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Quercus virgiliana Ten (La quercia di Virgilio o La quercia Castagnara)

Che cos’e la  Quercus virgiliana Ten. (Tenore).  Secondo alcuni è una subspecie della roverella classificata come Quercus pubescens Willd. subsp. pubescens. Tenore, un autorevole botanico, la classificò già nel 1835. Non sappiamo comunque dire se è una subspecie di  Quercus pubescens o una specie a se stante. Si può solo evidenziare  come si differenzia da una roverella, almeno morfologicamente,  poi sappiamo che in molti casi  le querce si ibridizzano. Michele Tenore nel 1826 scrisse  Osservazioni sulla Flora Virgiliana  . In questa libro fa cenno alle  piante che Virgilio descrive nelle sue opere. Si legge l’Escolo di Virgilio come Quercus esculus L. di Linneo. L’esistenza di Quercus esculs L, scrive  Tenore, è problematica per la flora delle Regioni che abitiamo, mentre  abbondantissimo cresce nei nostri boschi l’Escolo Virgiliano, che si distinque dalle altre querce per la mole colossale e per il carattere delle sue larghissime foglie così ben espresso con la frase di Virgilio quae maxima frondet. Questo albero e senza fallo la varietà latifolia del Quercus robur L. (Farnia) del Linneo. Le ghiande di questo albero sono dolci e buone a mangiarsi onde i nostri contadini le mangiano abbrustolite con le castagne e la chiamano perciò la quercia castagnara. La Quercia castagnara quindi non ha originariamnete nulla a che vedere con la roverella ma secondo Tenore  è la varietà latifolia del Quercus robur L. (Farnia) e o meglio Q. robur L. var. virgiliana Ten. (questo rappresenta il basionimo assegnato dal Tenore nel 1830. Altri autori hanno assegnato nomi differenti ma che, sostanzialmente, possono essere considerati dei sinonimi (BRULLO et al., 1998) e sono: Q. cupaniana Guss.; Q. appennina Guss.; Q. insularis Borzì; Q. vulcanica Borzì; Q. minaae Lojac. Andiamo a leggere il Pignatti nella sua Flora d’Italia (1982). Quercus virgiliana Ten (Ten) =( Quercus cuneata Ten) Rami giovani grigio tomentosi Foglie a contorno ellittico. Lobi profondi 1/2 della lamina o più, il cui asse forma con la nervatura centrale un angolo di 45° circa, nervi intercalari, 0-3 per lato. Picciuolo in popolazioni naturali , forse ibridata con Quercus pubescens L., 8-13 mm. Ghiande talora dolciastre e commestibili brevemente peduncolate e subsessili, cupola breve con squame strettamente lanceolate (1-2 mm al max) in punta leggermente rialzate.  Diffusione prevalentemente in Italia meridionale su suoli debolmente acidi, rara e spesso confusa.

Vediamo alcune caratteristiche morfologiche della Quercia vrigiliana che la differenziano dalla Roverella. In particolare occorre andare a vedere le squame della cupola che in Q. virgiliana appaiono tipicamente lanceolate e strette, più o meno embriciate, ed inoltre le distali si prolungano così che il bordo della cupola appare fortemente irregolare; inoltre la pubescenza del margine inferiore delle foglie spesso è molto meno marcata e in alcuni casi le foglie appaiono glabre. La quercia castagnara ha anche una ghianda grande di colore simile alla castagna e quanto cotte  hanno un sapore dolce. La ghainda era  cibo per i poveri in periodo di carestia, essiccate erano utilizzate come farina aggiuta al frumento e orzo. Una pianta rara i cui grandi esemplari sono pochi e che è necessario cercare e conservare.

Per dettagli

http://oaks.of.the.world.free.fr/quercus_virgiliana.htm

Quercus virgiliana descritta da Tenore in Flora Napolitana
Alcune grandi esemplari di Quercus Virgiliana  Ten sono presenti in Calabria, Sicilia , Isola di Ponza, nei boschi poco lontani dal mare in Campania, in Puglia nel Salento http://portal.eufgis.org/search/simple/list/details/?tx_wfqbe_pi1[unit_number]=ITA00047 

e in altre regioni centro-meridionali

 

Monleale in Piemonte la roverella ormai scomparsa dal libro: “la Linfa nelle Vene” di Tiziano Fratus

Partiamo dall’anno 2005.  Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte n. 12 del 24/03/2005  con la Deliberazione della Giunta Regionale 14 febbraio 2005, n. 83 ad oggetto (omissis) LA GIUNTA REGIONALE ..delibera  di approvare la dichiarazione di notevole interesse pubblico ai sensi dell’art.140 del D.LGS. 22.01.2004 n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) in riferimento all’ Elenco di Alberi Monumentali giudicati di interesse paesaggistico-ambientale e storico-culturale del Piemonte, ai sensi della L.R. n. 50/95 situati nei Comuni di Novi Ligure (AL) Stresa (VB) Pietraporzio (CN) Monleale (AL) Bioglio (BI);   di dare atto che i soggetti arborei interessati risultano, nello specifico, come dall’elenco appresso riportato:  Novi Ligure (AL)    Rovere    In strada Castellone n.11  Stresa (VB)    Cedro    In C.so Re Umberto I n.15  Pietraporzio (CN)    Larice    Nel Vallone del Piz,  Monleale (AL)    Roverella    In direzione San Sebastiano  presso la località Cà del Pep o Pepnei  Bioglio (BI)  Castagno   Nel parco ex Villa della Famiglia  Sella.

Roverella di Monleale ormai scomparsa

La storia della Roverella in località Cà del Pepnei o del Pep del Comune di Monleale in provincia di Alessandria c’è la racconta Tiziano Fratus nel sul libro: “La Linfa nelle Vene”. Quest’albero, faceva parte del volume: “Gli Alberi monunematli d’Italia” e nell’elenco dagli alberi monumentali del Piemonte anno 2006 era scritto: “esemplare di singolare bellezza”. Poi non è stato più inserito  nel libro degli alberi monumentali del Piemonte (II edizione anno 2008). Per un  cercatore di alberi qualcosa non tornava, per cui Fratus si chiese come mai fosse stata esclusa da Alberi monumentali del Piemonte. L’albero come scritto nel libro (anno 2012): è spento è un relitto archeologico, circondato dagli sbancamenti di una cava che hanno ben pensato di attivare a ridosso dlell’albero, di ciò che resta di questo che è stato un albero grandioso. Infatti la circonferenza del tronco misurata era di 576 cm,  ma l’aspetto che potrebbe far ridere o piangere nel racconto alla fine e che sul tronco della roverella c’era affisso un documento, protetto dentro una camicia in plastica con su scritto: “Ho resistito quasi 100 anni fino a quando ci ha messo le mani l’Assessoe provinciale (omissis)…. Alla fine Tiziano cita una frase di Alexander von Humboldt e che noi condividiamo:” Vi è qualche cosa d’imponente e maestoso nell’aspetto dei vecchi alberi e la violazione di questi monumenti della natura è severamente punita in paesi privi di monumenti artistici”. Non so se pensare di vivere in una civiltà avanzata oppure in una declinazione prossima al suo complemento.

Ecco alcune foto  della ex Roverella di Monleale ultima circonferenza del tronco 575 cm  ormai morta Fonte Comune di Monleale è scritto: ora purtroppo seccata, e dal sito sugli alberi monuemntali della Provincia di Alessandria http://digilander.libero.it/alberial/01index/0100hp00.htm Altra Fonte: Terre di grandi alberi di Tiziano Fratus  https://homoradixnew.files.wordpress.com/2012/01/terredigrandialberi_doku_elenchialberimonumentali.pdf

Roverella di Monleale ormai scomparsa

 

Spinete il quercione di località Colle Tommasi

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La grande quercia di Spinete foto di Michele Minotti

L’amico Michele Minotti, studioso e conoscitore attento del territorio e della natura del nostro Molise  mi ha mandato in questi giorni una bella foto del “Quercione” di Spinete in località Colle Tommasi  a quota 590 mslm.  Considerata l’enormità e la bellezza di questa pianta non potevamo non pubblicare la sua foto.  laquerciadispinete1 La stessa  foto di google earth evidenza  un bell’aspetto della quercia che nel 2009 dal censimento che fu avviato nella  regione molise aveva già una circonferenza del tronco di 480 cm.  Come si nota i grandi esemplari si trovano  sempre vicino un casolare abbandonato o vecchi ruderi.  Si raggiunge facilmente dall’abitato di Spinete nella parte a Ovest, la pianta sembra  dominare  con la sua maestosa e regolare chioma i coltivi e le aree circostanti. Sicuramente l’albero ha una lunga  storia da raccontare. Un grazie in particolare a Michele.

Rocchetta a Volturno Frazione Castelnuovo La “Cerqua” della Chiesa, da gli alberi di Valido

Riprendiamo un  post di Valido Capodarca sul nostro gruppo facebook di ottobre 2016 aggiungendo solo qualche foto.

Sono trascorsi tre anni dal mio ultimo (e unico) viaggio fra i grandi alberi del Molise. Il mio pensiero corre a una grande quercia conosciuta quel giorno, grazie alla gentilezza dell’amica Anna Scocchera. Questa pagina, oltre a far conoscere l’albero ai tanti che allora ancora non mi conoscevano, vuol esprimere anche una certa dose di apprensione per le sue sorti. La misura della circonferenza rilevata quel giorno era stata di m. 6,14 di poco inferiore alla sua non lontana sorella di Rocchetta (m. 6,50)  Come ci raccontava la settantasettenne signora Rosa che incontrammo casualmente sul posto e che conosceva la quercia dalla sua infanzia, il nome di “Cerqua de la chiesa” è dovuto sia alla vicinanza alla vicina chiesa dedicata a Santa Lucia, sia al fatto di appartenere alla curia. Alla curia appartenevano anche tutti i terreni situati sia a monte che a valle della quercia. Molti decenni fa – raccontava la signora Rosa – lì dove ora ci sono solo boschi, ognuno aveva il suo pezzetto di terra, coltivato a orto. In particolare vi si coltivava una varietà di fagiolo dalle caratteristiche eccezionali, tanto che veniva effettuata una fiera annuale ad esso dedicata. La quercia, a quei tempi, era in eccellenti condizioni di salute, e i gestori dei vari orti profittavano della sua elevata produzione di ghiande per nutrire i loro maiali.
Tre anni fa, come detto, la grande quercia versava in precarie condizioni: molti rami – molti di più della sua consorella di Rocchetta – erano stati stroncati dalle nevicate, altri, anche di belle dimensioni, già morti, restavano ancora aggrappati alla pianta. Un accurato intervento di risanamento avrebbe potuto prolungarne la vita di alcuni anni. Già, “avrebbe”. E’ stato fatto niente per aiutare la grande quercia? Oppure ha continuato ad essere abbandonata al suo destino? E come sta ora? Confido sulla gentilezza degli amici molisani per conoscere le ultime sulla “Cerqua de la chiesa” di Castelnuovo a Volturno.

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Quercia di Santa Lucia anno 2013

Ecco alcune foto aggiornate al giugno  2015 della  Quercia di Santa Lucia della Frazione  Castelnuovo di Rocchetta a Volturno

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Quercia di Santa Lucia anno 2015

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Quercia di Santa Lucia anno 2015

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Quercia di Santa Lucia a Castelnuovo Frazione di Rocchetta a Volturno

La rinnovazione delle fustaie di Cerro in Molise (seconda parte) quale trattamento?

Nelle fustaie di cerro del Molise spesso si verifica che la pianta non si rinnova facilmente.

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Non siamo ricercatori o professori universitari per dire questo, ma delle volte accade. Il cerro è una pianta  eliofila, (o fotofile (da ϕῶς “luce”) cioè  vive e si sviluppa con la luce diretta del sole in opposizione a quelle che invece amano svilupparsi nell’ombra e che si chiamano  piante sciafile. La ricerca sulle cause della mancata rinnovazione del Cerro, non è facile. Possiamo solo dire che sicuramente l’uomo con un taglio del bosco non ottimale e con la presenza di specie presenti sciafile quali sono il carpino bianco, l’acero campestre, il nocciolo, la sanguinella, il biancospino, che hanno una ripresa vegetativa anticipata rispetto al cerro riescono a dominare, per cui  i “poveri” semi di cerro, che iniziano a germinare, entrando in vegetazione in ombra non crescono facilmente. Il problema della rinnovazione di cerro era stato già  affrontato  da Patrone nel negli anni 40-50 del secolo scorso e in alcuni piani di assestamento forestale adottando nelle fustaie tagli di sementazione piuttosto intensi e suggerendo nel fare recinzioni contro il danno ai semenzali da parte deigli animali al pascolo.  Come indicato dalla Studio del Dr  Paolo Cantiani del 2010:  “Le fustaie di cerro del Molise. Analisi del trattamento del passato per le attuali scelte selvicolturali” pubblicato anche sul nostro sito a cui si rimanda  si legge testualmente :  Ai recenti contributi sull’analisi delle esigenze eco-fisiologiche per la rinnovazione del cerro, non si è affiancata la sperimentazione sulle modalità del trattamento selvicolturale per favorire il processo di rinnovazione naturale delle fustaie di cerro. In pratica, gli auspici di una sperimentazione sul trattamento delle fustaie di cerro, specificatamente per la sua rinnovazione naturale, espressi già da De Philippis in una monografia sulla specie in Italia (1941), non sono stati ancora recepiti. In molti casi ciò ha concorso a determinare il fallimento degli interventi per la rinnovazione delle cerrete in Molise nel corso degli ultimi decenni. Vista la carenza di sperimentazione sulla selvicoltura delle fustaie di cerro, diventa di particolare importanza l’analisi delle scelte del trattamento delle cerrete operate dall’assestamento forestale nel corso del secolo scorso.

Si Conclude nello studio, a cui occorre dare secondo noi attuazione visto ancora l’importanza economica delle fustaie :  “Le fustaie di cerro del Molise rappresentano un valido e utile laboratorio per la sperimentazione sul trattamento della specie in Appennino. La persistenza nel territorio regionale della funzione produttiva di questa formazione, pur con variazioni nella tipologia di assortimenti prodotti per le diverse richieste del mercato nel tempo, ha fatto sì che le cerrete molisane siano state, e siano tuttora attivamente gestite. L’analisi critica della gestione del passato dimostra la validità tecnica e la sostenibilità del trattamento a tagli successivi delle cerrete quando correttamente applicato. Elementi critici nella gestione delle cerrete si sono evidenziati in seguito al loro sfruttamento eccessivo e irrazionale. I trattamenti assimilabili al taglio a scelta rappresentavano in realtà una selvicoltura non regolata, basata esclusivamente sullo sfruttamento massimo della risorsa senza alcuna considerazione colturale riguardo all’effetto nel lungo periodo. Evidenze di insuccesso della rinnovazione naturale si sono palesate laddove il carico del pascolo domestico superava la sostenibilità del bosco, nei casi in cui il trattamento si limitava al prelievo indiscriminato e non regolato del prodotto e in seguito a tagli di rinnovazione troppo poco incisivi. La funzione della pianificazione forestale è stata per le cerrete del Molise determinante per la codifica di un trattamento efficace e per la continuità nel tempo delle scelte selvicolturali. Si ritiene che la tecnica di rinnovazione del trattamento a tagli successivi possa essere ancora oggi lo strumento migliore per garantire la perpetuità delle cerrete, e rappresenti quindi l’elemento gestionale più efficace per la stabilità delle stesse formazioni.

Opportune migliorie al trattamento potrebbero essere focalizzate alle cure colturali:(i) diversificazione dei criteri di diradamento allo scopo di aumentare il grado di diversità specifica delle cerrete, laddove possibile; (ii) evitare il prelievo dei migliori fenotipi a scopo commerciale in fase di diradamento a vantaggio di una selezione dei migliori portaseme per la fase di rinnovazione; (iii) contenere la vigoria del piano dominato a prevalenza di carpino tramite accorgimenti colturali da effettuarsi in concomitanza col diradamento. Accortezze sul taglio di rinnovazione possono riguardare il contenimento delle dimensioni delle tagliate e la pianificazione più articolata delle utilizzazioni in modo da accrescere il più possibile la diversità delle strutture nello spazio. Attualmente nei boschi del Molise il carico della fauna selvatica è contenuto entro limiti sostenibili, mentre il pascolo in bosco dei domestici è limitato a sporadici boschi privati. Queste condizioni permettono di poter operare le scelte selvicolturali senza il limite della squilibrata concorrenza da parte della fauna. Si ritiene utile implementare la ricerca sperimentale sul trattamento della rinnovazione delle cerrete

Fonte: Ann. CRA – Centro Ric. Selv. – Vol. 36, 2009 – 2010: 25 – 36 35 P. Cantiani, F. Ferretti, F. Pelleri, D. Sansone, G. Tagliente

San Giovanni Lipioni – Santa Liberata: “La quercia del Lozzi”

Siamo passati a vedere come sta la Quercia del Lozzi che in dialetto viene chiamata la “Cerq du Luzz” (nome del proprietario). Siamo lungo la Strada che va da San Giovanni Lipioni a Torrebruna. La quercia é stata descritta molti anni fa dal Capodarca e ripresa nel libro di Francesco Nasini: “I grandi alberi d’Abruzzo”. Abbiamo notato che l’albero si mantiene bene. C’è stato sicuramente qualcuno che avrà pensato di tagliarla perché in vicinanza di una strada.

In effetti, con una circonferenza intorno ai 5 metri e in un contesto in cui sembra dominare il territorio circostante, sarebbe un vero peccato un taglio di questo meraviglioso esemplare. Con la legge dello Stato 10/2013 per gli alberi monumentali, le multe minime sono da 5.000 Euro e salgono anche fino a 100.000 Euro.

Bisogna dare un premio a chi non l’ha fatta tagliare: stavolta la strada si è adeguata alla pianta, spesso non è così. Una sosta meritata, anche di un osservatore distratto, ed osservare questo gioiello della natura. Due grossi tronchi mantengono la chioma in alto sempre possente e con rami molto intrecciati.

Qualche taglio c’è stato in basso ed una piccola cavità si è formata sul tronco. Assieme ad un’altra roverella in vicinanza, crea una chioma vastissima che sicuramente è in grado formare un ampia galleria d’ombra nelle giornate soleggiate e calde d’estate. Viene in mente subito di andarci a fare un “pisolino” sull’erba in vicinanza dell’albero per contemplarlo ancora un po’.

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

San Giovanni Lipioni la Quercia del Lozzi

Salviamo la Quercia di Santa Lucia di Castelnuovo a Volturno? Una lettera

Si ringrazia il Sig Roberto per la lettera che ci ha inviato e che ci ha autorizzato a pubblicare:

In una mail inviata al quotidiano La Stampa di Torino il Sig Roberto fa rilevare un errore storico (gli Americani e non i Tedeschi distrussero per esigenze cinematografiche nel 1944 Castelnuovo al Volturno) riportato nell’articolo del 10 ottobre “La quercia di Santa Lucia nel cuore sperduto del Molise” e ha concluso “Qualcuno la salverà?”. Difatti Tiziano Fratus scrive fra l’altro: “… il monumento verde a bordo strada, combatte ogni giorno una battaglia silenziosa per la sopravvivenza. Il tronco è carico di colonie di muschi, si torce e sputa quattro ramificazioni; quella più in basso si allunga a proboscide e pare la più in salute, una seconda è marmorizzata, le superiori spezzate e secche … Il piede è pesantemente danneggiato dalla parte della strada…” Il Sig Roberto si chiede “Chi si prenderà cura e tenterà di salvare la quercia sotto la quale da ragazzino giocavo più di mezzo secolo fa ogni estate?” Risposta non facile.

ll paese di Castelnuovo al Volturno fu distrutto nell’estate del ’44 dai Tedeschi per esigenze cinematografiche. Vero il fatto, ma non gli attori. Furono infatti gli Americani che il 4 giugno 1944, come citano tutte le fonti, “superarono la fantasia” (Il Paese del 21 gennaio 1949; La Domenica del Corriere n° 23 del 10 giugno 1962; Cronaca dell’11 febbraio 1967 e ABC n°47 del 22 novembre 1964; 1 agosto 2003 quotidiano RINASCITA “Una tragica Hollywood 1944: Castelnuovo al Volturno” Francesco Fossa). I Tedeschi in quel periodo perpetrarono ben altre indicibili azioni. E’ unicamente per amor di storia. Anche della storia della mia famiglia: mio nonno Federico (1865-1948) era fra coloro che furono allontanati prima della distruzione.Come sarebbe bello che qualcuno riprendesse questa storia di 70 anni fa e le altre storie di questo paesino “attaccato con lo sputo” alle grigie montagne del Molise. Grazie Sig. Fratus da parte di quel ragazzino che più di mezzo secolo fa, ogni estate andava a giocare sotto quella quercia.

Qualcuno la salverà?