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Il Diradamento selettivo delle fustaie di Pino nero – Il Progetto SelpiBiolife

Una interessante pubblicazione o meglio, un bel manuale tecnico per chi si trova a gestire le fustaie coetanee di pino nero e a fare i diradamenti selettivi (per diradamento in selvicoltura si puo intendere lo  sradicamento di alcune piante, in una piantagione troppo fitta, ogni tanto bisogna pure tagliare per rinnovare e per favorire lo sviluppo delle piante che restano). Il presupposto del diradamento selettivo adottato con il Progetto SelPiBioLife è agire con il primo intervento in una fustaia giovane (età 30-40 anni) non diradata o al massimo sottoposta a interventi deboli dal basso, ovvero la struttura più rappresentata attualmente nei popolamenti artificiali di pino nero appenninici e anche nel Molise. La pubblicazione è scaricabile sul sito del Progetto SelPIBiolife  che sarebbe: “Selvicoltura innovativa per accrescere la biodiversità dei suoli in popolamenti artificiali di pino nero”. I rimboschimenti di Pino nero in Provincia di Isernia sono circa 800 ettari, le superfici a perticaia, giovani fustaie e fustaie cominciano a prevalere. Si tratta di rimboschimenti realizzati negli anni dal 1970 al 1985-90 in un contesto sociale ed economico diverso in territori in cui la rocce erano predominanti e solo i pini neri e qualche altra conifera (pino domestico, marittimo, cipressi)  erano in grado rapidamente di crescere e colonizzare zone difficili prive di suolo ricche di pietrosità rocce calcaree e nude.(Fonte ‘Inventario dei rimboschimenti di confere ubicati in Provincia di Isernia” -Anno 2004 Quaderno divulgativo ERSA Molise n. 3/2004).  Adesso quando si cammina sotto perticaie e fustaie di pino nero si vedono piante “belle alte”, lunghe, slanciate un po’ striminzite, delle volte tronchi un po’ storti, con ciuffetti in cima, il sottobosco in alcuni casi è pieno di aghi e qualche altra pianta. Sembra quasi tutto pulito i suoli delle pinete sono acidi e  la vegetazione non presenta un certo grado di biodiversità. Il progetto LIFE Biodiversità (LIFE13 BIO/IT/000282) che riguarda le pinete di origine artificiale di Pinus nigra  vuole invece dimostrare gli effetti positivi di uno specifico trattamento selvicolturale. Tali effetti riguardano non solo l’accrescimento delle piante e la stabilità dei soprassuoli ma nello specifico anche la biodiversità a livello di sottobosco e dell’ambiente suolo (funghi, batteri, flora, mesofauna, nematodi).

 

Gli interventi selvicolturali devono avere effettive caratteristiche di “colturalità”, ovvero essere realmente incisivi sui rapporti di competizione delle piante (nello spazio aereo e nel suolo) modificando effettivamente in positivo il regime microclimatico nel bosco. La prassi gestionale forestale degli ultimi decenni si è indirizzata verso una eccessiva cautela nella modalità di attuazione degli interventi selvicolturali. Questo ha portato, nel caso specifico dei diradamenti delle fustaie, ad agire quasi esclusivamente nel piano dominato, secondo la logica di “disturbare” il meno possibile la componente dominante del popolamento. Spesso le normative in materia di diradamenti pongono come limite di prelievo una percentuale del numero delle piante e prescrivono di agire dal basso, ovvero generalmente nel solo piano dominato. I motivi di ciò stanno soprattutto nella maggior facilità del controllo del taglio rispetto alla normativa e nel basso impatto visivo dell’intervento. Tuttavia,  nel caso di boschi a prevalenza di specie eliofile (come i pini) ciò non comporta alcun beneficio sui fenomeni di effettiva competizione tra le piante e sui parametri climatici e fisiologici. Spesso quindi questi interventi non rispondono alla logica di miglioramento delle funzioni produttive, protettive, sociali ed ecologiche, ma potrebbero altresì apportare solo effetti negativi al sistema bosco. Considerando anche il fatto che spesso i diradamenti su fustaie scarsamente produttive quali quelle di pino nero rappresentano una voce di costo per il gestore, si ritiene che gli interventi debbano avere la massima efficacia possibile per il miglioramento di tutte le funzioni del bosco, nella logica dunque di minimizzare il rapporto costi/benefici. In questo senso oltre che la modalità e l’intensità del singolo intervento, il ragionamento va esteso anche al regime dei diradamenti entro l’intero ciclo di vita del popolamento. Potrebbe essere infatti opportuno, laddove l’assetto strutturale del popolamento lo permetta, allungare i tempi tra diradamenti effettuando i singoli interventi con maggiore incisività; ciò garantirebbe una minore spesa e un minore impatto complessivo sul sistema (riduzione del numero di interventi). Il diradamento selettivo proposto dal Progetto SelPiBioLife è coerente con questa logica. I punti cardine della modalità dell’intervento sono:
• l’incisività dell’intervento ad apportare effettivi stimoli alla crescita e al miglioramento
della forma dei soggetti candidati (funzioni produttiva e protettiva);
• la creazione di un ambiente microclimatico complessivo ottimale per l’incremento
della biodiversità vegetale ed animale.
Il metodo proposto comporta che l’analisi del popolamento sia più accurata rispetto a quanto necessario per il classico diradamento dal basso. La scelta delle piante candidate e delle loro competitrici impone infatti un maggiore sforzo di ragionamento in fase di martellata. Si tratta di scelte che impongono quindi al selvicoltore l’assunzione di effettive responsabilità. Si ritiene che le semplici e replicabili regole di ragionamento per effettuare la martellata del diradamento selettivo esposte nel  Manuale siano di effettivo supporto per il tecnico selvicoltore. Il manuale rappresenta pure un supporto per la fase di controllo a posteriori della qualità delle scelte di martellata.

Il manuale è scaricabile qui Manuale-SelPiBio-Ottobre_2016 (1) Manuale a cura di Paolo Cantiani Autori: Gianni Bettini, Elisa Bianchetto, Fabrizio Butti, Paolo Cantiani, Carolina Chiellini, Isabella De Meo, Giada d’Errico, Arturo Fabiani, Lorenzo Gardin, Anna Graziani, Silvia Landi, Maurizio Marchi, Giuseppe Mazza, Stefano Mocali, Piergiuseppe Montini, Manuela Plutino, Pio Federico Roversi, Elena Salerni, Stefano Samaden, Isaac Sanz Canencia, Giulia Torrin Editore la Compagna delle foreste Partner è il Centro di ricerca per l’agrobiologia e la pedologia  

Fonte http://www.selpibio.eu/

La aree  dimostrative del progetto sono :

  • nella Foresta Pratomagno-Valdarno (Arezzo) facente parte che interessa una superficie catastale di 3.300,14 ettari.
  • nel Complesso Forestale Madonna delle Querce (Siena e Grosseto) che interessa una superficie catastale di 2168,60 ettari.

il Video del progetto:

Il Bosco di Feudozzo, un po’ di storia (prima parte)

Più che un bosco, ci piace chiamarla Foresta di Feudozzo, anche perchè fa parte di un ampio complesso boschivo a confine tra l’Abruzzo e il Molise in vicinanza della riserva MAB di Monte di Mezzo. Siamo nellaCartina del Bosco di Feudozzo parte più ad est del  Comune di Castel di Sangro  a confine con i comuni di San Pietro Avellana  Vastogirardi e Rionero Sannitico, in Molise. La Foresta prima era di proprietà dei Borboni e divenne demanio dello Stato nel 1892. Passò, nel 1915, nella Gestione dell’Azienda di Stato delle Foreste demaniali. Dai documenti di archivio dei primi del 900 e dal piano di assestamento del 1948 valevole per il qundicennio 1949-1963 emergono alcuni dati interessanti. Il bosco di Feudozzo fu particolarmente sfruttato in passato per produrre legna. Dei 505 Ettari del 1915, c’erano solo circa 170 ettari di cerreta di  il resto erano pascoli cespugli incolti coltivi e prati. Durante la seconda guerra mondiale il Comune di San Pietro Avellana fu completamemnte distrutto,  la popolazione trovò rifugio proprio in questa foresta. Ci furono quindi eccessivi tagli boschivi per creare zone a pascolo e alle coltivazioni. Siamo in un periodo in cui “la fame” la “disoccupazione” la presenza di manodopera a basso costo portarono allo sfruttamento irrazionale del bosco. Bisognava pur mangiare. Con il piano di assestamento del 1948 furono prescritti degli interventi di ricostituzione boschiva. Nel 1978 l’intero comprensorio di Feudozzo si divise tra Stato, Regione Abruzzo e l’ex Istiuto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo.  La superficie boscata della Foresta di Feudozzo era in quel periodo di circa 500 ettari così distinti:

–  200 ettari di cerreta quasi pura in fustaia transitoria che occupava la parte  a destra del Fiume Vandra che fu avviata ad alto fusto nel 1960-1963  di età di circa 36 anni dove furono rilasciate le matricine di due classi di età di 50-55 anni e di 65-70 anni. Il sottobosco della cerreta era ricco di specie erbacee, arbustive con specie quali Pungitopo, Biancospino, Sanguinella, Rovo, Prugnolo, Pero comune, Ligustro , Berretta del prete, Edera, Vitalba, Euforbia Brachipodio, Maggiociondolo, Euforbia, Sesleria.

– 150 ettari di faggeta mista che si estende nelle alte quote di Monte Pagano

-12 ettari di rimboschimenti utilizzati a scopo sperimentale.

Cartografia del complesso di Feudozzo

Cartografia del complesso di Feudozzo

 

Le foreste servono nella lotta ai cambiamenti climatici ?

Il ruolo delle foreste nella lotta ai cambiamenti climatici e’ sempre piu’ riconosciuto come fondamentale in tutto il mondo. Rappresentanti dei governi, forse alcune imprese, sindacati, organizzazioni non lucrative, università, istituti di ricerca, comunità  di vario tipo,  gestori delle foreste in riunioni, convegni, conferenze, dibattiti in rete, studi analisi,  chi di più chi meno si dice nei documenti finali che: le foreste e i loro prodotti hanno la capacita’ straordinaria di ridurre le emissioni di gas serra, catturare il  carbonio, e ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle persone.” Frase ormai fatta è che quasi tutti hanno più o meno capito.  Il problema è sempre il solito cercare di capire meglio. Se riscriviamo questa frase in modo diverso o meglio partendo dalle foreste per arrivare al clima scriviamo:  “La mancanza  delle foreste e i loro prodotti aumentano le emissioni di gas serra, non si cattura il carbonio, aumenta quindi l’impatto dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle persone. Se non ci fossero le foreste noi uomini non saremo su questa terra, quindi tutto parte dalla presenza e “forza”  delle foreste.

Amazzonia la Foresta pluviale

Amazzonia la Foresta pluviale

Noi ci scordiamo spesso o meglio non capiamo cosa si intende per foresta. Dove c’è la foresta non c’è l’uomo. La foresta infatti   una vasta zona non antropizzata (quindi l’uomo non dovrebbe esserci)  dove la vegetazione naturale, costituita soprattutto da alberi ad alto fusto, cresce e si diffonde spontaneamente.  Le foreste pluviali, che coprono solo il 6 % della superficie terrestre  ospitano metà delle specie terrestri, stanno scomparendo velocemente. La deforestazione di queste determina un continuo incremento della concentrazione di anidride carbonica che corrisponde approssimativamente al 20 % delle emissioni mondiali di CO2 . Nelle foreste ci sono gli alberi che assorbendo ed immagazzinando il diossido di carbonio, hanno un ruolo fondamentale nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il carbonio viene immagazzinato nella biomassa forestale, nel tronco, nei rami, nelle foglie nelle radici nel suolo. Una foresta lavoro costantemente all’immagazzinamento di carbonio  perché nuovi alberi sostituiscono quelli abbattuti, ed anche dopo i prodotti legnosi continuano ad immagazzinare carbonio. Negli ultimi 15 anni, la superficie forestale in Europa per esempio è cresciuta di circa 13 milioni di ettari, Allora perche c’è un continuo incremento della concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica (CO2) che è forse il problema  scientifico e non solo “scientifico” da risolvere in questo nuovo millennio ? Vuol dire che le foreste in Europa servono poco rispetto a quelle tropicali e pluviali dell’Amazzonia a ridurre la Co2?  Il dibattito continua.

L’arboreto più antico d’Italia a Badia Prataglia (seconda parte)

L'arboreto più antico d'Italia a Badia PratagliaCi sono alberi che non si vedono tutti i giorni. Bisogna andare in giro per arboreti, orti botanici e giardini se si vuole cercare e studiare nuovi alberi. A Badia Prataglia in Toscana, nel Parco delle Foreste Casentinesi (forse il parco più boscoso d’Italia), c’è il più antico arboreto italiano, realizzato nel 1846 da Carlo Siemoni. Abbiamo visto alcuni esemplari anche grazie alla bibliografia disponibile già in rete. Fra gli alberi più grandi e di interesse ci sono le Thuje Plicate e la Sequoia, già descritte in un precedente articolo.

Abbiamo ripreso l’elenco delle specie presenti nell’arboreto. Buona parte sono state messe a dimora nel periodo che va dal 1835 al 1860. Ci pare opportuno riportarle alcune con qualche breve descrizione e curiosità.

COLLEZIONE DENDROLOGICA ARBORETO “CARLO SIEMONI” BADIA PRATAGLIA

1) Calocedrus decurrens (Torr.) Florin. Cedro da incenso. California, Oregon. Chiamato anche libocedro, pianta ornamentale. Il nome generico deriva dal greco ‘kalòs’ (bello) e dal latino ‘cedrus’, nome che designava una conifera; il nome specifico si riferisce alle foglie decorrenti sui rametti. Pianta a portamento variabile, pochi esemplari presenti in Italia. Solo in qualche parco, giardino e orto botanico (Napoli). Il suo legno è uno dei principali materiali utilizzati per la realizzazione di matite, facile da temperare.

2) Chamaecyparis lawsoniana (Murrey) Parl. Cipresso di Lawson. California occidentale, Oregon
ll Cipresso di Lawson può raggiungere nelle zone di origine, i 50 m di altezza. Ha foglie squamiformi, embricate e portate su rametti appiattiti. I coni maschili di color rosso intenso brillante Albero ornamentale in parchi e giardini. Ci sono molte forme e varietà diverse che si distinguono per il portamento e per le foglie. La pigna grande 0.8-1 cm, squame con sporgenze ben strette. Corteccia con solchi verticali a scaglie. Data la densità elevata della sua chioma è ideale per la nidificazione degli uccelli. Queste piante sono vicine al museo dell’arboreto.

 

Le normative sui grandi alberi e sui boschi servono? (prima parte)

Risposta: noi crediamo ancora di si, ma non diciamo “assolutamente sì” oppure diciamo “forse sì”.

La nostra Associazione, come da Statuto del 1994, è impegnata a diffondere la cultura del territorio, dell’ambiente, dei boschi e degli alberi e poi si è orientata anche nella ricerca dei grandi alberi denominati “patriarchi” o “alberi monumentali”. Per molti di loro, alberi conosciuti e quelli scoperti, esiste una legge nazionale, la numero 10 del 2013 e molte leggi regionali. Premettiamo che le leggi servono a ben poco se non c’è il rispetto e la consapevolezza dell’esistenza di un patrimonio vegetale, di monumenti naturali, di boschi da difendere e valorizzare contro i pericoli dell’attività umana (incendi, tagli irrazionali, capitozzature di alberi, ecc..). Problemi di cui i mass-media parlano soprattutto quando cade un albero in luoghi abitati o quando diventa “minaccioso”. Il problema della caduta di una grande albero in un bosco interessa ben poco. Quando poi gli alberi danno fastidio alle abitazioni, ai condomini, alle strade, alle macchine parcheggiate, al proprio giardino (per lo più è l’albero del vicino di casa) allora tutti sono contro loro.

In periodi di crisi economica ed energetica, di mutui da pagare, parlare di grandi alberi, anidride carbonica, biodiversità forestale, interessa ben poco. Ci rendiamo perfettamente conto che la materia e la terminologia forestale legate alla natura degli alberi e del bosco è spesso un po’ complicata. Termini quali: VTA (Visual tree Assessment), capitozzatura, biocenosi, valutazione di incidenza, habitat prioritari, rete natura 2000, condizionalità, unità ambientali e fitoclimatica, termotipi, sintaxa, orno-ostrieti, dendrochirurgia, ipsometria, fitoiatria, fitosociologia, fotobionti, dendrocronologia, ecocertificazione forestale, e sigle varie come FSC, CFC, PFEC, GFS ecc…sono tutte bellissime parole ma stanno complicando la vita anche a chi si occupa di alberi e boschi; poi diverse normative, regolamenti, circolari ecc.. fanno il resto.

Noi fin che possiamo cercheremo di rendere e spiegare i boschi e i grandi alberi in modo comprensibile e semplice. Dovremmo fare un glossario ma forse non lo faremo mai: ne esistono già tanti. Come cita il Capodarca nel suo libro “Alberi monumentali delle Marche”: gli alberi come ogni essere vivente seguono il ciclo eterno stabilito della natura crescono, vivono, fanno carriera, si ammalano e muoiono. Terminologia molto semplice. Si scrive molto, si fanno studi, relazioni, analisi, convegni ecc.. (basta vedere sul nostro sito la Sezione studi sul molise), ma forse ancora si fa ben poco per gli alberi e i boschi mentre le frane, le erosioni, il degrado del territorio, il consumo di suolo, le cementificazioni e gli alluvioni continuano…