Tag Archives: valido capodarca

La Quercia delle streghe o meglio di “Pinocchio” di Capannori, da gli alberi di Valido

Non potevamo che scrivere di  storia e leggende intorno a quest’albero, forse il più famoso d’Italia per la notevole quantità di articoli, foto, gruppi social, video, wikipedia e altro.  Censimento degli alberi monumentali d’Italia, anno 2017, a Capannori sono state censite 4 piante monumentali. Fra queste la Quercia delle streghe, come  roverella con circonferenza del tronco di 400 cm, (non è quindi una Farnia)  a quota 110 metri sul livello del mare. Da Wikipedia:  la Quercia delle Streghe o di Pinocchio (o Farnia delle Streghe )  presenta un’altezza di 15 metri, un tronco dalla circonferenza di circa 4 metri ed una chioma di oltre 40 metri di diametro, misure che consentono alla Quercia di essere classificata seconda in Toscana per dimensioni. La particolarità di questa pianta è la tendenza ad espandere la chioma in direzione parallela al terreno, cosa non comune in questa specie.

Localizzazione della quercia delle streghe

Un po’ di Storia

Sempre da Wikipedia: Nei primi anni del secolo scorso, alcuni vandali spezzarono alcuni rami sedendovici sopra. Successivamente, durante la seconda guerra mondiale la quercia fu individuata dagli occupatori nazisti come legna da ardere, ma poi il progetto di abbattere l’albero monumentale fortunatamente sfumò grazie alla mobilitazione degli abitanti di San Martino in Colle. In seguito negli anni Sessanta l’albero fu colpito da un fulmine che gli causò importanti danni.

Valido Capodarca  la descrive nei suoi libri agli iniizi degli anni 80. Egli scrive: La Quercia delle Streghe (questa) si trova nei pressi di Gragnano, frazione di Capannori (LU). Specie di appartenenza: benché venga definita da molti farnia, i caratteri sembrano più prossimi alla roverella, ma le cupole delle ghiande sono del cerro, ma cerro, di sicuro, non è.  Il nome: le deriva da una credenza popolare secondo la quale sui suoi rami in passato le streghe usassero tenere i loro sabba; sarebbe stato proprio l’andirivieni delle streghe a provocare i tipici contorcimenti dei rami.  L’età: da sfatare la fantasiosa idea che la quercia abbia 600 o addirittura 700 anni. Nel “Toscana, cento alberi da salvare”, del 1983, la pianta ha una circonferenza di m. 3,93 (ril. del 1981), la chioma ha un diametro di 37 metri. In “Alberi Monumentali della Toscana” del 2003 (ril. 2002) la circonferenza è di 4,21 e il diametro della chioma 38. I rilevamenti degli ultimi visitatori danno una circonferenza di m. 4,50. Dal 1981 al 2002 la circonferenza è aumentata di 28 cm in 21 anni, con un tasso di crescita di 1,35 cm l’anno. Supponendo una crescita costante, la quercia avrebbe raggiunto i 421 cm in circa 300 anni. Cifra approssimativa,ma la metà di quella favoleggiata. I 38 metri della chioma sono la media fra i 37 della direzione N-S e 39 della direzione E-O (sempre ril. del 2002). All’origine di questa disparità c’è un episodio avvenuto verso il 1930. Il suo proprietario, l’avvocato Giovanni Carrrara, nel 1981, racconta che una scolaresca in visita alla quercia (già allora, come ora, la pianta era oggetto di visite frequenti), si era appesa per gioco ad un lungo ramo che si protendeva verso sud, spezzandolo. Il proprietario di allora padre dell’avvocato, lo fece recidere. “Fosse accaduto oggi – diceva l’avvocato – l’avrei rimesso in sesto e quasi certamente si sarebbe risaldato”.
Durante la guerra, un reparto di panzer tedeschi usò l’ampio ombrello della chioma per mimetizzarvi i suoi carri armati. Al momento di andarsene, il comandante aveva ordinato di abbattere la quercia per rifornirsi di legna ma alla fine rinunciò; non, come racconta qualche sensazionalista ma poco credibile giornalista, per le proteste dei contadini (ma ve li immaginate i contadini schierarsi con i forconi davanti ai cannoni e alle mitragliatrici, e il colonnello tedesco che si spaventa e si fa intimidire?). Molto più semplicemente, la madre dell’avvocato parlava bene il tedesco e, con gentilezza e diplomazia, fece capire al militare il valore monumentale della pianta e l’opportunità di rifornirsi con le altre querce dei dintorni.
Colpita da un fulmine intorno al 1960 e da una malattia pochi anni dopo,la quercia ebbe sempre le cure necessarie a farla guarire. Morto parecchi anni fa l’avvocato, la proprietà della Quercia è passata alla figlia.
Da qualche tempo, qualcuno ha avuto l’idea di darle un nuovo nome “la Quercia di Pinocchio”, identificandola con quella sotto cui Pinocchio nascose i zecchini di Mangiafuoco.
Non si contano più le pubblicazioni che ne hanno parlato, e i riconoscimenti che la quercia ha ottenuto, a partire dal suo inserimento fra i 300 alberi monumentali d’Italia, nell’omonimo volume del Corpo Forestale.
Negli ultimi anni la quercia, continuando a espandersi, è andata ad appoggiare i suoi rami sull’argine al di là della stradina comunale che le passa a fianco, sì che i proprietari, per consentire il transito, sono stati costretti a puntellare i rami stessi con dei robusti pali.
Sopra l’argine, a pochi metri dalla strada, c’è una casa, dove da un quindicina di anni vive la pittrice Sandra Cortesi, che è felice di svegliarsi ogni mattina con la visione della quercia, che ha scelto come soggetto preferito dei suoi dipinti. La donna ama trascorrere lunghe ore sotto la quercia, e soprattutto ama ascoltare i registrare nella memoria i commenti dei visitatori che, provenienti da ogni dove, sostano incantati sotto la Quercia delle Streghe.

La leggenda e le fiaba  

Secondo la leggenda su questi rami e branche si riunivano le streghe, poi per riti magici o cose del genere i rami si sarebbero allungati  arrivando ad dimensione della chioma di 40 metri  tra le più grandi d’Italia. La Quercia ispirò Collodi nel suo Pinocchio, sarebbe quella dove il burattino più celebre del mondo nascose i denari  da cui sarebbe nato un albero pieno di zecchini d’oro. La quercia, nella fiaba, si trova lungo la strada per il paese dei Balocchi e dove Pinocchio venne impiccato dagli assassini che volevano rubargli le  quattro monete d’oro e vicino alla quale poi il burattino incontrò il Gatto e la Volpe, che lo convinsero a sotterrare i denari nel Campo dei Miracoli nella città di Acchiappacitrulli. Ma questa è un’altra storia.

 

Quercia delle streghe foto da Street view anno 2016 autorei Google

Della Quercia si riporta un articolo su la Stampa di Tiziano Fratus #homoradix

articolo su la Stampa di #homoradixarticolo

La tavola della Ragione a Cavalese, da gli alberi di Valido

LA TAVOLA DELLA RAGIONE
A Cavalese (TN) al Parco della Pieve, c’è una strana costruzione: due muri di pietra circolari, concentrici, con al centro un tavolo anch’esso di pietra e circolare, con al centro un foro.
La chiamano la Tavola della Ragione, perché nei secoli passati attorno ad essa si riunivano a “ragionare” tutti gli abitanti di Cavalese. Finita la discussione, tutti entravano in mezzo ai cerchi, si avvicinavano alla tavola e lasciavano cadere il loro voto nella cavità. Attorno alla costruzione si ergono 5 antichi tigli, di cui uno molto più grande e più antico degli altri, con una circonferenza di tronco di circa 6 metri. La foto è del 1993, ma immagini più recente reperibili su internet lo danno ancora vivo però privo della porta.
Il vecchio patriarca ebbe sicuramente parte attiva alle antiche assemblee, fornendo ombra ai convenuti.
 Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Attorno ad esso è più volte passata la Storia, con i suoi lutti, come quelli della Prima Guerra Mondiale, quando su Cavalese piovevano le terribili bombe dei cannoni austriaci e accanto al tiglio si alzavano i lamenti dei feriti che venivano portati al vicino ospedale.
Dalla sua posizione, nell’estate del 1986, esso poté assistere al transito, sulle fangose acque del sottostante Avisio, di molte delle 269 vittime della tragedia della Val di Stava. Per chi non era ancora nato, ricorderemo che la disgrazia venne provocata dal crollo delle dighe di terra di due invasi artificiali situati nella valle del torrente Stava, poco a monte di Cavalese. La valanga di fango fece sparire tutta la frazione di Stava e buona parte di Tesero. Proprio a Tesero lo Stava confluisce nell’Avisio, e molti cadaveri, trascinati a valle dal fiume, vennero avvistati e recuperati, pochi chilometri dopo, dagli abitanti di Cavalese.
Forse al vecchio Tiglio saranno giunti anche lo schianto e gli urli delle 41 vittime, quando la vicina funivia del Cermis crollò al suolo per la rottura d’un cavo.
La grata di legno venne opportunamente messa dal comune di Cavalese in quanto troppa gente aveva cominciato a scambiare la cavità del tronco per un locale dove si va a soddisfare le proprie necessità corporali.
I particolari in: Gardenia nr. 107 del marzo 1993

Foto disponibili in  rete

La Tavola della Ragione

 

Sarche (TN) un grande leccio da gli alberi di Valido

Nessun testo alternativo automatico disponibile.Dicono gli esperti che la zona intorno alla parte superiore del Lago di Garda viene considerata l’ultimo territorio verso nord a clima mediterraneo, quello che consente la crescita di ulivi e lecci. Quest’ultima specie non poteva scegliere esemplare migliore per chiudere in bellezza. A Sarche (TN) c’è uno dei più grandi lecci d’Italia, molto noto agli appassionati. Le misure, rilevate nel 1991, parlano di 5,25 metri di circonferenza, 20 d’altezza e 24 di diametro della chioma. L’età non fu possibile accertarla: ci provò un professore dell’Istituto Forestale di San Michele all’Adige, ma dovette desistere dopo che, nel tentativo di estrarre una carota con il “succhiello di Pressler”, gli si ruppero ben due punte. La stima parlava di 4-500 anni. Sicuramente l’albero era presente quando nel piazzale antistante vennero fucilati alcuni garibaldini durante le lotte risorgimentali. Era già grande, quando le truppe austroungariche usarono la sua ampia chioma come deposito e magazzino durante la Prima Guerra Mondiale.
Il fusto, in precedenza, era più alto di circa due metri, ma venne in parte sommerso quando venne costruito l’adiacente canale derivato dal fiume Sarca per la produzione di energia elettrica.
Dopo la guerra, sotto la sua chioma ha tenuto per una cinquantina d’anni la sua officina di meccanico Dante Frioli, che è la fonte di ogni notizia sul Leccio.
Nel 1991, c’erano forti dubbi sulla sopravvivenza dell’albero. Al momento della mia visita, il fusto presentava numerosi fori tipici delle larve di cerambici, e sulla chioma apparivano vistose chiazze rossastre.
La cittadinanza di Sarche aveva ben pensato di perpetuare la memoria del Leccio intitolandogli una via nei pressi: Via del Leccio, appunto. Tuttavia, nel 2009 notizie tratte da giornali locali lo davano ancora vivo e in buona ripresa. I particolari in: Gardenia, nr 92 del dicembre 1991
Nell’anno 2015 è stato tagliato vedi articoli seguenti:

Un grazie a Valido Capodarca da parte di tutti gli amici di molisealberi

Quasi ogni giorno Valido Capodarca scrive nel gruppo facebook di molisealberi. Sono 2 anni di  racconti sui grandi alberi. Mi faccio portavoce come amministratore del gruppo facebook “molisealberi” per  ringraziare pubblicamente il grande maestro. Tra i primi  cercatori di alberi, sicuramente in Italia, ha visto, descritto, misurato e fotografato migliaia di questi monumenti  della natura  in ogni stagione e in ogni luogo crediamo da 40 anni.  Nell’aprile 2013 Valido aveva già  scritto nel nostro gruppo  quando aveva incontrato “r’ fajone” di Vastogirardi a cui  vi  rimando all’articolo e all’intervista su questo sito. Un po’ più vecchio di noi c’è anche il gruppo facebook “Amanti degli alberi monumentali” cui   consigliamo di aderire . Noi di molisealberi abbiamo quindi deciso di raccogliere sul nostro sito con la sigla: “gli alberi di Valido” quelle che secondo noi sono tra le Sue più belle storie di alberi,  Speriamo di fare cosa gradita  a Valido e a tutti gli amici che ci  seguono su molisealberi.

ALTO ADIGE: IL CASTAGNO RESTAURATO da “gli alberi di Valido”
 
(Chi mi legge, tenga sempre conto del fatto che i viaggi per effettuare questi servizi furono da me realizzati nel 1991-1992; alcuni alberi, pertanto, potrebbero non esistere più).
A Merano, lungo la strada che da Maia Alta conduce al Castel Verruca, a fianco della strada, poco prima dell’hotel Steiger, l’attenzione del passante è catturata da questo strano personaggio. Si tratta di un castagno di molti secoli di età, dall’aspetto molto complicato, di dieci metri di circonferenza, dentro quali stanno tutte le sue parti, frutto di tutte le azioni compiute dalla natura nei secoli, ma anche dell’opera di restauro compiuta dall’uomo. L’iniziativa del restauro era stata oggetto di molte controversie, presso l’Assessorato Tutela del Paesaggio di Bolzano. Lo stato di salute dell’albero era, infatti, talmente compromesso che, nella valutazione costi-benefici, ci si chiese se valesse la pena spendere la somma necessaria per assicurare una sopravvivenza di soli pochi anni alla pianta. Fu lo stesso Assessore Lorenzo Pasquali a spingere verso la soluzione affermativa. La squadra dei restauratori vi lavorò per una intera settimana, eliminando con cura ogni parte malata, e concludendo il restauro con l’applicazione di una rete di protezione contro possibili offese di animali, soprattutto quelli… a due zampe.
Era trascorsa appena una settimana dalla conclusione dei lavori, quando la squadra dovette rimettervi mano in quanto, in ossequio al detto “il cane morde sempre lo stracciato”, il vecchio Castagno era stato colpito da un fulmine.
IL CASTAGNO DEL MASO GUGG
Non ricordo chi mi segnalò l’albero, ma a rileggere ora, sulla rivista Gardenia, l’itinerario per raggiungerlo, mi domando come io abbia fatto ad arrivarci.
In sintesi, occorre partire da Bolzano in direzione San Candido, per una strada ripida e tortuosa che in 10 km sale da quota 266 a quota 1087. Prima di arrivare a San Candido, si prende a destra il bivio per Avigna. Si prosegue per 5-6 km e, prima di arrivare alla frazioncina, sulla destra appare l’albergo Pockschin. Di fronte ad esso parte una sorta di mulattiera in discesa sulla quale ci si inoltra per circa un km finché si arriva a due masi, il vecchio e il nuovo Maso Gugg, di Johan Stuefer. Il castagno, un gigante di m. 8,55 di circonferenza è nascosto da uno scoscendimento. Il viaggio è valsa la pena. Il tronco sale avvitato per una decina di metri e in cima è monco. Fu il nonno del proprietario attuale ad effettuare l’operazione. Alcuni rami, prima morti, vennero schiantati dal peso della neve, abbondante a quella quota.
L’origine del castagno affonda nella notte dei tempi, tanto che le tradizioni orali della famiglia, sul posto da secoli, non arrivano alla sua nascita. Eppure, dice il signor Johan, il patriarca non ne vuol sapere di andare in pensione, e ogni anno fornisce il suo abbondante contributo di castagne all’economia della famiglia.
I particolari in:
“Gardenia” – nr. 81 – gennaio 1991