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La fine del grande cerro di Castel del Giudice

Tra i grandi cerri del Molise quello di Castel Del Giudice era un patriarca di tutto rispetto tanto che Valido Capodarca  lo ha inserito in classifica al quinto posto con i suoi m. 5,85 di circonferenza dei cerri italiani scomparsi. Vogliamo ricordarlo con alcune foto. 

  

Anno 2014

Il grande cerro di Castel del Giudice anno 2014

Marzo 2017

Marzo 2017

 

La rinnovazione delle fustaie di Cerro in Molise (seconda parte) quale trattamento?

Nelle fustaie di cerro del Molise spesso si verifica che la pianta non si rinnova facilmente.

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Non siamo ricercatori o professori universitari per dire questo, ma delle volte accade. Il cerro è una pianta  eliofila, (o fotofile (da ϕῶς “luce”) cioè  vive e si sviluppa con la luce diretta del sole in opposizione a quelle che invece amano svilupparsi nell’ombra e che si chiamano  piante sciafile. La ricerca sulle cause della mancata rinnovazione del Cerro, non è facile. Possiamo solo dire che sicuramente l’uomo con un taglio del bosco non ottimale e con la presenza di specie presenti sciafile quali sono il carpino bianco, l’acero campestre, il nocciolo, la sanguinella, il biancospino, che hanno una ripresa vegetativa anticipata rispetto al cerro riescono a dominare, per cui  i “poveri” semi di cerro, che iniziano a germinare, entrando in vegetazione in ombra non crescono facilmente. Il problema della rinnovazione di cerro era stato già  affrontato  da Patrone nel negli anni 40-50 del secolo scorso e in alcuni piani di assestamento forestale adottando nelle fustaie tagli di sementazione piuttosto intensi e suggerendo nel fare recinzioni contro il danno ai semenzali da parte deigli animali al pascolo.  Come indicato dalla Studio del Dr  Paolo Cantiani del 2010:  “Le fustaie di cerro del Molise. Analisi del trattamento del passato per le attuali scelte selvicolturali” pubblicato anche sul nostro sito a cui si rimanda  si legge testualmente :  Ai recenti contributi sull’analisi delle esigenze eco-fisiologiche per la rinnovazione del cerro, non si è affiancata la sperimentazione sulle modalità del trattamento selvicolturale per favorire il processo di rinnovazione naturale delle fustaie di cerro. In pratica, gli auspici di una sperimentazione sul trattamento delle fustaie di cerro, specificatamente per la sua rinnovazione naturale, espressi già da De Philippis in una monografia sulla specie in Italia (1941), non sono stati ancora recepiti. In molti casi ciò ha concorso a determinare il fallimento degli interventi per la rinnovazione delle cerrete in Molise nel corso degli ultimi decenni. Vista la carenza di sperimentazione sulla selvicoltura delle fustaie di cerro, diventa di particolare importanza l’analisi delle scelte del trattamento delle cerrete operate dall’assestamento forestale nel corso del secolo scorso.

Si Conclude nello studio, a cui occorre dare secondo noi attuazione visto ancora l’importanza economica delle fustaie :  “Le fustaie di cerro del Molise rappresentano un valido e utile laboratorio per la sperimentazione sul trattamento della specie in Appennino. La persistenza nel territorio regionale della funzione produttiva di questa formazione, pur con variazioni nella tipologia di assortimenti prodotti per le diverse richieste del mercato nel tempo, ha fatto sì che le cerrete molisane siano state, e siano tuttora attivamente gestite. L’analisi critica della gestione del passato dimostra la validità tecnica e la sostenibilità del trattamento a tagli successivi delle cerrete quando correttamente applicato. Elementi critici nella gestione delle cerrete si sono evidenziati in seguito al loro sfruttamento eccessivo e irrazionale. I trattamenti assimilabili al taglio a scelta rappresentavano in realtà una selvicoltura non regolata, basata esclusivamente sullo sfruttamento massimo della risorsa senza alcuna considerazione colturale riguardo all’effetto nel lungo periodo. Evidenze di insuccesso della rinnovazione naturale si sono palesate laddove il carico del pascolo domestico superava la sostenibilità del bosco, nei casi in cui il trattamento si limitava al prelievo indiscriminato e non regolato del prodotto e in seguito a tagli di rinnovazione troppo poco incisivi. La funzione della pianificazione forestale è stata per le cerrete del Molise determinante per la codifica di un trattamento efficace e per la continuità nel tempo delle scelte selvicolturali. Si ritiene che la tecnica di rinnovazione del trattamento a tagli successivi possa essere ancora oggi lo strumento migliore per garantire la perpetuità delle cerrete, e rappresenti quindi l’elemento gestionale più efficace per la stabilità delle stesse formazioni.

Opportune migliorie al trattamento potrebbero essere focalizzate alle cure colturali:(i) diversificazione dei criteri di diradamento allo scopo di aumentare il grado di diversità specifica delle cerrete, laddove possibile; (ii) evitare il prelievo dei migliori fenotipi a scopo commerciale in fase di diradamento a vantaggio di una selezione dei migliori portaseme per la fase di rinnovazione; (iii) contenere la vigoria del piano dominato a prevalenza di carpino tramite accorgimenti colturali da effettuarsi in concomitanza col diradamento. Accortezze sul taglio di rinnovazione possono riguardare il contenimento delle dimensioni delle tagliate e la pianificazione più articolata delle utilizzazioni in modo da accrescere il più possibile la diversità delle strutture nello spazio. Attualmente nei boschi del Molise il carico della fauna selvatica è contenuto entro limiti sostenibili, mentre il pascolo in bosco dei domestici è limitato a sporadici boschi privati. Queste condizioni permettono di poter operare le scelte selvicolturali senza il limite della squilibrata concorrenza da parte della fauna. Si ritiene utile implementare la ricerca sperimentale sul trattamento della rinnovazione delle cerrete

Fonte: Ann. CRA – Centro Ric. Selv. – Vol. 36, 2009 – 2010: 25 – 36 35 P. Cantiani, F. Ferretti, F. Pelleri, D. Sansone, G. Tagliente

Il cerro si rinnova?

Per chi ancora non lo sa il cerro è una quercia. Di solito  molti  fanno riferimento alla “quercia” che  viene identificata spesso  con una roverella o una farnia. Il suo nome latino è  Quercus Cerris L. Il Cerro è abbastanza diffuso in Molise in particolare in Alto Molise. su una fascia  altitudinale tra gli 800 m a 1000-1200 m di quota. Comprende la fascia della classe Querco-Fagetea  dell’ordine Fagetalia sylvaticae, Nei riguardi del terreno la pianta preferisce terreni argilloso-compatti. La crescita di una piantina avviene più agevolmente con una copertura che non superi circa il 50% del sole pieno; da giovane ha crescita molto veloce ma dopo alcuni anni molte piante muoiono praticamente si “seccano”. La rinnovazione del cerro rappresenta, forse, il problema selvicolturale più importante in alcune zone del Molise a prevalenza di tale specie, se pur attenuato dalla superficie ancora  ridotta e dalla presenza di popolamenti di recente formazione. Nonostante la copiosa disseminazione, la nascita di numerosi semenzali e l’aiuto con ripetute cure colturali, le giovani piantine spesso non riescono a superare la soglia critica del terzo – quarto anno d’età. Tale problema è da imputare principalmente al rilascio di un elevato numero di piante portaseme che se, da una parte, favorisce un’abbondante disseminazione, dall’altra riduce notevolmente la quantità di luce utile per il successivo sviluppo dei giovani semenzali. Diverse esperienze dimostrano che quando il cerro non ha ostacoli alle sue esigenze di luce si sviluppa eccezionalmente superando senza difficoltà tutti gli ostacoli che si possano presentare. Ne è testimone, inoltre, la rinnovazione presente ai margini dei boschi, ben sviluppata, e quella che si presenta tutte le volte che una buca nella copertura favorisce l’ingresso della luce. Trovare poi grandi alberi  di Cerro con circonferenze superiori  a 400 cm  diventa spesso un po’ difficile almeno all’interno di boschi “chiusi”. Molti alberi con circonferenza superiori a 400 cm sono in effetti in zone ai margini di boschi, vicino vecchi casolari e ruderi, in aree più aperte del bosco  come nei comuni dell’Aloto Molise di Castel del Giudice, Chiauci, Pietrabbondante, Carovili,  Vastogirardi ecc.. A Chiauci infatti c’è forse il più grande Cerro del Molise di cui abbiamo già scritto in un precedente articolo.

Chiauci – La grande quercia di Contrada Marangone

Dopo diversi tentativi andati a vuoto, l’abbiamo trovata. Lungo la strada che da Chiauci porta alla contrada Sant’Andrea di Pietrabbondante, appena dopo il cimitero, c’è un gruppo di casette (attenti al cane). Da qui si gira a destra per una asfaltata che scende e dopo una serie di curve si arriva al di sotto del ponte della strada Trignina in direzione di Civitanova del Sannio. Poco prima di arrivare sotto l’alto ponte sul fiume Trigno, c’è una brecciata che risale verso nord.

La Contrada si chiama Marangone ad est del Vallone Fonte la Pietra. Ci sono macchie di arbusti prevalentemente di ginestre, rovi, biancospino ecc. e boschetti sparsi di pino nero e altre conifere. Classici luoghi del Molise abbandonati all’agricoltura perchè marginali e in pendenza oltre che franosi. Del resto la zona in vicinanza si chiama “Lame”. Il bosco e i cespugli si riprendono lentamente un po’ tutto quello che era il territorio agricolo e coltivato. Solo più a valle un anziano cura ancora un piccolo vigneto, intorno solo incolti e boscaglie.

Si vedono orme di cinghiali, acqua che scorre in piccoli fossi dopo lo scioglimento della neve di inizio marzo 2015. Salendo per circa 200 metri, si intravede l’albero con una chioma di tutto rispetto. Si raggiunge passando attraverso una fitta vegetazione. Siamo a 805 mslm. Ha un tronco quasi circolare, branche regolari simili tra loro un po’ contorte ma ben in evidenza. Chioma di albero un po’ stregato, con rami contorti. Difficile, come al solito, fare una foto dell’intera pianta. L’albero non mostra segni particolari di malattie o tagli e danneggiamenti vari. Non avendo la rollina metrica (spesso succede che un cercatore di alberi non ha gli attrezzi del mestiere) ma conoscendo la lunghezza del bastoncino da trekking (vedi foto sotto) e facendo un po’ di calcoli la circonferenza del tronco quasi cilindrico è di 460 cm.

Sullo sfondo ad Ovest si vede il maestoso monte Totila e la catena delle Mainarde-Meta. Vale la pena andare in questi luoghi dove c’è un po’ di silenzio anche nel vicino Bosco del Pontone, tra i più belli in questa parte dell’Alto Molise. Siamo a pochi chilometri dalla riserva naturale biogenetica di Colle Meluccio. Inoltre i toponimi di questi luoghi sono: Querceto, Castagna, Lupone termini legati al bosco e agli alberi (Monte Lupone 1020 mslm, esiste anche un comune in provincia di Macerata).

I toponimi sono spesso importanti, ci permettono subito di capire in che luoghi poter andare a trovare alberi e dove l’uomo spesso è assente. La zona deve essere ricca d’acqua. Tra le fonti e le sorgenti, quella più vicino all’albero, ha un nome strano: Fonte dell’Asina Corta, che non siamo riusciti a trovare.

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Chiauci, la grande quercia di Contrada Marangone

 

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone

 

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone sullo sfondo Monte Totila

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone sullo sfondo Monte Totila

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone

Chiauci la grande quercia di Contrada Marangone

Castelpizzuto – Una delle prime foto di grandi alberi

Specie: Quercus cerris L.
Nome Comune: Cerro
Stato Vegetativo: buono
Quota Slm (mt): 850

Inizi anni 90. Strada che collega Longano a Castelpizzuto, anche se la memoria fa un po’ gli scherzi. Si utilizavano macchine fotografiche con rollino e non si scattavano molte foto, anche perchè la fotografia era un hobby costoso. Si doveva saper scegliere come fotografare il paesaggio e gli alberi. Dalla foto di questa quercia è nata un po’ la passione e la ricerca di grandi alberi. Particolare di questa quercia è o forse era il suo tronco. Non ci sfuggì la sua solenne figura, giusto il tempo per un solo scatto. Non sappiamo quanti anni avrà ora questa pianta. Così a memoria d’uomo nessuno lo potrà mai sapere. Forse non c’è più. Godiamoci la bellezza di questo “patriarca della natura” almeno per un istante.

Una delle prime querce fotografate da noi di molisealberi

Una delle prime querce fotografate da noi di molisealberi