casa quando, scendendo da Macerata (città dove avevo frequentato l’Università e che conoscevo come le mie tasche, o credevo di conoscere), dentro un giardino vidi una quercia fuori del comune: quasi 5 metri di circonferenza e
un aspetto antichissimo, di almeno 500 anni. Dov’era stata fino a quel momento? Eppure non è che fosse tanto nascosta, stava dentro un giardino pubblico, circondata da giochi per bambini. Ed era sfuggita perfino all’ufficio ambiente del Comune, che aveva censito gli alberi di Macerata, e su quelli più importanti aveva apposto dei cartelli  informativi. Tra qualche giorno andrò in provincia di Rieti, a fotografare alcuni alberi (già noti) per il libro sul Lazio, e sono certo che nel corso del viaggio farò qualche nuova scoperta.

In conclusione, ci dica almeno 10 alberi del nostro Paese da vedere assolutamente
È, questa, forse la domanda più difficile. Perché qualunque albero io metta fra i primi dieci in Italia, poi avrei il rimorso per quelli che ho tralasciato. Comunque, collocato al primo posto, per età e fama, direi il Castagno dei Cento Cavalli, a Sant’Alfio (CT), poi citerei l’Olivastro di Luras (SS), il Platano di Caprino Veronese, la Roverella di Patrica, il Ficus di Piazza Garibaldi a Palermo, i Larici della Val d’Ultimo (BZ) e poi il Tiglio di Macugnaga, sul Monte Rosa, il Platano di Villa Olmo a Como, la Quercia di Bertiolo (PN) e il Platano di Curinga (CZ).

 

R fajone – L’emozione di Valido Capodarca

Riprendiamo con grande emozione ciò che ha scritto Valido Capodarca nel nostro gruppo facebook (molisealberi).

Il RE FAJONE – CHE EMOZIONE!

Può capitare anche a un incallito cercatore di alberi, di emozionarsi, anche dopo 34 anni di ricerche e migliaia di grandi alberi esplorati, visti, toccati. Può capitare, quando si ha la ventura di trovarsi al cospetto di “Sua Maestà” il Re Fajone, dopo averlo in precedenza solo conosciuto di fama, o in foto.
L’eccezionale personaggio abita a Vastogirardi (IS) e lo si raggiunge attraverso un agevole cammino di mezz’ora a piedi, lungo un sentiero che parte dalla Masseria San Nicola, un edificio che si trova lungo la strada che porta da Vastogirardi a San Pietro Avellana.
La circonferenza del suo fusto, rigorosamente misurata all’altezza di m. 1,30 dal suolo, è di m. 7,23. Salvo smentite che non si vede da quale parte possano arrivare, si tratterebbe del record italiano, e forse europeo, per un faggio con fusto monocormico. L’altezza complessiva dell’albero è di circa 40 metri.
Lo stato del fusto risente della non lieve età e si presenta con ampi vuoti all’interno. Lungo il fusto, alto non meno di venti metri, in alcune cavità con legno marcio si sono annidati degli sciami di vespe.
L’albero è meta di numerose visite e spesso è la nostra accompagnatrice, Anna Scocchera, a far loro da guida, riscontrando sempre lo stesso stupore e gli stessi elogi da parte dei visitatori. Di recente il comune ha voluto agevolare l’avvicinamento al gigante costruendo una utile e non impattante gradinata con tronchi di legno sugli ultimi quaranta metri (i più ripidi) del percorso.
A proposito del nome di Re Fajone, è la stessa Anna Scocchera a informarci che esso è dovuto a un equivoco generato da un giornalista. In realtà, il nome originario sarebbe “Faone” , ma la pronuncia locale inserisce una lieve “i” fra la “a” e la “o”; abbiamo così: Fajone. Per maggiore esattezza, la dicitura fa precedere il nome dall’articolo determinativo “il”, che, in gergo locale si dice “r”. Perciò “Il Faggione” diventa “’R Faione”. Intorno al 1980, un giornalista, involontariamente, aggiunse una “e” alla R e il nome divenne “Re Fajone”. Oggi si sta cercando di far tornare in auge il nome originario, apponendo dei cartelli con scritto “Faone” lungo il percorso. Il mio consiglio è di lasciare invariato il nome corrente: Il Re dei faggi italiani, ha ben il diritto di fregiarsi del titolo.

Un sentito grazie a Valido Capodarca che ci ha raggiunto qui in Provincia di Isernia per  parlare e scrivere di grandi alberi.

Ecco la video intervista di Fabrizio Fusco.

 

R fajone

Alcuni alberi di San Francesco

Come scritto nel nostro gruppo di facebook dal più famoso cercatore di alberi, Valido Capodarca: “Il primatista assoluto, in Italia, in quanto ad alberi dedicati al proprio nome, è certamente San Francesco. Fra Centro e Nord Italia sono almeno una decina gli alberi che lo ricordano”. Noi di molisealberi riprendendo un po’ di spunti bibliografici abbiamo fatto un elenco di tre alberi di San Francesco, con una breve descrizione. Oggi tutto è dedicato a San Francesco.

Partiamo da Assisi località Eremo delle Carceri. Qui ci sono due lecci censiti nel 2008 dalla Regione Umbria indicati con codice pianta 001 e 002. Il primo ha una circonferenza di cm 200 altezza mt 5 larghezza chioma mt 4. Il secondo circonferenza di cm 360 altezza mt 21 larghezza chioma mt 16. Storie e miracoli si associano a questi luoghi dove Francesco pregava e contemplava. Boschi di leccio grotte e pietre sono i testimoni della vita del Santo di Assisi.

Leccio Eremo delle Carceri

Andiamo ora  a Rivodutri in provincia di Rieti frazione Cepparo a quota intorno i 1230 mtslm dove c’è un faggio con una forma particolare con rami che si intrecciano  ad ombrello dove la leggenda narra che Francesco si riparò da un temporale. Le dimensioni dell’albero sono  8 mt di altezza, la circonferenza è di 400 cm  L’età oscilla intorno ai 250 anni (Fonte: Alberi monumentali del Lazio di Valido Capodarca).  Capodarca lo definisce: originalissimo, un gigantesco cespuglio con i tronchi più grandi un po’ rovinati oggi come “radice quadrata” di una pianta madre (vecchio faggio di San Francesco che sta morendo ) in un nuovo faggio di San Francesco.

Si tratta comunque di fusti obliqui con rami contorti. Se l’albero ha 250 anni e San Francesco è vissuto 800 anni fa, qualcosa non quadra, ma a noi piacciono le leggende sugli alberi di San Francesco. Ci avviciniamo alle sue creature (non solo gli alberi), alla sua spiritualità, alle sue Lodi, al Creato, alla Natura, alla nostra sorella e madre Terra; “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. Questo faggio forse è un discendente di quello originario. E’ stato, in questi 800 anni, sempre un faggio un po’ particolare e magico, come dalla foto, e a noi basta questo.

Il Faggio di San Francesco

Dopo il leccio e il faggio uno dei dieci monumenti della natura da non perdere in Italia come dice Tiziano Fratus nel suo manuale del: “Perfetto cercatore di Alberi è il cipresso di San Francesco a Verrrucchio in provincia di Rimini. La targhetta dell’albero dice: Piantato da San Francesco nel 1213. Età 800 anni.” Circonferenza base cm 530. Altezza 25 mt.

Che dire di questo Cipresso, qui intorno all’albero e nel chiosco del Convento di Santa Croce si respira aria miracolosa. E’ una rarità anche per gli studiosi di alberi. Possiamo dire, qui si ferma un po’ la scienza che  cede il posto alla fede e alla religione. Se non vuoi ardere, cresci ? diceva Francesco al suo bastone che non riusciva a bruciare. Così buttandolo a terra  nacque il nostro Cipresso. L’albero oggi sta ancora in piedi  dopo aver perso la cima e grazie anche ad  alcuni sostegni. Il tronco è  legato con filo di ferro e una cintura arrugginita.  

Tiziano Fratus, osservatore attento di alberi, dice che nel 1800 la cintura arrugginita era stata applicata per poter tenere insieme le diverse branche, dopo che i soldati napoleonici tentarono di bruciarlo. Questo Cipresso, si legge dai giornali di oggi, è stato clonato per donarlo all’attuale papa Francesco. E’ uscita una piantina alta 40  centimetri diretta discendente del cipresso che 800 anni fa piantò San Francesco.

Un Albero forte, storico, leggendario, miracoloso, favoloso, imponente non ci vengono in mente altri aggettivi. Ci sono altri Cipressi di età superiore a 600-700 anni Capodarca classifica al secondo posto quello di Toffia (messo un po’ male) in provincia di Rieti e Fratus un cipresso alle cinque Terre in Liguria di 800 anni e a Grizzana in Provincia di Bologna in frazione La Scola  con circonferenza di cm 550 Si tratta quindi di Cipressi che per circonferenza e per altri parametri arrivano all’età in cui visse San Francesco. Continueremo nei prossimi giorni a parlare di grandi alberi di San Francesco e delle loro storie e leggende.

Il cipresso di San Francesco

La grande quercia a Carovilli

Specie: Quercus cerris L.
Nome Comune: Cerro
Circonferenza (mt): 4,90
Stato Vegetativo: buono
Altezza (mt): 25
Età (anni): 200-250
Quota Slm (mt): 860

E’ la grande quercia di Carovilli. Si trova in vicinanza di un ristorante che prende il suo stesso nome. Si scorge facilmente dalla strada verso San Pietro Avellana. Un po’ tutti la conoscono nella zona, almeno per coloro che da diversi anni vanno a pranzare al ristorante.  La sua chioma è davvero considerevole. Il tronco  e’ in leggera pendenza e si biforca a circa tre metri d’altezza. E’ talmente regolare la chioma che nel  periodo autunnale distribuisce la sua ghianda in modo sempre “uniforme” sul terreno.

Ecco cosa scrive Valido Capodarca sulla grande quercia di Carovilli:

IL CERRO DI CAROVILLI
Concludiamo il nostro viaggio fra i grandi alberi del Molise con quello che, forse, è esteticamente più valido fra quelli visitati. Purtroppo, questa volta le notizie biografiche disponibili sono poche, per il mancato incontro con un interlocutore debitamente informato. Gli stessi proprietari dell’agriturismo ne hanno il possesso solo da pochi anni. Dobbiamo perciò  limitarci ad alcune osservazioni.
La quercia in questione si trova in comune di Carovilli, nei pressi di una struttura di agriturismo che prende il nome proprio dalla quercia. La circonferenza del suo fusto è prossima ai 5 metri (esattamente 4,96). Il diametro della chioma è di 26 metri, circa 22 se ne possono attribuire all’altezza. Visto dalla strada provinciale, il fusto sembra più esiguo di quanto sia in realtà, per la pronunciata ovalizzazione dello stesso. Solo facendo un giro attorno ad esso ci si accorge della sua imponenza. L’aspetto della pianta è dei più sani, e la sua silhouette è un prodigio di armonia e di simmetria.
In mancanza di notizie storiche, si può solo interrogare la pianta e ascoltare cosa essa ci racconta.  Il fusto è internamente cavo e alla base, sul lato nord, appare un foro alla sua base, poco sopra il livello del suolo. In mancanza di altre interpretazioni circa la sua origine si può solo formulare una ipotesi: che siano stati gli stessi proprietari a praticarlo per fornire un’uscita all’acqua piovana che altrimenti, ristagnando nella cavità del fusto, potrebbe danneggiarlo.  La preghiera che rivolgo agli eventuali lettori che conoscessero questo cerro e le sue vicende biografiche, è di fornirle con un commento.


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