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Buone Pratiche selvicolturali nei siti della Rete Natura in Molise

cartina piccolaGli interventi e le operazioni forestali nei boschi pubblici e/o privati che rispettano i criteri e le buone pratiche selvicolturali nei siti della rete Natura 2000, riportati nel documento tecnico in appendice al presente articolo, sono esclusi dalla Valutazione d’Incidenza ai sensi del D.P.R. 357/97, così come modificato con il D.P.R. n. 120 del 12.03.2003 e della Direttiva Regionale approvata con Delibera n. 486 del 11.05.2009 e pubblicata sul BURM n. 12 del 01.06.2009. Restano fermi gli adempimenti procedurali previsti dalla succitata Direttiva Regionale, art. 5, comma 4.

Allegato alla DGR 1233 del 21/12/2009

HABITAT FORESTALI NELLA RETE NATURA 2000 DELLA REGIONE MOLISE

Riserva di Collemeluccio

Riserva di Collemeluccio

La Rete Natura 2000 nella regione Molise è formata da 85 SIC e 13 ZPS, per una superficie complessiva di 120.500 ettari, pari al 27,4% del territorio. I siti a dominanza di habitat montano-collinari, occupanti 35.637 ettari, rappresentano la tipologia più diffusa e distribuita sull’intera reteecologica. Gli habitat che vi si rinvengono, sono caratterizzati da una ricchezza floristica a cui fa riscontro una ricchezza fitocenotica che si articola attraverso tipologie forestali tipiche sia della regione mediterranea che di quella temperata. Le tipologie che presentano la maggiore estensione sono i faggeti con tasso e l’agrifoglio e i boschi a cerro e rovere…  L’intero allegato è scaricabile qui Allegato alla DGR del 21 12 2009

Fonte www.regione.molise.it

Ai margini del bosco

Riportiamo un vecchio articolo di FRANCESCO MANFREDI-SELVAGGI – da altromolise del 13/01/2008 dal Titolo “Ai Margini del Bosco” che noi abbiamo un po’ integrato.

La classificazione dei boschi è incerta e, allo stesso modo, è incerta la delimitazione della fascia di rispetto larga 50 metri stabilita nei piani paesistici. I margini sono una parte della superficie forestale alla quale  solitamente non si pone attenzione, mentre invece essi costituiscono un ambiente di grande interesse.

Essi  contribuiscono ad arricchire l’ecomosaico del bosco, il quale si presenta suddiviso in porzioni di differente età, dimensioni e densità ed è inframmezzato da superfici erbose e da terreni inselvatichiti con copertura boschiva.  Non si tratta di fatti singoli in quanto essi vengono a formare un insieme in cui i vari componenti possono essere collegati tra di loro e separati da spuntoni rocciosi, piccoli rivi, scarpate e sentieri. In questo modo i margini dei boschi hanno una particolare importanza perché rappresentano la fascia di transizione con la  campagna aperta.

Nelle zone poste ai margini dei complessi boscati si hanno, data la minore fittezza degli  alberi, migliori condizioni di luminosità la quale permette la crescita di una molteplicità di specie vegetali superiore a quella che si ha all’interno del bosco, favorendo la sua articolazione strutturale. In definitiva i margini evitando che il passaggio tra due differenti tipi di biotopi, il bosco e la campagna coltivata, sia  eccessivamente netto, bensì che sia graduale, e, perciò, hanno un notevole valore ecologico.

Ai margini dei boschi si collocano spesso i campeggi o le aree pic-nic perché gli ambiti boschivi sono i più attraenti per la ricreazione all’aperto; la presenza di attrezzature ricreative in prossimità dei terreni è, però, potenzialmente una causa di incendi, specie quando si tratta di pinete o abetine che sono popolamenti arborei di resinose. Un altro pericolo viene dalla vicinanza di aziende in cui si pratica ancora la bruciatura delle stoppie. Un  rimedio è rappresentato dai viali tagliafuoco i quali possono coincidere con i margini del bosco con i quali  hanno in comune la ridotta vegetazione. I margini per la loro natura di strisce di terreno a cavallo tra realtà  distinte sono caratterizzati da ambiguità e, quindi, non sono facilmente definibili. Una difficoltà che del resto,  riguarda il bosco nella sua generalità.

La definizione di bosco è divergente da un sistema di rilevazione all’altro per cui l’estensione forestale in  Italia calcolata dall’ISTAT è molto diversa da quella che scaturisce dal Censimento dell’Agricoltura effettuato  dal Ministero per le Politiche Agricole. Non esiste un vero e proprio catasto forestale né su scala nazionale  né su quella regionale. Sarebbe necessario un inventario che potrebbe utilizzare i dati forniti dalle carte  topografiche e dai piani di assestamento dei boschi.

Un catalogo sistematico e continuativo dovrebbe essere  basato sul rilevamento satellitare il quale assicura una ricognizione fotografica periodica del territorio  evidenziando i processi di trasformazione in atto; si potrà così stare al passo con la dinamicità della  situazione forestale poiché i boschi nel Molise stanno in costante, seppur lenta, espansione. Un problema  nella ricognizione da satellite è dato dalle zone in ombra che sono molto frequenti in terreni di montagna come sono quelli molisani; inoltre va sottolineato che i rilievi da satellite non possono sostituire del tutto quelli compiuti a terra, cioè quelli classici.

La normativa che vige qui da noi in molise è, la legge regionale n. 6 del 2000, che definisce il bosco in base ad alcuni parametri (per noi molto aleatori)

Tra questi vi è quello della superficie minima che è di mq. 2000, quello della sua larghezza, per quanto riguarda la vegetazione ripariale, che è di m. 20, sul grado di copertura che deve essere il 25%  dell’intera superficie (si tiene conto pure del fenomeno della frammentazione della superficie forestale perché anche macchie boschive inferiori a questa dimensione purché a distanza inferiore a m. 70 da un bosco sono considerate boschi). Quest’ultimo criterio è legato ad una concezione del bosco come risorsa legnosa che altrove fa riferimento alla massa legnosa per unità di superficie o addirittura al numero di tronchi. Ciò porta a classificazioni divergenti perché vi sono boschi ricchi di legname, boschi radi ed arbusteti, boschi formati da specie arboree dal rendimento elevato oppure terreni rinselvatichiti che anche quando rientrano tra i boschi hanno una scarsa produzione legnosa.

Sulla scorta di quanto sopra i limiti di un bosco diventano estremamente incerti e, così, fissare i margini  diventa un’operazione davvero ardua e ciò si traduce in una forte insicurezza nell’applicazione della  disposizione contenuta nei piani paesistici dei 50 metri della fascia di rispetto dai boschi; va precisato che questa norma precede la legge forestale regionale e, pertanto, non ha potuto tener conto dell’attribuzione della definizione di bosco anche ai suoli con basso popolamento erboso quali sono, appunto, i margini come si è visto prima. In altri termini si vuole dire che la fascia di rispetto prescritta nella pianificazione paesistica  non poteva che mirare a salvaguardare le parti estreme delle superfici boschive le quali sono state  ricomprese successivamente con la legge più volte citata nella classificazione di bosco e, pertanto, tale vincolo, la striscia di m. 50 di inedificabilità, ha, in un certo senso, perso di significato.

In conclusione l’inedificabilità per noi di molisealberi non esiste ai margini dei boschi.

Le Tavole dendrometriche di alcuni boschi del Molise

Cosa sono le tavole Dendrometriche? Sono quelle che ci permettono di misurare gli alberi. Risposta semplice. Misurare gli alberi e i boschi (altezza, volume,  età, massa,  accrescimento, area basimetrica ecc.)  non è semplce. Le tavole dendrometriche sono delle tabelle che possono aiutarci.

La dendrometria (dendron = albero, metron = misura) studia l’accrescimento delle piante e  i metodi  per determinare il volume degli alberi in piedi o abbattuti e la massa legnosa di un intero bosco (cubatura). In poche parole per chi ha un albero nel giardino di casa o ha un bosco la dendrometria ci dice quanto volume di legna (in metri cubi)  possiamo ottenere per poi venderla o usarla per il nostro camino o stufa.

Le Tavole dendrometriche derivano comunque da studi, misure di alberi ed esperienze di forestali.  Siccome è difficile  andare a misurare migliaia di alberi in un bosco in alcuni casi si possono usare queste tavole dendrometriche per sapere il volume di legna che se ne  ricava. Non è semplice i risultati sono  sempre diversi perchè ci sono molti fattori che influenzano la crescita di un albero e di un bosco.

Un albero di cerro in un bosco del Molise con un età di 120 anni Generoso Patrone  nella redazione delle tavole dendrometriche del Molise afferma che ha un diametro di 40 cm e un volume di 440 metri cubi (Italia Forestale e Montana anno 1970).  Generoso Patrone fu tra i fondatori negli anni 50 dell’Accademia di Scienze Forestali. Ha redatto molti piani di assestamento. Patrone, Pavari, Antoniotti, De Philippis, Ciancio e qualcun’altro sono un po’ i  padri dell’assestamento Forestale. Patrone mori nel 1980. Ancora oggi si fa riferimento alle sue tavole dendrometriche . Per il Molise esistono le tavole dell’Antoniotti per alcuni comuni (Matrice Vastogirardi ecc..) sia per il faggio che per il cerro e si possono scaricare qui:

Tavole dendrometriche per il Molise

 

Normativa dei Piani d’Assestamento Forestali della Regione Molise

La Normativa sui Piani d’Assestamento Forestali della Regione Molise è rimasta ferma al 2005. Forse occorre cambiare qualcosa, sollecitando gli addetti ai lavori e i tecnici ad una procedura più semplice. Si legge dal sito della Regione Molise  le schede da compilare del Progetto Bosco Gestione sostenibile, Schede A, B1, B2,B3 N che pur se molto interessanti e di dettaglio possono creare confusione anche nella compilazione. Poi ci sono 11 Pagine di Normativa procedure amministrative e prezziari.

In effetti la pianificazione forestale è un po’ complessa ci sono i Piani Forestali Regionali, I piani Forestali Comprensoriali, i Piani di Assestamento o economici o di riassetto, i Piani dei Tagli, i Piani di Riordino, i Piani Forestali territoriali, i Piani di indirizzo forestale, Il Piano Forestale territoriale di Distretto, i Piani colturali, ecc.. Ogni Regione dice e scrive la sua pianificazione forestale come prevedono le norme statali .

Per la Regione Molise la DGR 1229/2004 e successive modifiche ha approvato le Normativa le procedure e il Prezzario dei Piani di Assestamento. Si devono acquisire elaborati e se continuate a leggere occorre  far riferimento a dettagli  che spesso scoraggiano anche gli addetti ai lavori (tecnici forestali,  ecc.)

Ecco cosa si deve fare:

1 – R E L A Z I O N E

2 – C A R T O G R A F I A

3 – R E G I S T R O DEGLI EVENTI

1 – R E L A Z I O N E
In essa saranno riportati i dati relativi:
PARTE GENERALE
– caratteristiche geografiche, climatiche, morfologiche, geologiche, pedologiche,idrologiche, vegetazionali e floristiche e faunistiche della zona;
– vicende storiche che hanno riguardato il complesso da assestare;
– passate gestioni e utilizzazioni boschive;
– principali elementi che caratterizzano la specifica realtà socio-economica del Comune e della zona, quali la entità dei terreni agrari e pascolivi, sia di proprietà pubblica che privata, in relazione alla popolazione ed alle sue variazioni nel tempo;
– stato degli usi civici;
– esistenza di vincoli e di atti preordinati alla loro imposizione;
– individuazione di segni antropici tradizionali quali sentieri, muri di delimitazione, di terrazzamenti o di divisioni fondiarie, capanne pastorali, ecc.
PARTE SPECIALE
– consistenza, estensione, tipologia ed ubicazione del complesso boscato da assestare.
Questa parte è articolata nelle seguenti fasi:
a) – formazione del particellare e delle comprese o classi colturali.
Il bosco sarà suddiviso in particelle e, se ritenuto opportuno, in sottoparticelle. Il criterio da seguire, in attesa della redazione delle tipologie forestali regionali e delle relative linee guida selvicolturali, nonché di carta e inventario forestale, è quello di una selvicoltura puntuale e mirante all’aumento della produttività, della qualità tecnologica e del pregio dei soprassuoli.
Ciascuna di esse sarà caratterizzata da un soprassuolo sufficientemente omogeneo, da condizioni di fertilità uniformi, da confini inequivocabili facilmente individuabili, preferibilmente coincidenti con linee fisiografiche naturali e artificiali permanenti (strade, corsi d’acqua, crinali, sentieri, teleferiche, etc.). Ciascuna particella verrà delimitata sul territorio mediante idonea confinazione, che sarà riportata fedelmente in cartografia.
Ogni particella dovrà essere dettagliatamente descritta in forma sintetica, completa e chiara in ordine ai fattori ambientali e ai caratteri del popolamento e, della stazione, utilizzando come modello base le allegate schede A e B.
La materializzazione delle particelle e sottoparticelle sul terreno dovrà essere operata tracciando i confini con vernice di colore rosso su piante (doppia anellatura a petto d’uomo), rocce, termini lapidei, integrata dalla relativa numerazione. Per i confini di particelle che coincidono con i limiti esterni si farà ricorso ad una doppia colorazione (es. azzurro e rosso).
Tutte le particelle che presentano soprassuoli con caratteristiche colturali similari costituiranno una classe colturale o compresa.
Per ciascuna compresa si procederà al calcolo della provvigione, degli incrementi e della ripresa. In altre parole ogni classe colturale verrà considerata come un complesso boscato a sé stante.
b)- Inventariazione del bosco (rilievo dendrometrico-cronoauxometrico)
L’inventariazione della foresta si basa sul rilievo del numero delle piante, dei loro diametri e delle aree basimetriche corrispondenti, le altezze e gli incrementi radiali del fusto. Le misurazioni delle frequenze numeriche e diametriche possono essere realizzate mediante cavallettamento totale o campionamento.
Il rilievo dendrocronoauxometrico verrà realizzato particella per particella sulla base di aree di saggio, o cavallettamento totale o con metodo relascopico, a seconda della tipologia dell’insieme forestale (governo, struttura, ecc.) e delle sue attitudini (produttive, protettive, ambientali ecc…).
Si procederà mediante aree di saggio scelte con criterio soggettivo o oggettivo (campionamento sistematico o stratificato nei comprensori più grandi di 500 ha) nei boschi cedui, semplici e matricinati, nei cedui in conversione in alto fusto, nell’alto fusto (quando trattasi di stangaie, perticaie e giovani fustaie coetanee per le quali non si preveda, nel periodo di validità del P.d.A., alcuna utilizzazione che non sia un eventuale diradamento).
Le singole aree di saggio, normalmente di forma circolare a raggio fisso di 10 o 15 metri, saranno delimitate con vernice di colore bianco e porteranno segnato sulla pianta o pietra o altro elemento fisso coincidente con il centro, il numero progressivo che le  contraddistingue e che ne consente la individuazione sul terreno ai fini del collaudo (coordinate geografiche). La medesima evidenziazione riguarderà i centri di numerazione, quando sia stato adottato il metodo relascopico.
Nelle particelle d’alto fusto, specie in quelle in cui si prevede di intervenire nel periodo di validità del P.d.A. con normali utilizzazioni, si potrà effettuare, il cavallettamento totale. Tuttavia, quando le caratteristiche del soprassuolo lo consentono, è ammesso l’uso del rilievo campionario, anche con metodo relascopico.
Nell’effettuare le aree di saggio, o le prove di numerazione o, infine, il cavallettamento totale, occorrerà compilare e conservare il relativo piedilista con la distinzione per la specie. La misurazione delle altezze e degli incrementi sarà eseguita ripartendo le osservazioni fra tutte le classi diametriche proporzionalmente al loro peso e alle specie presenti. La densità dei punti di osservazione sarà correlata al grado di uniformità stazionale e strutturale dei soprassuoli.
c)-Stima della provvigione legnosa
Per pervenire alla determinazione della provvigione legnosa esistente, l’assestatore, partendo dai dati del cavallettamento, da quelli relativi alle prove di numerazione relascopica e da quelli delle aree di saggio, dovrà effettuare, per ciascuna compresa, da 5 a 8 alberi modello, in base al peso di ciascuna classe diametrica. Queste avranno ampiezze di cm.5 nell’alto fusto e di cm.2 nel ceduo. Gli alberi modello, su cui effettuare tutte le misure  necessarie (diametro, altezze, età, incrementi, ecc.), saranno scelti in modo da rappresentare le varie condizioni di fertilità (buona media e scadente) esistenti nell’ambito della classe colturale stessa. Ciò al fine di costruire una tavola di cubatura ovvero di  erificare al tempo stesso, in quale misura e con quali accorgimenti sia possibile utilizzare i dati delle tavole di cubatura comunque disponibili e applicabili al soprassuolo indagato.
Le piante di alto fusto da abbattere per albero modello dovranno essere preventivamente numerate e contrassegnate con martello forestale che vi apporrà il tecnico assestatore o il personale del Comando Stazione Forestale competente per territorio, a seguito del quale verrà redatto un regolare verbale amministrativo di assegno che, una volta controfirmato dal tecnico incaricato di redigere il P.d.A. e da un rappresentante della proprietà (o Ente delegato), verrà inviato, in copia, al Comune ed al Coordinamento Provinciale del C.F.S. Ad abbattimento e misurazione avvenuta, (per i boschi cedui si potrà far ricorso anche al metodo della pesata totale dei polloni), il materiale resterà a disposizione dell’Ente proprietario o gestore.
Dovranno essere compilate le schede di misura relative agli alberi modello ed inviate al presente servizio per la costruzione della relativa banca dati regionale.
3° – al raffronto tra la situazione reale dei boschi, quale si è venuta a delineare in base ai rilievi di campagna, e quella normale, quale è possibile ipotizzare per quel tipo di bosco in base a modelli teorici ben definiti e che facciano riferimento a condizioni di fertilità similari (tavole alsometriche locali).
4° – alle scelte selvicolturali relative alla forma di governo e trattamento prescelti che dovranno avere carattere adattativi
5° – alla scelta del turno valutando il tempo di permanenza delle specie e la fertilità della stazione;
6° – alla ripresa reale ed al piano dei tagli.
La ripresa dovrà ovviamente essere proporzionata, per ciascuna classe colturale, alla provvigione reale e al tasso di crescita, avendo per obiettivo di ottenere in maniera significativa e ragionevole, nel periodo di validità del P.d.A., l’eventuale riordino bioecologico e l’aumento della complessità e dell’articolazione strutturale della provvigione reale
Si cercherà, inoltre di operare affinché la ripresa totale si ripartisca nel tempo in maniera costante. Il piano dei tagli, redatto anch’esso separatamente per ciascuna compresa, dovrà contenere indicazioni di dettaglio nel senso che dovrà precisare, particella per particella, non solo la entità del prelievo ma anche le modalità con cui il medesimo dovrà operarsi e gli interventi proposti;
7° – all’uso dei pascoli.
8° – alle norme che dovranno disciplinare la raccolta dei prodotti secondari, quali: funghi, tartufi, fragole, erbe officinali ed aromatiche;
9° – ai miglioramenti fondiari. Tra essi potranno annoverarsi:
a)-opere di presidio per la lotta agli incendi boschivi, quali vasche, piccoli invasi, viali spartifuoco e piste di servizio, piccoli ricoveri per presidi sanitari e per stazioni radio ricetrasmittenti, torri di avvistamento;
b)- intervento di potenziamento della rete viaria principale e secondaria e/o di miglioramento di quella esistente;
c)-intervento di miglioramento pascoli, quali opere di captazione ed adduzione di acqua, case appoggio per il personale di guardiania, recinzioni fisse e mobili, locali per la lavorazione del latte, decespugliamento, trasemine, concimazioni, ecc.;
d) -opere intensive di sistemazione idraulico – forestale, quali briglie, difese spondali, canalizzazione di alvei, graticciate e viminate, canali di scolo, drenaggi, fossi di guardia, ecc.;
e) – interventi estensivi di sistemazione idraulico – forestale e di ripristino ambientale, quali rimboschimenti ex novo, le cure colturali a quelli già esistenti, le ricostituzioni boschive, la manutenzione degli stradelli di servizio del rimboschimenti stessi;
f) – interventi finalizzati alla valorizzazione turistica del complesso boscato oggetto di assestamento, quali percorsi pedonali tabellati, aree pic-nic, rifugi per escursionisti, ricoveri ed attrezzature per l’esercizio degli sport equestri, impianti sciistici, etc.
Il piano dei miglioramenti fondiari deve essere, dunque, completo e dettagliato. Esso dovrà costituire, infatti, la base programmatica cui dovranno fare riferimento tutti gli interventi futuri, comunque finalizzati, che riguardino i beni silvo – pastorali di proprietà dei Comuni e degli Enti.
10° – Alle norme legate alla salvaguardia di valori naturalistici o storici di particolare rilevanza e alle modalità di fruizione turistico-ricreativa.

2 – C A R T O G R A F I A
Essa si comporrà di:
1° – carta di inquadramento generale, in scala 1:25.000 e carta assestamentale (o silografica) in scala al 10.000 o 1:5.000 per piccoli complessi boscati, con la individuazione delle singole particelle in cui è stato compartimentato il bosco. La carta assestamentale dovrà essere realizzata utilizzando la base topografica ridotta in scala 1:10.000, formato raster o vettoriale della Carta Tecnica Regionale più recente.  Per una facile lettura della medesima, tutte le particelle costituenti una stessa compresa o classe colturale avranno identica rappresentazione grafico-cromatica. La colorazione eventualmente integrata a combinazioni grafico-cromatiche dovrà evidenziare le tipologie forestali e le compartimentazioni assestamentali. Sulla carta assestamentale dovrà essere riportato, in nero, il numero che contraddistingue ciascuna particella abbinata ad una lettera in caso di sottoparticella. La viabilità sarà rappresentata con diverse simbologie (tratteggi) a seconda del tipo e destinazione ( strade principali, di ordinario collegamento, strade e piste trattorabili, sentieri). In nero con tratto continuo verranno riportati i confini (con tratto interrotto quelli delle particelle) mentre i termini lapidei o elementi fissi salienti, interni e/o di limite, saranno indicati con apposita simbologia (triangolini, ipslon, ecc).
2° – carta del miglioramenti fondiari in scala 1:10.000 o in scala 1:5.000 per piccoli complessi boscati. Questa carta dovrà essere redatta con ogni possibile accortezza al fine di ubicare con precisione gli interventi programmati.

3 – REGISTRO DEGLI EVENTI O LIBRO ECONOMICO (utilizzando come
modello base l’allegata scheda N) Tutto il materiale predisposto contenuto nelle suddette norme tecniche, dovrà essere prodotto su supporto magnetico; i testi su formato microsoft Word mentre gli elaborati cartografici in formato compatibile ESRI – ArcView le schede descrittive in formato Excel o Access 2000.

….CONTINUA   con i Piani di gestione  Procedure Amministrative e Prezzario

Per ulteriori dettagli se vi accingete a voler fare dei Piani di Assestamento nella Regione Molise (non sappiamo se è ancora consigliabile) ecco tutta la normativa in pdf che potete scaricare anche qui:

normativa p.ass

modifica normativa p.ass

scheda A progetto_bosco

scheda B2 progetto_bosco

scheda B3 progetto bosco

scheda N progetto_bosco

Fonte del documento: www.regione.molise.it

La tutela dei boschi e dei grandi alberi serve ancora?

Agnone AlberoLa nostra Associazione, come da statuto, è impegnata a diffondere la cultura del territorio dei boschi e degli alberi in particolare dei grandi alberi denominati: “patriarchi”, “alberi monumentali”, “alberi secolari”, “grandi alberi” “monumenti della natura” Alberi quasi tutti protetti e salvaguardati oggi da una legge nazionale e da alcune leggi regionali. Le leggi comunque servono a ben poco se non c’è il rispetto e la consapevolezza dell’esistenza di un patrimonio vegetale, di monumenti naturali, di boschi, di alcune aree del Molise (collina e montagna) da difendere e valorizzare contro molti  pericoli dell’attività umana (incendi, tagli irrazionali, distruzione di specie rare o in via di estinzione, cave, impianti e centrali fortemente inquinanti e spesso inutili, impianti fotovoltaici eolici capannoni ecc…..) riducendo la biodiversità e aumentando la CO2 (anidride carbonica) nell’aria; problemi di cui i mass-media e studi di dettaglio parlano spesso ma che poco interessano la gente “comune” perchè in molte zone del Molise ancora non colpiscono da vicino “l’orticello di ognuno” anche se si sente parlare di diossina, pcb, nitrati, mercurio nell’aria e gravi malattie. In periodi di crisi economica, ed energetica, con l’ inflazione, i mutui, il costo del petrolio  che aumenta parlare di alberi, anidride carbonica, biodiversità interessa ben poco.

Ci rendiamo perfettamente conto che la materia e la terminologia forestale legate alla natura degli alberi e del bosco è un po’ complicata. Termini quali: biodiversità, biocenosi, valutazione di incidenza, habitat prioritari, zone di protezione speciale, rete natura 2000, condizionalità, unità ambientali, unità fitoclimatica, termotipi sintaxa, orno-ostrieti, dendrochirurgia, ipsometria, fitoiatria, fitosociologia, fotobionti, dendrocronologia, ecocertificazione forestale, e sigle varie come FSC, CFC, PFEC, GFS ecc…stanno complicando la vita anche a chi si occupa di alberi e  boschi.

Su questo sito cerchiamo il piu’ possibile di essere comprensibili e semplici con un vocabolario sui termini legati ai boschi e agli alberi più limitato. Dovremo fare un glossario ma forse non lo faremo mai: ne esistono già tanti. Come cita il Capodarca nel suo bellissimo libro “Alberi monumentali delle Marche”: gli alberi come ogni essere vivente seguono il ciclo eterno stabilito della natura crescono, vivono, fanno carriera, si ammalano e muoiono. Termini molto semplici. Si scrive molto, si fanno studi, relazioni, analisi, convegni ecc..  ma forse ancora si fa ben poco per gli alberi e i boschi mentre le frane, le erosioni, il degrado del territorio, il consumo di suolo continuano in molte zone del Molise.

Dei 136 comuni molisani circa 50 hanno una superficie boschiva sotto il 20% del loro territorio ed in particolare nella provincia di Campobasso. Questi boschi non sono poi in condizioni migliori, spesso non c’è rinnovazione, i boschi privati e spesso alcuni sono abbandonati o tagliati irrazionalmente per il solo scopo economico.

cartina_piccolaLa legna è un bene economico primario e le prescrizioni di massima e di polizia forestale pur se utili non sempre hanno un buon effetto visto le irrisorie sanzioni che prevedono. Se la superficie boschiva o meglio i terreni abbandonati all’agricoltura e “marginali” stanno sempre aumentando in Provincia di Isernia, non dobbiamo essere contenti perchè occorre vedere cosa fare con questi suoli polverizzati, frammezzati con vegetazione soggetta più facilmente ad incendi, degrado ,  ecc,

Occorre quindi partire da una azione programmatica come citava il vecchio Piano Forestale Regionale nel 2006:

– tutela e miglioramento del patrimonio forestale del Molise;
– miglioramento degli strumenti di conoscenza, normativi e informativi sulle risorse forestali;
– aumento dei livelli di occupazione e delle occasioni di impiego legati al miglioramento produttivo della filiera bosco – prodotti della selvicoltura.
– miglioramento dell’offerta dei servizi turistico – ricreativi connessi al patrimonio forestale.
– Gestione forestale sostenibile (GFS), che prevede il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali senza compromettere quelli delle generazioni future, garantendo la perpetuità dei valori del bosco, con specifiche azioni per il mantenimento ed il miglioramento della biodiversità.
Importanza strategica è attribuita alla migliore conoscenza delle risorse forestali della Regione, che il Piano pone fra i primi obiettivi da realizzare, al fine di avere tutte quelle informazioni che consentiranno di migliorare i futuri strumenti di programmazione.
Valorizzazione dell’aspetto paesaggistico delle aree montane inciderà positivamente sull’offerta dei servizi legati all’uso multiplo del bosco. E’ necessario attivare un insieme di iniziative culturali, sociali e turistiche che aiutino le aree interne ad uscire dall’ isolamento, rafforzando anche un processo di residenzialità a vantaggio sopratutto dei piccoli centri rurali.
– lavori selvicolturali di prevenzione degli incendi e manutenzione dei soprassuoli boschivi;
– ripulitura delle fasce boscate limitrofe alle strade d’accesso e d’attraversamento di superfici boscate;
– creazione di cinture verdi parafuoco ai margini dei boschi limitrofi ai campi coltivati;
– formazione e qualificazione professionale.
– l’allontanamento dei residui vegetali accumulati negli strati superficiali del suolo (resti di lavorazione, ramaglia, piante secche);
– la potatura dei rami secchi e bassi, onde evitare che eventuali incendi radenti possano tramutarsi in incendi di chioma;
– lo sfoltimento dei rimboschimenti troppo densi;
– l’allontanamento dal bosco di piante secche in piedi per evitare la risalita delle fiamme e la permanenza in loco del fuoco …
Quante cose ci sono da fare intorno e dentro un bosco  Forse molte  cose si fanno, ma molte no.  Basta guardarsi un po’ intorno.

 

I Boschi in Molise sono considerati?

molisealberiPrendiamo lo spunto da un articolo di Francesco Manfredi Selvaggi del 25/02/2008 in cui si afferma  che “Il patrimonio forestale del Molise è considerevole, ma poco considerato, nonostante che produca benefici in termini ambientali, ricreativi e paesaggistici “. Sono passati 5 anni ma di boschi se ne parla poco perchè materia di addetti ai lavori  (forestale, imprese boschive, enti di gestione) e per i soli interessi economici. Ogni tanto quanto si comincia a tagliare un po’ troppo gli alberi o si vedono delle “brutture di alberi o scempi” i giornali ne parlano soprattutto se capitozzature e tagli raso avvengono nei centri abitati. Spesso  non si rispettano le minime norme e le prescrizioni di massima e di polizia forestale che ormai diciamo sono un po’ “vecchie”  come la legge forestale regionale (anno 2000) che si deve adeguare anche alle leggi statali successive al 2000.  E poi le infrazioni e le sanzioni  per tagli di alberi non rispettando le leggi  sono in alcuni casi irrisori. Nella legge forestale regionale non sono indicate le sanzioni, ma solo nelle Prescrizioni di massima e di Polizia Forestale Provinciali  che sono degli anni 70 e previste dal  Regio Decreto del 30 dicembre 1923, n. 3267. (legge forestale). L’articolo del 2008 per noi è ancora attuale. Si spera in una maggiore considerazione del bosco e degli alberi anche per i non addetti ai lavori. Riprendiamo l’articolo

I boschi nella nostra regione sono situati in ogni fascia altitudinale, pure in pianura (vedi le pinete litoranee). La gran parte della superficie forestale è, comunque, collocata al disopra degli 800 metri di quota. C’è un limite superiore, che qui da noi è di circa 1900 metri, superato il quale scompare la vegetazione arborea come si verifica nelle cime più alte del Matese (monte Miletto, la Gallinola, monte Mutria) e delle Mainarde (la Meta, la Metuccia, ecc.). la montagna è il luogo esclusivo del bosco d’alto fusto, il quale è prevalentemente una faggeta, seppure vi sono anche cerrete d’alto fusto quale il Bosco Mazzocca a Riccia e il Bosco Pianelle a Tufara.
Nelle zone montane o, comunque, in quelle cosiddette interne c’è un aumento dei terreni boscati per via dell’abbandono dell’agricoltura mentre, all’opposto, nelle aree pianeggianti si registra una loro diminuzione a causa dell’urbanizzazione e, cioè, l’espansione edilizia e lo sviluppo delle vie di comunicazione. Le tipologie di bosco nel Molise sono diversissime e vanno dalle macchie boschive che occupano le scarpate, gli angoli dei campi presentandosi in maniera così frazionata da non avere la dignità di bosco, ai rimboschimenti di pino . Pure i boschi possono essere inclusi tra i componenti del paesaggio antropizzato. Poche sono le foreste vergini le quali non sono solo quelle impervie, lontane dagli abitati e scomode da raggiungere, ma anche estensioni boschive lasciate allo stato naturale per ragioni particolari quale quella di essere riserve di caccia reale e questi sono i boschi di Colle Meluccio e di Monte di Mezzo.

Esse sono incluse tra le aree MAB dell’Unesco le quali costituiscono un sistema di superfici forestali scelte perché rappresentative dei diversi ecosistemi forestali; in questo campo si ha una estrema varietà poiché la montagna dove in prevalenza si situano i boschi è caratterizzata da una forte eterogeneità geomorfologica, superiore a quella di altre zone altimetriche, la quale dà luogo a un’ampia casistica di nicchie ecologiche. La gestione delle riserve biogenetiche dell’Unesco è connotata dal lasciare tali ambiti alla loro dinamica naturale. Il legname morto viene lasciato in situ, come succede a Colle Meluccio e a Monte di Mezzo, e ciò è l’indicatore più sicuro della naturalità di un bosco. . Infine, va sottolineato che i boschi, pur della medesima composizione e di uguale dimensione, non hanno tutti la stessa importanza, la quale dipende dal contesto in cui si trovano.

Le superfici forestali, ovunque stiano, sono soggette dal 1985 al vincolo paesistico il quale si aggiunge per molti di essi al vincolo idrogeologico che per decenni, a partire dal 1923, ha salvaguardato il patrimonio boschivo molisano. Con un gioco di parole si può dire che prima della legge Galasso si proteggevano i boschi perché essi, a loro volta, proteggono dalle frane e dalla caduta massi. Se i boschi planiziali e quelli di collina sono costantemente minacciati, le estensioni forestali montane non sono da considerare in pericolo se non per la probabilità, davvero bassa, di qualche valanga (2 decenni fa una slavina distrusse una striscia della pinetina di Campitello). (le frane e le erosioni e le zone a rischio comunque sono in aumento). In montagna dove, lo abbiamo visto prima, ci sono i boschi d’alto fusto le superfici boscose hanno un maggiore grado di naturalità che altrove, il quale ultimo può essere messo in relazione con il numero di strade forestali: ci sono meno strade di esbosco nei boschi di alto fusto rispetto a quelli cedui in quanto il turno di taglio è più lungo (80 anni contro 20). Queste stradine se, per un verso, sono di disturbo all’ambiente possono servire anche per la prevenzione incendi. 

L’economia del bosco è oggi nel Molise pressoché inesistente perché il legno non è competitivo con gli attuali materiali edilizi e neanche viene più usato tanto come combustibile. Se anche vi sono ditte boschive, che sono quelle del taglio degli alberi, queste non hanno collegamenti con le imprese industriali del settore del legno le quali, segherie, mobilifici, ecc. qui da noi peraltro non esistono. Ad influire su questo stato di cose sono state anche le politiche seguite nel campo della forestazione la quale ha avuto come obiettivo solo la prevenzione del dissesto idrogeologico e non quella produttiva se non limitatamente ai finanziamenti europei destinati ad incentivare il ritiro delle colture granarie dei terreni. Ad ogni modo si sottolinea la necessità di ridare centralità nel dibattito regionale al tema del bosco che è un elemento fondamentale dell’ecosistema e che può diventare un fattore di sviluppo per la nostra regione.

Si riportano gli articoli 1 e 2 della legge forestale regionale n. 6 del 2000, Alcune finalità oggi sono state raggiunte? Per noi qualcosa ancora non va nei punti  b)  e d) dell’articolo 1  e molti punti dell’art 2 quali c) e) f) h)  m) n) A Voi lettori  che ci seguite su molisealberi giudicare e trovare le priorità per intervenire nei vari punti degli art 1 e 2 ed quindi aprire un dibattito. Inoltre il piano e inventario forestale regionale è scaduto nel 2006.

Legge Forestale della Regione Molise del 18/01/2006 n. 6 “Patrimonio forestale regionale – Valorizzazione economica – Tutela ambientale – Disciplina Art.1 Finalità . La presente legge persegue, nel quadro degli obiettivi di sviluppo economico e sociale del Molise, le seguenti finalità:

a) la conservazione, il miglioramento e l’ampliamento del bosco, l’utilizzo e l’incremento della produzione legnosa, la valorizzazione delle bellezze naturali e paesaggistiche, la tutela degli habitat naturali, in sinergia con quella di altre risorse concorrenti allo sviluppo delle popolazioni rurali e alla promozione della qualità della vita;

b) la difesa del suolo e la sistemazione idraulico-forestale, la prevenzione e la difesa dei boschi da incendi e cause avverse;

c) la conservazione ed il miglioramento dei pascoli;

d) la massima occupazione della manodopera, rapportata alle singole realtà territoriali.

Art.2 Natura degli interventi

1. Per il conseguimento delle finalità di cui alla presente legge, si attuano i seguenti interventi:

a) redazione del Piano ed Inventario Forestale Regionale;

b) ampliamento delle superfici forestali con imboschimenti a fini protettivi e produttivi nonché conservazione e miglioramento del patrimonio boschivo;

c) sistemazione idraulico-forestale dei corsi d’acqua, delle pendici e consolidamento delle dune litorali nonché tutela delle zone umide e lacuali;

d) produzione vivaistica forestale nonché controllo del commercio di semi e di piante da rimboschimento;

e) prevenzione e difesa dei boschi dagli incendi, da agenti patogeni e cause avverse;

f) miglioramento della fruibilità forestale con creazione e manutenzione di aree attrezzate e di sentieri silvo-pastorali anche a fini turistici;g) realizzazione di opere di interesse pubblico di bonifica montana nonché recupero, ai fini forestali, di aree dissestate, di cave dismesse e di discariche abbandonate; recupero e valorizzazione di aree di particolare interesse ambientale; arredo verde di scarpate di svincoli stradali, di aree di raccolta di rifiuti solidi urbani e depuratori;

h) conservazione, miglioramento ed ampliamento del verde pubblico;

l) tutela della biodiversità e degli ecosistemi esistenti;

m) sviluppo e regolamentazione delle attività di utilizzazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti legnosi e di sottobosco;

n) riconoscimento e tutela delle aree naturali protette.

Specie forestali tipiche della zona del Lauretum

La flora che vegeta nelle fasce basali delle nostra colline e montagne è caratterizzata da aspetti morfologici e processi fisiologici particolari. In ambienti caldi, infatti, vegetano le piante sempreverdi tipiche della macchia mediterranea. I caratteri di queste specie sono: foglie molto ispessite, semipersistenti o persistenti sugli alberi, ritmi di vegetazione diversi rispetto alle altre specie (in genere hanno due interruzioni del ciclo vegetativo: una in inverno e l’altra d’estate). Tutti questi particolari non sono altro che adattamenti che le specie hanno messo in pratica per resistere agli ambienti, spesso inospitali, della zona mediterranea, dove le temperature sono molto elevate durante la stagione estiva e l’umidità è pressoché assente. La macchia mediterranea e le altre foreste di sclerofille sono costituite in prevalenza da arbusti (anche le specie arboree assumono spesso la forma arbustiva) e da molti altri arbusti a foglie piccole e rigide, oltre che da diverse specie aromatiche. Anche le forme delle foglie sono da imputare ai climi, in quanto le foglie filiformi riducono la traspirazione e quindi la perdita di acqua da parte della pianta.

In questa sede non verranno trattati tutti i numerosi arbusti che compongono la macchia mediterranea, ma solamente le arboree di maggiore diffusione ed importanza, esse sono: le querce a foglie persistenti (leccio e sughera) e i pini mediterranei (pino domestico, marittimo e d’Aleppo).

LE QUERCE SEMPREVERDI

IL LECCIO (Quercus ilex L.)

Descrizione botanica: Il leccio è un albero alto fino a 25 m e con diametri massimi superiori ad 1 m, anche se, come sopra accennato, spesso nelle formazioni mediterranee assume l’aspetto arbustivo. Negli ambienti ottimali può sopravvivere fino ai 1000 anni. Il tronco è, generalmente, diritto ma non molto alto e su di esso si regge una chioma arrotondata, di colore verde scuro, molto densa di fogliame. La corteccia del leccio a maturità si presenta di colore grigio-rossastra, sottile, screpolata in piccole placche.

Le foglie sono semplici e alterne, spesse e coriacee. Il leccio presenta dimorfismo fogliare tra le piante giovani e quelle adulte. Le foglie degli ultimi getti sono ovali, con margine seghettato-spinoso e quasi glabre; quelle più vecchie sono lanceolate, a margine intero, pubescenti nella pagina inferiore. Il colore del fogliame nella pagina superiore è sempre verde scuro lucido, mentre nell’inferiore biancastro. Le gemme sono piccole (1-2 mm), arrotondate, color fulvo e vellutate.

I fiori maschili sono riuniti in amenti cilindrici, lunghi 4-7 cm, pelosi, di colore giallo chiaro; quelli femminili sono in gruppi di 3-4 riuniti in spighe di colore verde-grigio. Il frutto è una ghianda (in genere sono riunite in gruppi di 2-3) di circa 2 cm, portata su un picciolo di 1 cm, ricoperta da una cupola per circa metà lunghezza. La ghianda è di colore castano-scuro con striature longitudinali ancora più scure. Il leccio forma boschi molto densi, con forte copertura: sotto le leccete più fitte raramente riescono a sopravvivere altre specie arboree o arbustive.

Areale italiano: essendo una pianta tipica degli ambienti mediterranei non è diffusa al nord, ma si trova dalla Valle Padana verso il sud, più abbondante sul versante tirrenico. Spontaneamente si trova nella zona del Lauretum, ma può spingersi anche a quote maggiori (Castanetum), purché non si verifichino temperature troppo basse, neanche durante il riposo vegetativo, in quanto la pianta non sopporta temperature inferiori agli 8°C.

Esigenze: Si adatta bene a qualsiasi tipo di terreno, ma evita quelli troppo argillosi, e poco evoluti (non è una specie pioniera, cioè una pianta che colonizza per prima i terreni nudi, come invece possono fare i pini). E’ esigente in fatto di temperatura, come detto soffre molto il freddo anche se non è in attività vegetativa, mentre sopporta molto bene l’aridità, è sensibile ai ristagni di umidità nel terreno. Non richiede molta illuminazione: da giovane predilige la copertura superiore mentre da adulto sa resistere all’ombreggiamento laterale. E’ molto meno esigente della sughera: resiste meglio al freddo, all’aridità, alle escursioni termiche, alla scarsa illuminazione, a qualsiasi tipo di terreno.

Usi: il legno di leccio è duro, pesante, compatto, difficile da lavorare e da far stagionare. Ha alburno e durame ben distinti: il primo di colore chiaro e il secondo rosso-bruno. Può essere utilizzato solo per piccoli attrezzi, manici di vario tipo, lavori di carradore. Il legname è ottimo come legna da ardere e per fare il carbone.

SUGHERA (Quercus suber L.)

La sughera è molto simile al leccio: è però meno longevo, soprattutto se utilizzato per prelevare il sughero, ha un aspetto molto più irregolare (fusto contorto, chioma asimmetrica). Le foglie sono persistenti, provviste di spine lungo il margine che si formano con il passare degli anni. La sugherà è molto esigente di calore (non sopporta temperature inferiori ai 5°C), di temperatura, di umidità, di luminosità. Esige terreni di origine silicea, poveri di calcio, a reazione acida. In Italia è presente in Sardegna e lungo la costa Toscana fino alla Calabria. Il principale prodotto della specie è il sughero, utilizzato per tappi di bottiglie, pannelli isolanti, pavimentazioni, galleggianti, suole di scarpe.

Il primo prelievo di sughero viene effettuato intorno ai 25-30 anni, questa prima operazione viene detta demaschiatura e permette di eliminare il sugherone o sughero maschio. Tale operazione è necessaria per permettere alla pianta di continuare a produrre sughero, altrimenti nel giro di pochi anni l’attività di produzione si esaurirebbe. Negli anni seguenti il sughero femmina o sughero gentile viene prelevato ogni 9-10 anni. Questo prelievo consiste nell’asportare la parte più superficiale di corteccia (fino ad un massimo di 7 cm) con mezzi manuali, senza danneggiare i tessuti vivi della pianta, che è così capace di rigenerare questo strato di sughero. Nelle sugherete è anche possibile esercitare il pascolo di suini, capre, pecore in quanto le ghiande sono apprezzate dagli animali domestici e selvatici.

I PINI MEDITERRANEI

Sono definiti “Pini mediterranei” quelle specie di pino che vegetano lungo il mediterraneo, nella fascia basale, con trasgressioni più o meno accentuate nelle zone superiori. Le tre specie appartenenti a questo raggruppamento sono: pino marittimo, pino domestico e pino d’Aleppo, nell’insieme ricoprono in Italia 123.300 ettari (come riportato dall’Inventario Forestale Nazionale).

PINO MARITTIMO (Pinus pinaster Ait.)

Questa specie ha un aspetto maestoso, dato dalle ragguardevoli dimensioni che può raggiungere (40 m di altezza e 1 m di diametro) e dal suo portamento (fusto diritto o leggermente arcuato, privo di rami per molti metri, chioma mai appiattita, di colore verde scuro). La corteccia è rossa e profondamente fessurata in placche. I rami principali sono robusti e disposti in palchi. Gli aghi, riuniti in fascetti di 2, sono molto lunghi (fino a 20 cm) e rigidi (larghi oltre 2 cm), di colore verde scuro, appuntiti, concentrati nella parte terminale del rametto, al quale sono legati tramite una guaina, di colore grigio, lunga anche 2,5 cm.

I fiori maschili sono gialli e posizionati alla base dei rametti, quelli femminili sono rossi raggruppati attorno alla gemma terminale. I coni sono riuniti in gruppi di 2, o più, e permangono sul ramo diversi anni (maturano in due anni, ma poi rimango appesi), sono lunghi e privi di peduncolo. Gemme grandi, appuntite, bruno-rosse, non resinose.

Facilmente riconoscibile dagli altri pini mediterranei per la corteccia rossastra, gli aghi lunghi e rigidi, la guaina fogliare lunga, le gemme grosse, lunghe e non resinose. E’ una specie spontanea lungo il Tirreno, poi diffusa nelle restanti aree d’Italia. Non è presente al sud. Nonostante il suo nome, non vegeta sulle coste ma preferisce la collina e la media montagna, si trova tra il Lauretum e il Castanetum caldo (tra i pini mediterranei è quello che si spinge più in alto). Pochissimo esigente in fatto di terreni, sopravvive ovunque, dai suoli silicei a quelli calcarei. Ha bisogno di molta umidità sia atmosferica che edafica, mentre non esige temperature troppo elevate (dimostrato dalla sua trasgressione verso l’alto). Specie eliofila.

Questo pino viene usato per ricoprire suoli nudi e poveri, in quanto pianta che dissemina abbondantemente, cresce velocemente nei primi anni, ha poche esigenze di terreni e sopporta la luce. Tutte queste caratteristiche, tipiche delle specie pioniere, lo rendono adatto a colonizzare terreni poveri. La specie veniva in passato utilizzata per l’estrazione della resina, più abbondante che negli altri pini; oggi questa pratica è quasi abbandonata.

Il legno è pesante, con durame rossiccio e alburno giallastro, con fibre grossolane. Non è adatto ai lavori di falegnameria fine, ma viene utilizzato per pali telegrafici, traverse e per la produzione di carta. Può essere impiegato anche come combustibile.

PINO DOMESTICO (Pinus pinea L.)

E’ il pino dall’aspetto più caratteristico, da adulto infatti assume una forma così detta ad ombrello, con altezze di 30 m. L’albero che da giovane ha una chioma globosa, con il passare degli anni perde i rami bassi e quelli alti si dispongono a raggiera e sorreggono una chioma che è diventata appiattita.

Gli aghi sono simili a quelli del pino marittimo ma leggermente più corti e contorti, di colore verde chiaro. Gli strobili sono lunghi fino a 15 cm e larghi 10, bruni, ricoperti di resina, brevemente peduncolati. La maturazione dei coni avviene in tre anni e contengono dei semi eduli: i classici pinoli.

Probabilmente in Italia il pino domestico non è spontaneo ma è stato importato molti secoli or sono, esso si è naturalizzato nel nostro territorio tanto che risulta difficile definire l’areale con precisione. Vegeta nel Lauretum, e in casi particolari, anche nel Castanetum caldo. Poco esigente di terreni (come il marittimo), rifugge quelli troppo calcarei, compatti e con ristagni di umidità. Sopporta le alte temperature e l’aridità. Ha bisogno di molta luce per la sua crescita, che è molto rapida. Il suo uso primario è per la raccolta dei pinoli, impiegati nell’industria dolciaria e culinaria; i coni vengono raccolti da ottobre a fine inverno e tenuti a lungo in mucchi; in primavera sono distesi al sole per aprirsi e lasciare uscire i semi.

PINO D’ALEPPO (Pinus halepensis Mill.)

Questo pino è tipico della costa dove cresce anche sui dirupi scoscesi e rocciosi. E’ un albero di media altezza (intorno ai 20 m), dall’aspetto irregolare sia nel fusto (spesso tortuoso) che nella chioma (asimmetrica con foglie riunite nelle sommità dei rami). La corteccia, a maturità rossiccia, si fessura longitudinalmente in placche. Gli aghi sono riuniti in gruppi di 2, brevi rispetto agli altri pini mediterranei (intorno ai 10 cm), sottili, di colore verde chiaro, con guaina fogliare grigia lunga 8 mm circa.

Gli strobili, che maturano in due anni, sono tenuti sui rami per tre anni, pertanto negli stessi rami sono presenti coni di 1, 2 e 3 anni. Essi sono solitari o a due, di forma ovato-conica, bruno-rossastri, lunghi circa quanto gli aghi, portati su un breve peduncolo. In Italia è presente lungo le coste, dove vegeta nella zona del Lauretum sottozone calda e media. Affatto esigente verso i terreni, richiede invece molto calore e luce per il suo sviluppo. Sopporta l’aridità.

Specie a rapido accrescimento, il suo legname, duro e di media pesantezza, con durame ed alburno distinti, viene utilizzato per le costruzioni navali e la falegnameria grossolana. Discreto combustibile.