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L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Riserva MAB Montedimezzo e Collemeluccio

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Un po’ tormentata la stora della foresta di Collemeluccio in quest’ultimo secolo. Divisioni tra proprietari, metodi e tecniche selvicolturali diverse secondo le necessità del periodo e ovviamente differenti risultati. Il bosco fino alla ricomposizione avvenuta alla fine degli anni ’60, è stato trattato come un ceduo per alcune aree e a fustaia in altre. Poi in alcune zone si è favorita la proliferazione del cerro, mentre in altre quella dell’abete bianco. Attualmente gli interventi selvicolturali sono stati limitati al minimo indispensabile ed utilizzando metodologie di selvicoltura “naturalistica” orientati a favorire il ritorno della foresta ad una condizione di “naturalità” e di equilibrio con le condizioni locali. Equilibrio che non si raggiunge rapidamente, per un bosco cerro-abete.

Logo Riserva MAB Alto Molise

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Gli interventi di taglio nella riserva sono ormai quasi totalmente cessati, anche se si ritiene che degli sfoltimenti per alcune piante siano necessari. Sono stati, invece, recentemente ripresi gli interventi finalizzati a prevenire gli incendi nell’area protetta che si collocano nel più ampio contesto delle iniziative volte a proteggere e a preservare questo pregevole ambiente naturale. Infatti esiste un piano prevenzione agli incendi boschivi come stabilito dalla legge. Esso consiste nella ripulitura di fasce tagliafuoco lungo la viabilità pubblica e lungo la strada di servizio e i sentieri principali che corrono internamente alla foresta e lungo i suoi margini, il tutto annualmente percorso da numerosi visitatori. Nelle zone più “sensibili” si provvede altresì alla rimozione della legna “morta” in eccesso frequentemente rappresentata da soggetti ultra maturi di abete che, a causa di intemperie e di altre di natura biologica (es. attacchi fungini da Fomes), subiscono schianti e sradicamenti.

Ringraziamenti:

Si ringrazia il sito Agraria.org che ha ripreso una nostra foto e che ci ha citati.

Inoltre si segnala il sito Riserve MAB Alto Molise

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)
Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)
Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (terza parte)

Pescolanciano Prati di Collemeluccio

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

Parliamo brevemente del Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio a Pescolanciano.

Il Piano proponeva delle prescrizioni di intervento selvicolturale per la conversione ad alto fusto del ceduo di cerro costituitosi all’interno dell’abetaia in seguito alle intense utilizzazioni e antropizzazioni che il bosco aveva subito nell’arco delle due guerre mondiali.
L’esecuzione di un primo intervento preparatorio di avviamento ad alto fusto era previsto adottando la tecnica consigliata da Ezio Magini (1917-2000) negli anni 70 che può essere riassunta in quattro punti essenziali:
1. Eliminazione preliminare di tutto il piano sottoposto (ripulitura) togliendo tutte le piante ed i polloni alti meno di 3-3,5 metri. Tale prescrizione fu modificata dalle modalità di intervento previste dal Piano di Gestione Naturalistica, che limitava radicalmente l’intervento nel sottopiano arboreo, come salvaguardia della biodiversità all’interno del bosco.
2. Diradamento energico del piano dominante lasciando il migliore pollone per ceppaia (raramente due, ma non più).
3. La densità dei polloni da conservare nel piano dominante è stata regolata in funzione della loro altezza: per un’altezza media di 10-12 m i polloni da lasciare vanno da 1300 a 1600 per ettaro; per un’altezza media di 10-12 m pari a 8-9 m il numero dei polloni varia fra 2300 e 2600 per ettaro.
4. I polloni dominati (in sovrannumero) devono essere tolti dalle ceppaie nelle quali vengono riservati 1 o 2 polloni dominanti; sono invece rilasciati sulle ceppaie dominate, purché di altezza superiore a 3-3,5 m.

I criteri d’intervento proposti per la conversione ad alto fusto, vennero sconvolti da una “disposizione data sottotraccia” al Piano, che poneva un limite diametrico al taglio di conversione. Tale limite vietando l’utilizzazione dei polloni che presentavano un diametro superiore agli 8 cm, trasformò il processo di conversione in un modesto taglio di ripulitura, che ebbe l’effetto di eliminare solo le piante situate nel piano dominato e soprattutto di non intervenire sui piani dominati e intermedi. Per tale motivo venne l’esigenza di istituire delle aree sperimentali di limitata superficie dove avviare sperimentalmente il protocollo sperimentale proposto da Magini.

Nel 1993 il processo di conversione fu avviato da un primo taglio conversione ad alto fusto con lo scopo di favorire la rinnovazione naturale dell’abete bianco e di altre specie decidue che partecipavano alla mescolanza con la conifera e ripristinare le condizioni strutturali e compositive necessarie all’abete bianco per insediarsi e colonizzare aree boschive precedentemente abbandonate.

EZIO MAGINI:  Massimo studioso di selvicoltura italiana su basi naturali, intesa nel senso più ampio e profondo del termine. Tra i numerosi studi e ricerche ha scritto: Esiste sull’Appennino una varietà di abete bianco? (1973).

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Mappa di Collemeluccio

Mappa di Collemeluccio

Pescopennataro – Il Bosco di Vallazzuna

Comune interessato: Pescopennataro;
Superficie bosco: Ha 300 circa;
Sito di Importanza comunitaria: codice IT7218217;
Quota minima: mt 900 slm;
Quota massima: mt 1120;

Rete Natura: Habitat codice 9510:

Pescopennataro - Vallazuna

Pescopennataro – Vallazuna

A Nord Est del comune di Pescopennataro in Alto Molise c’è una caratteristico sito di importanza comunitaria rappresentato da un unico complesso boscato denominato Vallazzuna. Ubicato nell’ambiente tipico dell’Appennino su suoli prevalentemente argillosi dove predomina il cerro (Quercus Cerris), il Bosco di Vallazzuna confina ad Est con Monte Castellano (1642 mslm) e con i Vallone Cese. E’ attraversato da una pista forestale ad Ovest che scende lentamente con direzione SE-NO non quasi a confine dell’area. Un’altra pista la divide sul lato Est in località Selva Piana.
A Nord il bosco è delimitato dal confine regionale e precisamente con il comune di Rosello in provincia di Chieti. A sud del Bosco di Vallazzuna c’è anche quello di Selva Piana. Esso è in lieve pendenza e nella parte centrale è attraversato da una serie di fossi.  Geologicamente si presenta con argille siltose con subordinate livelli arencei.

Vallazzuna lato sud

Bosco Vallazuna a sud Fonte Carta tipi Forestali

Prevale il Cerro allo stato puro (Quercus cerris) o misto a Acero (Acer), ed altre essenze forestali. Si tratta di una cerreta mesofila tipica del piano submontano di circa 285 Ettari. Ci sono dei nuclei di abete bianco a nord ed anche a sud, come meglio si evidenzia nella carta dei tipi forestali della Regione Molise.

I rimanenti ettari sono aree pascolive incolti e cespugli, generalmente concentrati a sud est del bosco. Il sito di Vallazzuna si inserisce in un ambiente incontaminato e in vicinanza delle caratteristiche abetaie di Pescopennataro. Merita una  visita, accompagnata. E’  facile perdersi, in quanto non ci sono facili piste forestali all’interno.

Bosco di Vallazuna Pescopennataro

Bosco di Vallazuna a Pescopennataro

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (seconda parte)

Locandina della riserva di Collemeluccio

Locandina della riserva di Collemeluccio

L’altitudine della Riserva di Collemeluccio varia tra i 795 ed i 1.075 m.s.lm, la pendenza è generalmente modesta ed i terreni, del tipo “suolo bruno calcarei”, derivano da un’unica formazione miocenica, costituita da arenarie micacee, argille scistose e calcari marnosi. Le precipitazioni sono in media di 900-1000 mm annui e vi è umidità diffusa e stagnante, specie nelle arre in vicinanza di fossi e valloni. Questa umidità secondo noi crea un microclima e un habitat ideale per le varie specie arboree e arbustive presenti e una biodiversità unica. Il clima meno rigido determina sicuramente accrescimenti delle piante più sostenuti.

Collemeluccio è una eccezionalità dal punto di vista fitosociologico (termine che vuol dire in poche parole le piante-sociali o meglio comunità vegetali  che si associano come indicatori di ambiente). Nonostante il rifornimento di specie dei querceti con cui sono collegati dinamicamente, la foresta di Collemeluccio è stata ascritta all’associazione Aquifolio-Fagetum  caratteristica dei faggeti meridionali. Il pregio di queste cenosi, ampiamente rappresentate all’interno della riserva, consiste sia nell’eccezionalità della consociazione cerro-abete bianco sia nel grado di conservazione che ha consentito di mantenere, nel complesso, un notevole grado di ricchezza di flora.

Nel’ambito della classificazione della Rete Natura 2000 e dalla cartografia della riserva codice  IT212134  (Bosco di Collemeluccio – Selvapiana – Castiglione – La Cocozza) la riserva fa parte quasi completamente  all’habitat numero 09515. Questo habitat significa:  “Boschi relittuali di abete bianco, spesso accompagnati da cerro e faggio, localizzati in aree montane dell’Appennino meridionale, all’interno della fascia potenzialmente occupata dalle faggete“. Tali formazioni vengono comunemente inquadrate nell’alleanza Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae. Le Specie guida per l’identificazione dell’habitat 9510 sono Abies alba Mill.,  Fagus sylvatica L. subsp. sylvatica, Quercus cerris L., Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae, Anemono penninae-Fagetum sylvaticae.

In Molise solo il bosco degli Abeti Soprani e il  Bosco Vallazzuna hanno l’habitat numero 9510.  Nel gruppo dei siti forestali individuati con il codice 9510 sono comprese, per affinità ecologica e di distribuzione, l’abete accompagnato normalmente da Quercus cerris ma anche, laddove le condizioni microclimatiche sono favorevoli, da Fagus sylvatica. Tra le altre specie che caratterizzano questo sito possiamo citare: Acer lobelii, Adenostyles australis, Alnus cordata, Chardamine caledonia, Doronicum columnae, Geranium versicolor, Lilium croceum, Luzula sieberi, Potentilla micrantha, Ranunculus brutius.

Pescolanciano L’abetina di Collemeluccio  (prima parte)

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Collemeluccio Habitata 9510

Collemeluccio Habitata 9510

 

Il limite superiore del Bosco in Molise

Monte Meta nei pressi di Passo dei Monaci

Monte Meta nei pressi di Passo dei Monaci

Chi va in montagna conosce molto bene che esiste una zona molto marcata che i botanici e studiosi hanno chiamato “Limite superiore del Bosco”. Questo limite è molto evidente rappresentando una caratteristica del paesaggio montano. In Molise sul Matese e in particolare sulle montagne Mainarde-Meta il “limite del bosco” è abbastanza evidente. Ci ha sempre incuriosito come mai gli alberi ad una certa altitudine sulle nostre montagne non ci sono più. Per molti la risposta è molto semplice, per noi invece, e la biografia lo dimostra non esiste una spiegazione unica e forse non convincente per giustificare il limite del bosco. Sicuramente ci sono molti fattori che possono influenzare lo sviluppo degli alberi in una fascia di transizione di circa 200-300 metri. Salendo all’interno di un bosco possiamo accorgerci del suo limite vedendo alberi più distanziati, a volte meno cresciuti, più distorti con individui sparsi e arbusti bassi, foglie più piccole,… Si possono avere già due limiti quelli del bosco chiuso e quello degli alberi isolati e sparsi. Il problema sta nel fatto che il limite di bosco non coincide quasi mai con il limite delle fasce di vegetazione.
Nel nostro Appennino il limite di bosco comprende sia una fascia montana dove ci sono ancora alberi (faggio e conifere in particolare) che subalpina o boreale con arbusti e piccoli alberelli sparsi.
Per meglio localizzare il limite del bosco per le due grandi catene montuose del Molise (Matese e Mainarde-Meta) si può stimare in media 1650-1800 mt. Sono numeri da prendere con “le pinze” perchè esso varia in funzione del: tipo di vegetazione, esposizione, latitudine, temperatura del suolo e dell’aria, impatto antropico (pascoli), durata stagione vegetativa, rocciosità competizione tra le specie vegetali, periodo di presenza di neve, gelate tardive, valanghe mancanza d’acqua, vento e condizioni microclimatiche particolari. A questi da aggiungere i grandi fenomeni del riscaldamento globale  dell’incremento dell’anidride carbonica nell’aria. Tutti questi fattori illustrati giocano chi in maniera più marcata chi in maniera meno e poco significativa il limite della crescita degli alberi e del bosco.
Sicuramente il “limite del bosco” non è una linea rettilinea che spesso si vede a distanza sulle nostre montagne. Il clima in corso permette seppure lentamente alla foresta di riconquistare il terreno che aveva perduto, ma non sempre. Unico dato certo é che nella zona di transizione (Ecotono) gli alberi sono più sensibili alle variazioni climatiche ed è opportuno prima di tutto andare a vedere per esempio cosa accade nelle aree alle singole piante di faggio sul Matese e sulle Mainarde-Meta e a tutte le quote sopra i 1650-1700 mtsm delle montagne del Molise.

Occorrono comunque dati e tempi e lunghe osservazioni per lo studio di queste comunità vegetali. Successivamente cercheremo di esaminare i singoli meccanismi e gli elementi che fanno variare questo limite del bosco ma non è detto che poi sull’Appennino questo limite sia variato o e in corso di variazione in modo rapido: la dinamica è abbastanza lenta (almeno 30 anni). Occorrerebbero studi più approfonditi e di dettaglio e molte cartografie e immagini satellitari a distanza di anni, un po’ come si sta facendo per i ghiacciai.

Pescolanciano – L’abetina di Collemeluccio (prima parte)

Mappa di Collemeluccio

Collemeluccio si trova tra Pescolanciano e Pietrabbondante in Alto Molise. La Foresta di Collemeluccio è una consociazione di Abete Bianco con il Cerro. L’abetina ha una valenza ecologica elevata ed è sottoposta a studi e ad una attenta gestione. Abete bianco e Cerro non è facile trovarli insieme nel nostro Appennino molisano. Di solito l’Abete bianco sta in consociazione con il faggio, ma qui scende di quota nel piano della Cerreta. Stranezze della natura.

Il bosco di Collemeluccio per diventare com’è oggi ha aspettato molto tempo, l’uomo ha fatto il resto. L’Abetina di Collemeluccio fa parte di un sito SIC (Sito di importanza Comunitaria) denominato  IT7212134 Bosco di Colle Meluccio – Selvapiana – Castiglione – La Cocozza per una superficie di circa 4000 ettari. L’Abetina di Collemeluccio rientra nell’habitat indicato con il numero  9510 per una superficie di 484 Ettari pari a circa l’8% dell’area SIC L’habitat di Collemeluccio n. 9510 è detto prioritario: “Foreste sud-appenniniche di Abies alba” descritto come: “Boschi relittuali di abete bianco, spesso accompagnati da cerro e faggio, localizzati in aree montane dell’Appennino meridionale, all’interno della fascia potenzialmente occupata dalle faggete”.

Tali formazioni vengono comunemente inquadrate (per chi si occupa un po’ di fitosociologia) nell’alleanza Geranio versicoloris-Fagion sylvaticae. Gli habitat prioritari sono habitat naturali che rischiano di scomparire in Europa e per la cui conservazione un po’ tutti noi abbiamo una grossa responsabilità. Ormai si parla di habitat prioritari dal 1992, anno della “famosa” direttiva Habitat.

Facciamo un po’ di storia del Bosco di Collemeluccio che preferiamo chiamare Foresta. Il nome di Collemeluccio forse deriva dal nome della nobildonna Desiderata Mellucci consorte del duca D’Alessandro di Pescolanciano. Siamo nell’anno 1628 e qui già c’era l’Abete bianco. Prima si chiamava Feudo Vignali o secondo altri: Selva di Santa Maria in Salcito, proprietà del Duca D’Alessandro fino al 1895, anno in cui fu espropriato dal Banco di Napoli ed acquistato da altre  famiglie. Poi la foresta fu suddivisa nel tempo, per una serie di successioni ereditarie, in tante piccole quote (frammentazione fondiaria). A partire dal 1969, la foresta è diventata un bene inalienabile dello Stato, gestito dall’ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, oggi dall’ Ufficio Territoriale della della Biodiversità di Isernia.

Durante il periodo di gestione privata fino al 1890 circa, il bosco era regolarmente utilizzato ed il legname di abete venduto per travame ed altri prodotti artigianali, con mercato ristretto ai comuni limitrofi. La vendita dell’abete avveniva per alberi in piedi generalmente con diametri superiori a 40-45 cm. Il legname d’abete veniva utilizzato per le manutenzioni dei fabbricati per fare attrezzature varie connesse all’attività agricola e pastorale e anche da artigiani per la trasformazione dei grossi tronchi. Nel 1870 il bosco venne diviso il 8 sezioni per l’utilizzo di una sezione ogni 8 anni seguito poi da un periodo di uguale durata nel quale non era previsto nessun taglio. Il bosco veniva, poi, abbondantemente pascolato, e i D’Alessandro concedevano le fide pascolo per i capi bovini, equini ed ovini.

Le latifoglie generalmente del piano intermedio del bosco consociate alla conifera erano governate a ceduo per la produzione di legna da ardere e carbone vegetale, mentre nel piano dominante si interveniva con un taglio a scelta che interessava le piante di abete di maggiori dimensioni. Sembra tuttavia che, soprattutto per quanto riguarda la fustaia di abete, le utilizzazioni fossero alquanto contenute ed eseguite nel rispetto di elementari norme tecniche che hanno consentito al soprassuolo di rinnovarsi naturalmente, in una certa misura, e di sopravvivere, poi, a due periodi di crisi particolare, caratterizzati da drastiche utilizzazioni in corrispondenza degli ultimi conflitti mondiali. Durante la prima guerra mondiale infatti, il bosco di Collemeluccio fu requisito dalle autorità militari e tutte le piante di abete con diametro superiore  a 15-20 cm furono tagliate. Analoghi tagli si ebbero durante il periodo dal 1940 al 1946. Nel 1968 l’Azienda di Stato delle Foreste demaniali ne prese la gestione per circa 363 ettari, la foresta è diventata una riserva orientata non più soggetta a tagli irrazionali. (fine prima parte)

Pescolanciano – La Riserva di Collemeluccio (II parte)

Il Piano di Gestione della Riserva di Collemeluccio (Terza parte)

L’Area MAB di Collemeluccio (quarta parte)

Esiste ancora la naturalità e l’eccezionale valore naturalistico in Molise?

Riprendiamo un articolo del 2008, dal nostro vecchio sito, credendo che sia ancora attuale.

Dalla Relazione sullo Stato dell’Ambiente della Regione Molise dell’anno 2008, si afferma che: in base agli studi effettuati l’indice di pregio naturalistico è uguale a 0,67, che ”indica un elevato valore complessivo del territorio, conferendo al Molise una posizione elevata rispetto alla media nazionale e vicino a quello di molte aree naturali protette, peraltro scarse sul territorio regionale. (sic) Complessivamente quindi, nonostante l’interazione di lungo periodo con le attività antropiche, il territorio molisano conserva caratteristiche proprie di elevata naturalità legata alla normale dinamica evolutiva influenzata dai fattori naturali”.

Gli studi sulla naturalità effettuati dall’ISPRA Nazionale e dall’ARPA Molise nell’ambito della Carta della Natura rappresentano un utile strumento per la gestione, governo e pianificazione del territorio. Meglio di noi gli Istituti, gli Enti pubblici, le Agenzie, le Associazioni, l’Università quasi tutta la popolazione sa che il Molise ha un notevole patrimonio naturalistico ambientale particolarmente ricco, oggetto di interesse con centinaia di studi e ricerche effettuati. Anche molte leggi regionali come la LR 9/1999 (Flora in via di estinzione), LR 6/2000 (Boschi) LR 15/2003 (Montagna) LR 30/2008 (parco Olivo) e altre ancora e in particolare la L.R 23/2004 (aree protette) all’art. 1 comma 5 afferma “ La Regione Molise, consapevole dell’eccezionale valore naturalistico-ambientale nonche’ della ricchezza di biodiversita’ che caratterizzano la catena appenninica, opera per la realizzazione di un sistema di aree protette interconnesso ed interdipendente, al fine di promuovere e far riconoscere l’Appennino parco d’Europa”.  Poi c’è  la “Rete Natura 2000” con le aree SIC (Siti di importanza comunitaria) , le ZPS (Zone di protezione speciale), le IBA (120.500,00 ettari pari al 27,4% del territorio regionale). Si fanno i piani di gestione, le valutazioni di incidenza, le valutazioni ambientali previste dai regolamenti direttive comunitarie e leggi e decreti nazionali e misure nell’ambito dei programmi dell’Unione europee (POR PSR ecc..).L’Arpa Molise ha un sistema informativo della Carta della Natura della Regione Molise ed ha realizzato secondo le direttive dell’ISPRA nazionale la Carta degli Habitat, la Carta della Qualità Ambientale, la Carta della Sensibilità Ecologica, la Carta della Pressione Antropica, la Carta della Vulnerabilità Territoriale e ulteriori 19 mappe tematiche relative a indicatori ecologico-strutturali, debitamente popolati e processati per l’ottenimento degli strati informativi principali. Tutta la cartografia ottenuta, insieme al ricco bagaglio di informazioni ad essa associata, ha costituito un Sistema Informativo Territoriale di “Carta della Natura” (Relazione Stato dell’ambiente della Regione Molise anno 2008 capitolo 12.12). Quante informazioni ricerche, analisi, studi, monitoraggi, indagini indicatori, dati cartografici, spesso ripetitive ci sono sulla “Natura” in Molise, per dire che sono i fattori naturali e non altri fattori che con la loro dinamica evolutiva determinano le caratteristiche di elevata “naturalità” nonostante l’iterazione di lungo periodo con le attività antropiche?

Se ci sono solo processi e fattori naturali allora il Molise è un grande parco è un monumento è una riserva naturale è tutta “un’area protetta”. Non ci dobbiamo per niente preoccupare di inquinamento dell’aria con PM10, CO2, NO, del suolo con amianto, piombo, uranio, cloro,  fanghi tossici pericolosi e dei rifiuti secondo la complicatissima classificazione CER di frane, alluvioni, erosioni. Non abbiamo problemi di accumulo di inquinanti nelle acque come arsenico, coliformi fecali e altri batteri e di “brutte” malattie per l’uomo. Non parliamo poi di beni culturali e archeologici dei 136 comuni con le frazioni, dei tratturi, delle montagne e del “paesaggio molisano ” dei boschi. Infatti con un indice di pregio naturalistico di 0,67 vicino a quelle di aree naturali protette, c’è da stare tranquilli. Il pregio naturalistico è tra i più elevati in Italia si legge nella relazione del 2008. Dopo però si dice che “ il rischio di inversione di questi valori è già evidentissimo in molte aree, ed è il segnale più negativo da contrastare per il futuro.”
A questo punto cosa dobbiamo pensare e quali strade bisogna prendere? A coloro che considerano il Molise solo montagne, alberi, boschi, tartufo, mozzarella, cavalli e caciocavalli, paesaggio, ambiente, turismo, agriturismo, agrindustria o a quelli che della “naturalità”, del pregio naturalistico, della sensibilità, della vulnerabilità, della fragilità ecologica, degli habitat dei piccoli uccellini e della flora, della biodiversità, delle aree protette in genere non importa. Si parla di “sviluppo sostenibile” di “green economy”. Vogliamo favorire ulteriori impianti industriali, cave, capannoni ecc.. Vogliamo allocare vari rifiuti, e altre infrastrutture quali strade, pale eoliche, centrali chimiche e turbogas o forse nucleari? Allora si fanno migliaia di verifiche relative alle VIA (Valutazione d’impatto ambientale), VAS (Valutazione ambientali strategiche), VI (Valutazioni di incidenza) VA (Verifiche di ammissibilità), Verifiche naturalistiche, percettive, visive, archeologiche, di stabilità, geologiche, acustiche corredate da centinaia di cartografie. Spesso con tutte queste “V” di verifiche vale la pena “Lassa fa u’ munn com’ z’ trov’” per dire sempre di sì a fare tutto e a prescrivere obbligare e controllare dopo quello che succede alla naturalità,… forse.

Carta della naturalità della Regione Molise

Fonte: Relazione Stato Ambiente Regione Molise anno 2008

La naturalità rappresenta un indice significativo del livello delle pressioni antropiche a cui un territorio è sottoposto. Benché sia difficile quantificare la naturalità, il livello di disturbo arrecato dall’attività umana può fornire una base ragionevole per la quantificazione di questo criterio (Ellenberg, 1963). I cambiamenti che avvengono nel tempo possono essere attribuiti ad una combinazione di disturbi naturali e di disturbi provocati dall’azione dell’uomo, che sono determinati prevalentemente da fattori socio-economici. Come si osserva dalla tabella il grado di naturalità di un buona parte del territorio regionale è influenzato dalla superfici agricole del Basso Molise, dell’alto Biferno, 2del Fortore molisano e della piana di Venafro, che caratterizzano con una naturalità medio-bassa circa il 60% del territorio Regionale.

Le aree che più si avvicinano alle tappe mature contribuiscono in maniera sostanziale alla naturalità soprattutto con le praterie, gli arbusteti, le aree con vegetazione in evoluzione verso il bosco e i boschi stessi: in particolare si vede come l’area del Matese molisano, dell’Alto Molise e della Mainarde siano caratterizzate da una elevatissima naturalità. È necessario però poter assegnare un valore di naturalità complessiva che non è ancora possibile valutare basandosi sulla sola distribuzione percentuale delle classi; sarà opportuno in particolare analizzare il contributo che ogni singola classe di naturalità apporta all’indice complessivo. Al fine di avere un valore sintetico della naturalità quindi sono state messe in relazione le singole classi di naturalità con il livello massimo potenziale.

L’indicatore complessivo della naturalità è stato definito attraverso la stima dell’Indice di Pregio Naturalistico (IPN) che si calcola analizzando le aree relative di ogni tipologia di classe di naturalità, mettendo in relazione cioè la loro distribuzione sul territorio con la situazione di massima naturalità, ossia quella che si avrebbe se l’intera superficie fosse occupata dalla classe a maggior naturalità. L’indice di pregio naturalistico assume valore 1 nel caso di maggior pregio naturalistico possibile e valore 0 nel caso di pregio naturalistico nullo [Ntot=1- (N/Nmax)]. Dall’analisi effettuata per il Molise è risultato un IPN pari a 0.67, questo indica un elevato pregio naturalistico complessivo, che conferisce al Molise un valore molto vicino a quello di aree naturali protette, confrontandolo infatti con lo stesso indice calcolato in alcuni siti naturalistici dell’Italia centrale si osserva come i valori relativi di queste aree varino da un minimo do 0.57 ad un massimo di 0.80. Complessivamente quindi nonostante l’interazione di lungo periodo con le attività antropiche, dettate dai fattori socio-economici, il territorio molisano può essere considerato una porzione del territorio nazionale che conserva caratteristiche proprie di elevata naturalità legata alla normale dinamica evolutiva influenzata dai fattori naturali.